Ti è mai capitato di sentire che dentro di te esista qualcosa che chiede di essere espresso?
Un talento, un desiderio, una direzione che forse hai messo da parte per seguire ciò che gli altri si aspettavano da te?
Nel suo celebre libro Il codice dell’anima, lo psicologo e filosofo James Hillman propone una visione controcorrente: non siamo semplicemente il risultato delle esperienze che viviamo, ma portiamo dentro di noi un’immagine originaria, una sorta di seme interiore destinato a diventare ciò che siamo veramente.
“Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.” James Hillman da “Il codice dell’anima”
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Chi era James Hillman e cosa racconta “Il codice dell’anima”
A ispirare il Codice dell’Anima, capolavoro di James Hillman, è stato il mito platonico di Er secondo il quale ogni anima sceglie un proprio compagno segreto, quello che i Greci chiamavano Daimon, i latini Genius e i cristiani angelo custode. E’ lui, nel bene e nel male, a tessere le fila del destino di colui o colei a cui è assegnato. Hillman nel libro, a riprova delle sue teorie, riporta i casi di personaggi più o meno noti, da Woody Allen a Quentin Tarantino, da Manuel Manolete a Hitler.
Il punto di vista di Hillman si discosta dalla psicologia tradizionale, da cui spesso è osservato con sospetto, perché si spinge oltre le convenzioni convinto che la psicologia debba evolversi oltrepassando i confini egocentrici del singolo, per esplorare piuttosto i misteri della natura umana.
Per Hillman uno dei limiti maggiori della psicoterapia contemporanea è la tendenza a considerare i problemi individuali come prettamente soggettivi, senza tenere conto della società circostante.
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La teoria della ghianda: il seme della nostra vocazione
Nel libro Il codice dell’anima, James Hillman propone una delle sue immagini più celebri: la teoria della ghianda.
Secondo lo studioso ogni persona nasce con un principio interiore, un’immagine originaria che contiene già una direzione, un potenziale, una particolare forma di espressione. Proprio come una piccola ghianda porta dentro di sé il progetto della quercia che potrà diventare, anche ogni individuo custodisce una possibilità unica di realizzazione.
La ghianda è il seme insito in ognuno di noi che ci chiama a realizzare la nostra missione, è il nostro potenziale nascosto.

Se in alcune persone questa chiamata si dimostra forte da subito, per altre occorre più tempo. Ma non c’è da preoccuparsi perché di fatto non scompare mai. Come ritrovarla? Ripercorrendo la propria vita, in particolare l’infanzia, che è anche la prima fase di manifestazione del daimon. Cosa ci interessava? Cosa ci colpiva da bambini? Quali giochi amavamo e quali meno?
L’idea che esista una vocazione per ognuno di noi non è solo platonica ma diffusa in numerose culture. Secondo Hillman, volendo semplificare parte del suo articolato pensiero, i segnali importanti di riconoscimento si celano spesso nelle cosiddette debolezze, quei “difetti” che si manifestano fin dall’infanzia e che normalmente vengono eliminati perché ritenuti inopportuni.
Un pensiero controcorrente visto che di solito è il talento ad essere considerato l’indicatore di un’eventuale vocazione, non certo le “disfunzioni”. Ma esistono anche delle domande che possono aiutare a individuare questo destino: chiedersi per esempio in che modo siamo utili agli altri o cosa gli altri vogliono da noi.
La domanda che Hillman ci invita a porci è: “Che cosa voglio ottenere dalla vita?”
Ma soprattutto: “Quale parte di me chiede di essere realizzata?”
Come ritrovare la propria “ghianda”
Domande da porsi:
🌱 Cosa amavo fare da bambino?
🌱 Quali attività mi fanno perdere la percezione del tempo?
🌱 Quale caratteristica che considero un limite potrebbe essere una risorsa?
🌱 Quale parte di me ho sacrificato per adattarmi alle aspettative degli altri?
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Perché non dobbiamo seguire il destino scelto dagli altri
Accettando di avere un codice, una vocazione, la vita può essere osservata in modo diverso, compresi i piccoli e grandi incidenti di percorso, che si inseriscono in una visione globale, più ampia.
A detta di Hillman la nostra società occidentale non è ancora riuscita a crescere in quest’ottica, dominata dal dio denaro, dall’economia che ci costringe a lavorare continuamente, a non avere tempo libero, a vivere sotto pressione, come in una prigione ormai nemmeno tanto dorata.
Per quanto riguarda i bambini, secondo Hillman è importante assecondare “la ghianda” senza tuttavia caricarli di assurde aspettative, ma permettendo loro di coltivarla. Dice Hillman a tal proposito:
“I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.“

Come premesso ne “Il codice dell’Anima” Hillman porta degli esempi concreti per spiegare il percorso del daimon e la sua progressiva manifestazione. Sostiene infatti che l’anima discenda nella vita attraverso quattro principali modi: tramite il corpo portandolo a crescere, tramite i genitori, accettando di essere parte di una famiglia, tramite il luogo in cui si nasce, attraverso le condizioni esterne.
Ne consegue che la felicità non può essere racchiusa in un’unica definizione, valida per tutti, perché non esiste un percorso giusto a prescindere, semmai ognuno può essere felice a modo proprio, seguendo la propria vocazione.
La felicità non va confusa con quello che la società vuole per noi, costringendoci a rispondere a modelli prestabiliti: essere socievoli, bravi a scuola, sposati, lavoratori instancabili e via dicendo. Spesso la società giudica negativamente proprio quegli esseri che non adattandosi allo status quo, non riesce a normalizzare, tacciandoli per questo come sbagliati. Ma capita che i problemi, gli errori, i difetti non siano altro che la voce dell’anima.
Tuttavia se l’individuo non riesce a sviluppare una personalità abbastanza forte ed equilibrata, la ghianda può anche causare danni cavalcando il suo aspetto distruttivo. Il daimon vuole infatti riconoscimento, vuole potersi esprimere, sta a noi indirizzarlo in modo più o meno costruttivo.
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Laura De Rosa
Articolo aggiornato il 20-07-2026





