Nacque a Milano il 21 marzo del 1931 Alda Merini una donna che fece della sua vita un’opera d’arte; internata per la prima volta all’età di 16 per un disturbo bipolare passò la sua vita a scrivere opere intense ricche di drammaticità, forse dovute ai suoi disturbi psichiatrici, alla vita vissuta durante la guerra, povera in canna e ricca di orrori o forse dovute al distacco forzato dalle sue 4 figlie perché ritenuta “psicolabile”.

Alda Merini

“La maternità è una sofferenza, una gioia molto sofferta. Da un amante ci si può staccare, ma da un figlio non riesci”  ~ A. Merini

Alda Merini era una donna con tanti sogni, una scrittrice formidabile che già all’età di 15 anni, senza una grande cultura scolastica alle spalle, fu in grado di scrivere poesie apprezzate da Giacinto Spagnoletti un critico letterario, poeta e romanziere italiano. La sua vita fu costellata dalla violenza, prima la guerra e poi il marito che la picchiava quando era ubriaco, queste sofferenze non l’abbandonarono mai e la resero la vittima perfetta da rinchiudere negli ospedali psichiatrici, dove anche qui vide la violenza perpetrata sulle donne ricoverate, stupri da parte di preti che segnarono la sua vita da cattolica facendole avere una visione distorta della religione, il suo Dio era diventato un Dio cattivo, crudele e vendicativo.

Le parole di Alda riguardo all’internamento: «Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio, ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte. (…) Insomma, ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò e, morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio, tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio. Fu lì che credetti di impazzire».

Alda Merini

Nel 1979 Alda uscì definitivamente dall’ospedale psichiatrico e ricominciò a scrivere degli orrori e delle torture vissute all’interno della struttura dell’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano. Dopo la morte dell’amato marito (sì, nonostante la sua violenza lei lo amò sempre profondamente), Alda si risposò col poeta Michele Pierri e si trasferì a Taranto, la malattia del nuovo marito fu il pretesto ideale per i figli del poeta per allontanare la donna che cadde nuovamente in una crisi depressiva e venne ricoverata in un nuovo ospedale psichiatrico nella città che la ospitava, purtroppo le cose non erano differenti da quello milanese.

Fu solo nel 1986 che Alda Merini riuscì a trovare la pace tornando a Milano e ricominciando a scrivere, molte onorificenze e una laurea honoris causa dall’Università di Messina le furono riconosciute e divenne un personaggio di successo.

Morì nel 2009 di tumore fumando le sue “amatissime sigarette”, come dicono le sue figlie, lasciando pagine scritte, poesie, aforismi, frasi incisive, perlopiù sepolte in cassetti di amici ai quali amava regalarle, ma moltissime pubblicate e delle quali possiamo bearci; una piccola “ape furibonda“, come amava definirsi, che ha scritto della vita, quella vera, quella dolorosa, quella che lascia il segno.

“Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono”.

Ho raccolto 15 degli aforismi e poesie più belle, ma ce ne sarebbero a migliaia da leggere e da imparare, frasi attuali e incisive che segnano chi le coglie e danno un senso alla vita.

1. Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri.

2. Non mettetemi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa accorgersi più di un tramonto. Chiudo gli occhi, mi scosto di un passo. Sono altro. Sono altrove.

3. La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice.

4. Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita!

5. Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

6.  Ci sono adolescenze che si innescano a novanta anni.

7. Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto.

8. Quando la bugia sembra vera nasce la calunnia.

9. Le persone capitano per caso nella nostra vita, ma non a caso. Spesso ci riempiono la vita di insegnamenti. A volte ci fanno volare in alto, altre ci schiantano a terra insegnandoci il dolore… donandoci tutto, portandosi via il tutto, lasciandoci niente…

10. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara.

Alda Merini

11. “C’è un posto nel mondo dove il cuore batte forte, dove rimani senza fiato per quanta emozione provi; dove il tempo si ferma e non hai più l’età. Quel posto è tra le tue braccia in cui non invecchia il cuore, mentre la mente non smette mai di sognare.”

12. “La cosa più superba è la notte quando cadono gli ultimi spaventi e l’anima si getta all’avventura.”

13. Chi muore in silenzio si vendica delle curiosità altrui.

14. Non si può descrivere una cosa che non si è mai amata.

15. Io ero un uccello dal bianco ventre gentile, qualcuno mi ha tagliato la gola per riderci sopra, non so. Io ero un albatro grande e volteggiavo sui mari. Qualcuno ha fermato il mio viaggio, senza nessuna carità di suono. Ma anche distesa per terra io canto ora per te le mie canzoni d’amore.

Articolo scritto da Valeria Bonora – valeria2174.wix.com