Ogni bambino che nasce dovrebbe essere considerato come una nuova vita, una nuova coscienza vergine da ogni peso o trauma del passato; purtroppo, spesso accade il contrario: capita che il bambino appena nato abbia sulle spalle un’eredità pesante da portare e che condizionerà il suo futuro: il suo nome potrà essere lo specchio di una ferita del suo albero genealogico.

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Secondo alcune discipline, come la psicogenealogia, la metagenealogia o le costellazioni familiari, il nome dato al neonato può mostrare i nodi presenti nell’albero genealogico. Il nome da dare al bambino è una scelta importante perché lui lo porterà per tutta la sua vita, ma sembra che a farci scegliere un nome piuttosto di un altro, sia il nostro inconscio, che proietterà sul nascituro le nostre speranze ma anche le nostre ferite.

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Ecco che la bambina appena nata porta il nome della nonna, scomparsa troppo presto; il piccolino viene chiamato come il primo amore della mamma, o come il dottore che le ha salvato la vita, ecc. Il loro nome è già carico di una storia particolare, di proiezioni genitoriali, di un peso che non spetterebbe a loro portare ma che viene caricato sulle loro spalle e che porteranno per tutta la vita, alla loro insaputa.

Il peso del nome e la ripetizione del passato

Il nostro nome è la prima parola che si fissa nel nostro inconscio, sarà ripetuto dalla nostra nascita alla nostra morte, ma che succede se questo nome è già stato “registrato” in passato, ad un livello più profondo: al livello dell’inconscio familiare?

Molte persone portano lo stesso nome di un membro deceduto della loro famiglia (lo zio deceduto da giovane in un incidente, la nonna tanto amata, ecc.) come se si cercasse inconsciamente di riportare una parte di loro in vita attraverso il nuovo membro della famiglia. A questa giovane vita che si apre al mondo, si carica già sulle spalle il fardello di chi è passato prima di lui e che portava lo stesso nome.

Il passato condiziona il presente: i nostri pensieri, le credenze, la nostra capacità di pensare il mondo saranno condizionati da ciò che riceveremo dal passato (genitori, nonni, educatori che sono nati prima di noi) perché l’intelletto non si forma da solo, si basa sulla trasmissione, sull’apprendimento. Se il nostro nome, il “codice” che ci identifica nel nostro albero genealogico è già stato usato in precedenza, è probabile che alcuni frammenti del passato legato al primo del nome ci siano trasmessi (dopotutto, non era forse questo il motivo per il quale portiamo questo nome?).

Il bambino che porta il nome di un altro membro della famiglia viene tacitamente incaricato di continuare l’operato della persona di cui diventa l’erede, oppure di riportarlo in vita metaforicamente parlando. Un uomo, traumatizzato dalla morte di sua madre, che chiama sua figlia con lo stesso nome di lei, dimostra di non riuscire a distaccarsi della figura materna e tenta di tenersela vicino, simbolicamente parlando, attraverso la figlia. Lui rischierà in questo modo di richiedere da lei tutte le attenzioni e l’affetto che riceveva da sua madre, rinchiudendo la figlia in un ruolo che non le spetta.

È questa la trappola dell’albero genealogico: la ripetizione.

La ripetizione velata del nome: i trucchi dell’albero genealogico

Esiste la ripetizione pura del nome e quella velata: quest’ultima consiste nel ripeterne solo una parte, oppure dare un nome diverso ma usare lo stesso nomignolo, ecc.

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Esempio: la nonna si chiama Francesca ma viene chiamata in famiglia “Ciccina” da quand’è giovane; la prima nipote femmina si chiama Caterina ma da quand’è piccola la chiamano tutti “Ciccina”, come la nonna.

Secondo le discipline summenzionate, si potrebbe vedere un’ulteriore ripetizione, sillabica questa volta, tra i due nomi: l’ultima sillaba del nome della nonna è la prima del nome della nipotina, FrancescaCaterina. Si forma una catena che lega le due donne assieme e che frena la nipote, costretta a vivere nell’ombra della nonna.

Le ferite dell’albero genealogico ostacolano i membri della famiglia

Questa ripetizione e tutto ciò che comporta incanalerebbe in qualche modo la vita del nuovo membro su un sentiero che lui non sceglie ma che gli viene imposto, e così la sua capacità di creare, innovare, inventare, verrebbe ridotta, bloccata, a volte completamente castrata.

La creazione di qualcosa di nuovo nell’albero genealogico è ostacolata dall’imitazione del passato: non c’è l’apporto di linfa nuova. Il ciclo della vita non si apre più verso l’esterno ma si chiude e si concentra in sé: in un ciclo involutivo e non più evolutivo.

Al nuovo membro non è permesso essere se stesso, l’albero lo costringe ad essere una mera fotocopia di chi è venuto prima di lui, a perseguire l’operato dell’altro e non il suo. E così, questa nuova vita viene “sacrificata” per rispondere ai nodi dell’albero genealogico: lui è solo un mezzo per ripetere il passato, non è riconosciuto come persone, come coscienza individuale.

Il nome del bambino deve essere unico, come lui

Ogni bambino che nasce deve avere il diritto di portare un nome che sia esclusivamente suo. È una creatura unica, portatrice di una coscienza individuale irripetibile e le va riconosciuta la sua unicità e autenticità. Non dovrebbe essere il clone di un membro scomparso della famiglia e nemmeno dovrebbe farsi carico delle ferite o delle nevrosi dell’albero genealogico.

Cosa fare invece se ci rendiamo conto di aver ereditato il nome di un altro membro della famiglia? In questo caso, ogni disciplina avrà il suo modo proprio per aiutare la persona a liberarsi da quel fardello; ma in senso generale, si può dire che il primo passo da compiere potrebbe essere quello di capire fino a quale punto questa ripetizione ci ha condizionato per poi aprire gli occhi sulle nostre vere aspirazioni e quali sono state quelle che abbiamo ereditato del passato e che non sono nostre.

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In questo modo, ci mettiamo nella posizione di poter affermare la nostra unicità, di riconoscerci come essere autentico ed unico e fare in modo che in questo nome non venga racchiusa la nostra identità, perché ciò che siamo va ben al di là delle parole.

Possiamo opporci al blocco veicolato dall’albero e liberarlo liberando noi stessi da quel limite. Ovviamente, questo richiede di lavorare su di sé ma al di là della trappola tesa dall’albero genealogico, c’è il dono: la consapevolezza che il nome può definirci solo fino a quando non saremo in grado di definire noi stessi; allora non sarà più il passato a dettarci chi siamo, ma saremo noi a deciderlo.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e shamanic storyteller
www.risorsedellanima.it