I paragoni e le aspettative sono uno dei problemi maggiori quando si parla di educazione.

Per lo più si diventa tutti esperti in campo pedagogico e si mettono sotto pressione i bambini se non rispettano certi tempi. Ma di chi sono poi questi tempi? Chi li detta? Le tabelle? Slogan pubblicitari che sbandierano l’unicità del singolo essere umano, il diritto ad essere se stessi, ma poi si etichetta un bambino come “pigro” se non cammina entro i 12 mesi o “indietro” se non rispetta i parametri che la società della fretta ci impone.

Ma un piccolo seme deve avere il suo tempo per costruire dentro di sè tutto il suo essere, per poi mettere radici e andare a cercare la luce, forte e sicuro, fino a sbocciare in tutto il suo splendore. Se anche la annaffiamo tutti i momenti, se tentiamo di fertilizzarlo nel migliore dei modi, non sboccerà prima di essere pronto. E come non si può bloccare lo spuntare dei denti, così non si può anticipare la crescita.

Sento spesso genitori dire “eh, il fratello alla sua età già …..” si susseguono un “parlava”, “camminava”, “si arrampicava” “faceva questo o quello”… insomma, il nuovo arrivato è chiaramente in difetto rispetto al fratello maggiore. Questo clima di continua competizione innescato da questa società, finirà con il distruggere i rapporti umani Veri, quelli che contano sul serio. Questo continuo confronto dal quale, per forza di cose, uno dei due esce sconfitto, non porta le persone ad impegnarsi di più (nel caso in cui sia un paragone lavorativo per esempio) , ma porta ad un abbassamento dell’autostima, alla crescita  della rabbia (socialmente inaccettabile quindi verrà poi repressa); all’alimentazione del conflitto tra pari e a una profonda sofferenza.

Si tende a paragonare bambini di diverse famiglie, solo sulla base dell’età anagrafica, senza tenere conto della storia di quei bambini, di quelle famiglie, degli stimoli ricevuti, dell’ambiente in cui hanno vissuto. Pensiamo ora di porre lo stesso paragone tra due adulti. Stessa età e nient’altro in comune. Li osserviamo in diversi ambienti: in natura, davanti a competenze più “curricolari”, mentre pranzano, in relazione ad un grande gruppo e nel lavoro a coppie. Secondo voi daranno gli stessi risultati? Saranno ugualmente competenti nei diversi ambiti? O uno dei due avrà un talento in qualche cosa e l’altro su altro? E se invece del secondo non venisse fuori il talento, perchè magari è in un ambito che non abbiamo osservato, gli diremmo: “Eh però lui sa fare questo e tu no”?

Non credo che ci permetteremmo mai di dire questo ad un adulto.  Perchè allora ci permettiamo di farlo con un bambino? Colui che sta faticosamente lavorando per la creazione del suo essere? Colui che vede se stesso attraverso l’immagine che noi gli rimandiamo? Non ha forse il diritto di vedersi e sentirsi essere UNICO, INIMITABILE, BELLISSIMO?Non più bravo di o meno in gamba di…., ma semplicemente sè stesso, con i suoi talenti e le sue difficoltà.

Capita molto spesso che l’arrivo di un fratello o di una sorella implichi l’immediatezza del paragone e una serie di aspettative che non tengono in conto l’individualità del neonato. Egli nasce già investito di un compito caricato su di lui da mamma e papà, su eredità del fratello o della sorella maggiore. E così si misurerà quanto peso metterà nel primo mese, quanto in fretta mangerà, quante volte per notte si sveglierà, quando inizierà a gattonare, a parlare, a camminare.Quando sarà la prima volta che mangerà da solo e quale sport farà e come.

Tutti questi dati saranno confrontati insieme a quelli del fratello, per una più corretta visione della bravura di uno o dell’altro. Bene, entrambi questi bambini verranno distrutti nel loro essere, svilupperanno rabbia nei confronti del fratello/sorella, instaureranno rapporti competitivi in diversi ambiti della loro vita e si sentiranno in dovere di primeggiare, di essere “perfetti”,nella triste consapevolezza di rimanere inadeguati. Perchè per quanto ci si impegni, per quanto uno ci provi, avrà sempre ciò che gli riesce e ciò che gli riesce meno. E quel meno, peserà come un macigno.

L’arrivo di un fratello, mette sempre a dura prova il figlio maggiore, perchè pensate un po’ a ciò che accade. Io, bimba di 2,3,4 anni, con genitori amorevoli, che mi dedicano tanto tempo, che mi chiamano principessa, che mi dicono che sono la più bella del mondo, nonni che giocano con me e che mi coprono di attenzioni. Di colpo, un giorno, arriva lei, quella che tutti chiamano “la tua sorellina”, che profuma di buono, ma piange,non fa niente da sola e viene sempre tenuta in braccio da tutti. E il tempo si dimezza, la mamma ha sempre da fare, è stanca, tutti che vengono a casa e dicono: “ma che bella!”, i nonni mi dicono di aspettare perchè lei piange. Sicuramente questo quadretto, non è ciò che immaginiamo quando pensiamo all’arrivo di un fratello o di una sorella. Pensiamo di fare un regalo per la vita al nostro primo figlio. Ed è così, ma ci vuole del tempo.

Dapprima, generalmente, le emozioni che passano sono rabbia, tristezza, gelosia, incomprensione, paura. Spesso il bambino non sa spiegare come mai si sente così, perchè il ragionamento passa attraverso la pancia e non attraverso la testa. Sta a noi comprendere, accogliere e dare una chiave di lettura rispetto alle emozioni provate dal bambino e soprattutto, a EVITARE QUALSIASI PARAGONE.

Nella visione del secondogenito invece, perchè la situazione non è facile nemmeno dal suo punto di vista, chiaramente farà sua la parola “sopravvivenza”. Spesso si sentirà sotto accusa, in difetto, in competizione con il fratello maggiore per conquistarsi il suo posto in famiglia. Non sarà mai quello delle “prime volte”, si vestirà con gli abiti del fratello, userà la sua bicicletta, dividerà con il fratello, da subito, le attenzioni di tutti e cercherà di farsi amare tanto quanto l’altro figlio. Anche in questo caso, sta al genitore rassicurare, confermare il proprio amore, il posto in famiglia che gli spetta di diritto e soprattutto, NON PARAGONARLO AL FRATELLO.MAI.

Quando si tratta invece di un contesto scolastico, paragonare i bambini tra di loro non fa altro che acuire il senso competitivo anzichè quello collaborativo, annichilisce il genitore che si sente incapace perchè il figlio non è “bravo” tanto quanto un altro bambino, e si rischia di cadere nel pregiudizio perenne (Quel bambino non sarà mai in grado di ….), minando il rapporto tra educatrice e bambino, l’autostima del bimbo stesso, il rapporto tra pari, e lo stesso apprendimento. Ognuno apprende in modo diverso, ma ci sono  degli studi delle neuroscienze che ci dicono in che modo è più semplice farlo:

  • Seguendo la Motivazione interna
  • Attraverso il movimento e il gioco
  • Avendo un ruolo attivo
  • Cooperando con gli altri

Se usiamo il paragone come modalità relazionale con i bambini, andiamo a minare anche questo processo d’apprendimento, complicando ulteriormente le cose.

Ogni bambino è un essere unico, che apprende con le sue modalità e i suoi tempi. Non esiste un tempo “giusto” e non dobbiamo metterlo sotto pressione per raggiungere degli “obiettivi” richiesti dalla società della fretta, con l’unico intento di renderli produttivi il prima possibile e tutti omologati.

Diamo ai bambini strumenti per imparare con i loro tempi e modi; diamo fiducia e attuiamo strategie efficaci per l’apprendimento. Aiutiamo i bambini a cooperare e non a competere, stimoliamo la loro curiosità e lasciamoci, come sempre, guidare da loro. 

“L’uomo è come un oggetto fabbricato a mano: ognuno è diverso dall’altro, ognuno ha un proprio spirito creatore, che ne fa un’opera d’arte della natura” M.Montessori

Educatrice Manuela Griso