“Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer, come succederà a questa.”

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Questa è una frase tratta da Rosso Istanbul di Ferzan Özpetek, un regista e sceneggiatore turco che in questo libro racconta della sua terra natia e di come si sia trasformata nel tempo, passando dai suoi ricordi di quando era bambino ad oggi, un romanzo autobiografico incentrato sul rapporto tra il regista e la madre.

L’autore parla del rosso: “E’ il colore dello smalto scarlatto che mia madre, ora quasi novantenne, vuole ancora sulle mani. E’ il rosso dei carrettini dei venditori ambulanti di “simit”: le ciambelle calde ricoperte di sesamo che sono la prima cosa che compro quando arrivo. Il rosso fiammante dei vecchi tram: ne è rimasto solo uno, dove salgono i turisti, a Istiklal Caddesi. Il rosso dei melograni spremuti per strada. Ma anche il rosso di un abito semplice, rivoluzionario, di una ragazza da sola contro gli idranti della polizia, durante le proteste di Gezi Park: un’immagine che ho ancora negli occhi. E che è nelle pagine del mio libro. Con orgoglio: l’orgoglio di vedere ragazzi e ragazze del mio Paese ribellarsi, alzare la testa, e in modo creativo. Quello che vorrei vedere, di più, più forte, più spesso, anche in Italia” [parte dell’intervista all’autore tratta da D di Repubblica].

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Istanbul, la vecchia Bisanzio, che divenne Costantinopoli e anche la Nuova Roma, una città ricca di storia, patria dei natati di questo regista che nel suo libro racconta di due anime che si incontrano durante un viaggio proprio verso questa città, che cambierà per sempre la loro vita.

Ferzan Özpetek nasce nel 1959 a Istanbul, e precisamente nel quartiere di Fener, all’età di diciassette anni si trasferisce a Roma nel 1976, per studiare Storia del cinema alla Sapienza, e per frequentare corsi di Storia dell’Arte e del Costume all’Accademia Navona e corsi di regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico.

Forse non sapete esattamente chi sia, ma il suo grande successo “Le fate ignoranti” dovrebbe farvi capire meglio di chi stiamo parlando, un film del 2001 nel quale ha diretto Margherita Buy e Stefano Accorsi, ed ha affrontato temi come l’amicizia e l’omosessualità, suscitando grande ammirazione del pubblico vincendo 3 Globi d’oro e 4 Nastri d’argento.

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Rosso Istanbul è una dichiarazione d’amore alla sua città e alle mille sfumature dell’amore che non conosce età, paese, tempo, ragione, differenze di sesso. Che sceglie e basta.

E’ il ritorno alla casa dell’infanzia, che come dice lui, non si lascia mai, rimane nel cuore come “le persone cha abbiamo amato, perché rimangono sempre con noi; qualcosa li lega a noi in modo indissolubile, anche se non ci sono più”.

E’ indissolubile il legame tra passato e presente, quei ricordi impressi nella memoria, colori, profumi, suoni, risate e pianti che riportano alla mente il periodo che dovrebbe essere il più bello, quello dell’infanzia. Avere la fortuna di poter ritornare alla casa dove si è cresciuti è qualcosa di indescrivibile, ma l’emozione si può provare anche quando quel luogo non è più raggiungibile, quando si è trasformato, non esiste più.

Basta un colore per ripercorrere con la memoria quei momenti, basta il profumo di erba e fiori per riportare alla mente le corse nei prati, basta il suono di una risata a far mancare al cuore un battito e avere l’impressione di essere nuovamente in quel luogo e di vivere nuovamente la propria infanzia.

 “Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio che un cuore d’inverno. Ho imparato che è possibile amare due persone contemporaneamente. A volte succede: ed è inutile resistere, negare, o combattere”. [Rosso Istanbul]

Sfogliare un album di vecchie foto e soffermarsi su quella della casa dove si è cresciuti, perdersi nei ricordi e rivedere le persone che ci vivevano, tornano a galla aneddoti dimenticati, storie vissute, amori, baci rubati, è proprio vero che le case dell’infanzia rimangono sempre dentro di noi.

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La casa dove si è cresciuti altro non è che l’ombra di un passato che non ritornerà mai ma che in un certo modo è sempre presente, in un angolo nascosto del proprio cuore che aspetta solo un cenno per tornare a galla, prepotente e inaspettato, inondando di dolcezza e malinconia il cuore.

Articolo scritto da Valeria Bonora – valeria2174.wix.com