I sistemi sociali, di qualsiasi tipo, origine, estrazione, si basano su di un netto sistema di identificazione giusto/sbagliato. I due termini hanno una valenza opposta che, quando estremizzata, si rifà al concetto di un azione o pensiero positivo ed uno negativo. Ciò fa si che la nostra mente sia spesso incastrata in un sistema di pensiero che limita la visione a trecentosessanta gradi – e più – su quella che dovrebbe essere la nostra cognizione di causa ed effetto sugli eventi che non solo riguardano noi stessi, ma spesso e volentieri la nostra reazione nei confronti dell’altro.

I sistemi sociali a cui siamo sottoposti, istruiti e abituati creano delle realtà effettive che sono incentrate sul giudizio. Dal giudizio, l’incapacità di creare empatia con l’altro, di mettersi nei panni dei dolori più che delle gioie degli esseri umani con cui siamo a stretto o lontanissimo contatto. Dal giudizio, la guerra: con gli altri e con noi stessi. Siamo portati a considerare qualcosa come giusto o sbagliato nel momento in cui lo etichettiamo, lo definiamo, spesso incapaci di riconoscere che l’essere umano ha forza immensa, ma anche immensa fragilità nel momento in cui entra in gioco l’interazione con l’opinione degli altri, con il loro schema di pensiero, che può essere spietato, può ferire a morte, può far scappare, può tormentare.

pollice

Il problema principale dei rigidi sistemi sociali in cui viviamo è che viene a mancare l’empatia. Il giudizio saggio, razionalmente accettabile che mettiamo in atto e che tanto promuoviamo, solamente in pochi casi ha aderenza e trova respiro e terreno fertile in ciò che realmente siamo come persone. Il sistema sociale non promuove in molti casi la realizzazione del sé sulla base di ciò che realmente sentiamo “essere” corretto per noi stessi. La relatività di questo concetto è devastante.

Da milioni di anni pensatori di ogni sorta si sono incontrati e scontrati in una danza eterna alla ricerca di ciò che sia effettivamente considerabile giusto o sbagliato. L’essenza, potenzialmente, si realizza solamente nella coesistenza delle due polarità: contrarie, di certo, ma complementari al fine della sopravvivenza. Nella distinzione sociale dei due termini avviene un’identificazione che diventa separazione invece che possibilità di integrazione.

Giusto e sbagliato non sono sinonimi perfetti di bene e male e se riuscissimo ad entrare in questa nuova cognizione delle cose tutto ciò che l’io compie, pensa, immagina, spera – un io che è da intendersi come individualità e non come ego – potrebbe portare ad una svolta nel modo di relazionarci con noi stessi e gli altri. La soluzione potrebbe essere rivalutare ogni tipo di etichetta che normalmente, più o meno consapevolmente, abbiamo la tendenza ad attribuire secondo la nostra personalissima etica, che non dovrebbe nemmeno necessitare di un attributo “morale”, poiché già in essa risiederebbe tutta l’umanità e il “giusto” che l’essere umano custodisce nel profondo di ogni cellula, prima che l’uso e l’abuso del giudizio e del male premeditato diventassero la costante in un mondo che spesso si basa su relazioni basate sulla menzogna, destinate a “non essere” mai.

Superare-la-paura-delle-critiche

Distruggendo il concetto socialmente (a)morale di giusto e sbagliato e seguendo ciò che la nostra essenza ritiene essere soggettivamente tale, si potrebbero dunque rivalutare i concetti di giudizio ed errore.

Sapendo che ognuno di noi segue la propria etica che si fa mezzo di manifestazione per un’etica più grande, quella dell’uomo, di una cultura, di un modo di osservare ed approcciarsi al mondo che di base unisce ogni uomo o donna in qualsiasi parte del mondo, si avrebbe la certezza che qualsiasi azione o reazione un individuo possa avere nei confronti di una situazione, non dovrebbe essere mai giudicata o catalogata come giusta o sbagliata, ma come la “propria” reazione, frutto di un vissuto, di una serie di esperienze che sono differenti e alle volte spietate, ma che sono una delle tante sfaccettature di quell’umanità che abbraccia tutti indifferentemente.

L’errore non esisterebbe perché ognuno di noi saprebbe che ciò che l’altro sta compiendo è esattamente il meglio ch’egli possa fare. Il suo meglio, non il mio o quello di chiunque altro e come tale si creerebbe una catena di comprensione, rispetto, condivisione. Nulla a che fare con la possibilità di una condanna al perbenismo: siamo individui umani, unici, differenti, contrari; ma siamo l’uno e il tutto.

Immaginiamo una società in cui l’errore non venga considerato tale, ma ogni esperienza che qui per comodità possiamo definire positiva o negativa per le nostre esistenze sia un’esperienza che ci ha permesso di evolvere: come cambierebbe il senso e la sensazione nei confronti di ciò che ci ha fatto male, se tutti riuscissimo a trasformarlo e a riconoscerne la grandezza? Si sente spesso dire che sono le esperienze negative quelle che segnano di più, ed è sicuramente vero anche perché finora ciò che deriva da una situazione negativa è considerato come la conseguenza di un errore in cui si può essere vittima o carnefice.

hands

Molti approcci alternativi alle dinamiche umane, come si ritrova spesso anche nelle costellazioni familiari, ci permette finalmente di riconciliarci con il male scaturito da un errore, da una scelta che nostra o di qualcuno prima o dopo di noi ha fatto ricadere sulla nostra vita. Viviamo con l’ansia costante di sbagliare e nella maggior parte dei casi ciò che ci terrorizza è ciò che le persone potrebbero pensare di noi, del nostro fallimento, del nostro errore. Spesso viviamo a metà perché non siamo in grado di riconoscere ciò che desideriamo, ciò che costituisce il sentiero ed il panorama che nell’ultimo giorno alla fine della vetta andremmo ad ammirare.

Evitando di considerare l’esperienza come l’errore e come ciò che può effettivamente segnare in modo distruttivo la nostra esistenza ed evitando di perpetrare quest’etica del giudizio più che l’etica dell’umanità, saremmo finalmente in grado di vivere senza sopravvivere, consapevoli che tutto ciò che facciamo e che consideriamo tentativo con la vana intenzione di mettere le mani avanti proteggendoci da un possibile fallimento a cui prepariamo psicologicamente noi stessi e le persone di cui temiamo il giudizio; potremmo godere finalmente del momento in cui inizieremo a non sentirci schiavi di schema sociale alcuno, fedeli solamente all’essenza che scorre nella voragine fra il cuore e la mente, fiduciosi che l’istinto non sbaglia e sentendosi sollevati, nella certezza che qualunque decisione prenderemo, in qualunque posto ci sposteremo, qualunque persona ameremo, qualunque sogno abbracceremo e qualunque altro lasceremo andare… sarà, perfetto e giusto per noi. Nel rapporto di causa-effetto, un solo mezzo: l’uomo. Un solo fine: l’umanità.

Di Chiara Pasin