Viviamo un periodo storico ambiguo dove l’emancipazione femminile fa stranamente sempre più rima con la maschilizzazione della donna. Se da una parte è giusto e doveroso che la donna possa avere accesso a ciò che di diritto le spetterebbe, da un altro lato sembra tuttavia che sia tacitamente costretta a rinunciare ad alcuni aspetti della sua vita.

Casa o lavoro? Carriera o famiglia? Lavoro a maglia o dibattiti politici?… Sembra che oggi la donna sia costretta a scegliere, ad escludere, a rinunciare all’uno o all’altro senza che le sia proposto un’alternativa, oscillando così tra due posizioni che non le permettono di realizzarsi pienamente.

Le donne stanno diventando “maschiliste”?

Di fronte al dilemma tra “donna di casa” e “donna in carriera”, sembra che l’alternativa inclusiva “donna” tout court non sia realmente contemplata, perché se ora il mondo che gli uomini avevano precluso ingiustamente alle donne si apre a loro, sembra che il prezzo da pagare sia la rinuncia al lato intimamente femminile del loro essere.

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Ora, pur di sentirci in diritto di avere accesso a settori ritenuti maschili (secondo quali criteri?) come la politica, l’economia, il diritto, abbiamo cominciato a pensare come gli uomini, ad agire come loro, a preferire una strategia aggressiva e autoritaria a ciò che ha sempre contraddistinto l’operato femminile: la collaborazione, la ricerca di un punto d’incontro, la diplomazia. Potrebbe essere che a furia di cercare di sentirci accettate, in diritto di agire in questa società di uomini, abbiamo perso noi stesse e siamo diventate “maschiliste”?

Potrebbe sembrare assurdo ma in verità già molte donne ragionano secondo uno stampo imposto da una società patriarcale squilibrata e hanno preso in prestito lo sguardo maschile per guardare e giudicare loro stesse e le altre. Il lavoro a maglia per esempio è diventato uno stereotipo dell’oppressione femminile, a tal punto che molte donne si ritrovano ad impugnare fili e ferretti di nascosto per evitare di essere giudicate retrograde o “all’antica”, quando si tratta semplicemente di un’attività creativa che non ha nulla di degradante. E se si arriva a dover rinunciare alle attività di questo tipo per paura di essere giudicate dalle altre donne, significa che qualcosa è andato storto: questa non è emancipazione, è baratto.

Il tranello della società patriarcale e le false pari opportunità

Se da una parte la società patriarcale ci apre le sue porte, allo stesso tempo ci obbliga a vestire i panni che la contraddistinguono: competitività, giudizio, prepotenza; oltre a questo, nel caso volessimo sia una famiglia che una carriera saremo costrette a fare veri tour de force perché la famiglia, a quanto pare, sembra essere un ambito prettamente femminile e quindi di responsabilità esclusiva della donna.

Ma di quale parità di genere parliamo se la donna deve occuparsi da sola di ciò che si costruisce in due? Il multitasking delle donne, così tanto osannato di questi tempi, è una necessità e non un talento innato al sesso femminile; e se in un primo tempo riusciamo a giostrarci tra i diversi impegni, dopo un certo tempo, il carico mentale diventa tale da obbligarci a rallentare e a dover fare scelte a volte dolorose.

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…Oppure, nel caso in cui le nostre scelte non dovessero riflettere i valori di questa emancipazione femminile che prevede la maschilizzazione della donna, siamo giudicate aspramente dalle altre donne.

Abbiamo creato una società a compartimenti stagni che ci rende profondamente insoddisfatti; dobbiamo renderci all’evidenza: questo modello non funziona, dobbiamo cambiare strategia.

La parità dei generi e l’emancipazione femminile non si raggiungono con l’esclusione ma con l’inclusione

Per mancanza di tempo, di energia, di sostegno da parte dell’uomo, il tentativo della donna di raggiungere un equilibrio tra aspirazioni personali e professionali rischia di crollare, oppure crolla lei perché fisicamente non ce la fa. Ed è qui che si nasconde il tranello dell’apertura della società di stampo patriarcale alla donna: per poter avervi accesso, lei deve rinunciare alla sua identità e diventare “maschia”, concentrarsi esclusivamente su ciò che  nella società è ritenuto “di valore”, tralasciando parte di ciò che conta per lei, oppure rinunciare a ciò per cui migliaia di donne hanno combattuto.

Questa società sembra quindi contemplare due stereotipi femminili: la donna combattiva e carrierista da una parte e dall’altra la donna di casa dipendente dall’uomo, dimenticando che tra questi due estremi ci siamo noi, donne che cercano di affermare loro stesse nel mondo senza rinunciare alla propria metà del cielo.

Potremmo quindi uscire da questa visione separatista e muoverci verso una concezione più inclusiva del ruolo della donna nella società, a condizione di muoverci su un doppio binario; l’emancipazione femminile reale, inclusiva, potrà vedere il giorno a condizione che gli uomini facciano la loro parte: facendo chiarezza su ciò che rappresenta concretamente una mascolinità sana ed equilibrata.

Quando gli uomini riusciranno a comprendere la differenza tra virilità e prepotenza e a considerare che anche il padre che si occupa dei suoi figli, collabora alla gestione della casa e si prende cura di sua moglie come lei lo fa con lui, non si comporta da “donna di casa” bensì da uomo maturo e responsabile che non perde nulla in virilità (anzi!), allora potremmo parlare di emancipazione, ma fino ad allora, abbiamo ancora un bel po’ di lavoro da fare. Tutti/e assieme.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline bio-naturali
www.risorsedellanima.it