Avete mai sentito parlare di Waterless Farming? Si tratta di una tecnica agricola rivoluzionaria, che si pone l’obiettivo di coltivare limitando o evitando l’utilizzo di acqua. Ci aiuta a capirne di più Francis Freeman, agricoltore e autore di un e-book dedicato al tema, che dopo lunghi studi ha sperimentato con successo questi metodi, ricavandone la soddisfazione di raccogliere prodotti sani e nutrienti, minimizzando il ricorso ai macchinari e alle risorse idriche.

Per capire l’importanza della waterless farming basta citare alcuni dati. La popolazione mondiale è salita dai quattro miliardi di individui del 1975 agli oltre sette del 2015, portando così a raddoppiare le esigenze di cibo in soli 40 anni. Circa il 35% delle terre emerse è già destinato all’agricoltura e all’allevamento, mentre quasi il 70% dell’acqua potabile è impiegato per soddisfare le esigenze del settore primario e 1.000 persone al giorno muoiono per cause riconducibili a carenze idriche. S’impone dunque la ricerca di nuove pratiche che possano garantire buone produzioni di cibo senza impiegare troppa acqua potabile, che potrebbe così esser destinata prevalentemente al consumo umano.

Questo è uno degli obiettivi della waterless farming, nata da motivazioni etiche, ecologiche ed economiche, che permette di estendere l’agricoltura anche in aree aride o non particolarmente fertili, contribuendo così a combattere la fame nel mondo, nonché a risolvere una serie di problemi ambientali connessi all’applicazione di tecniche agricole dannose, quali l’utilizzo di acqua fossile o prelevata dai fiumi. L’agricoltura senz’acqua si prefigge di tutelare il delicato ecosistema in cui viviamo, consentendo al contempo di risparmiare tempo, denaro e lavoro. Eliminare le irrigazioni significa infatti abbattere le spese per la risorsa acqua e i vari sistemi irrigui, limitare il ricorso ai macchinari ed evitare di trascorrere ore sui campi per dedicarsi a questa pratica, spesso noiosa e faticosa. Il tutto per ottenere alimenti più saporiti, ricchi di nutrienti e facili da conservare rispetto a quelli derivati dall’agricoltura tradizionale.

Nel suo e-book “Waterless farming”, Francis Freeman si sofferma su alcune tecniche basilari di questa disciplina, ossia l’irrigazione a goccia, la pacciamatura, il metodo Jean Pain e la tecnica RCW.

1- La prima è un metodo di irrigazione che prevede la somministrazione lenta e controllata di acqua alle piante, consentendo un risparmio della risorsa idrica del 30-70%. Questa pratica comporta vari vantaggi, poiché: evita le dispersioni di acqua dovute all’evaporazione o all’eccessivo drenaggio, così come i fenomeni di ristagno idrico causa di varie malattie; limita l’eccessivo compattamento del terreno; dota ogni pianta del giusto quantitativo di acqua grazie alla somministrazione all’orario controllato, e soprattutto può esser gestita manualmente e anche in modo automatico, permettendo di risparmiare sui costi della manodopera.

I componenti principali degli impianti di irrigazione a pioggia sono: una fonte irrigua (pozzo, canale, rubinetto ecc.); una pompa che spinge l’acqua dalla fonte fino alla coltura da irrigare; una condotta di adduzione; un gruppo di regolazione e filtraggio per aprire e chiudere l’impianto, che previene anche le occlusioni dei gocciolatori; un tubo di testata che scorre in genere perpendicolare ai campi, e infine delle ali gocciolanti, ossia dei tubi su cui sono inseriti i gocciolatori, che trasportano l’acqua nelle immediate vicinanze delle piante e possono esser posizionati sottoterra, in prossimità delle radici, o nella parte di terreno superficiale attigua alla pianta.

Al di là dell’irrigazione a goccia, che comporta costi elevati per gli impianti professionali, prevede ancora l’utilizzo di acqua e non è esente da alcune problematiche in materia di eco-sostenibilità (ad esempio il possibile, seppur difficile, rilascio di sostanze tossiche nel terreno), Freeman consiglia altri due metodi al 100% eco-friendly e totalmente privi del ricorso all’acqua, capaci di abbattere i costi e di risparmiare sul lavoro.

2- Entrambi si basano sulla tecnica della pacciamatura, che prevede di ricoprire il terreno nelle vicinanze delle piante con strati di materiali (films plastici in polietilene, tessuto o tessuto non tessuto in polipropilene o in poliestere, foglie secche, paglia, aghi di pino, trucioli di legno, scaglie di corteccia, fibra di cocco, pula del riso o del grano, sacchi di juta, strame lavorato ecc.), al fine di mantenere il suolo più umido, proteggere il terreno dall’erosione, dal gelo e dagli effetti nocivi degli agenti atmosferici, nonché evitare la crescita di erbe infestanti in prossimità delle piante coltivate. Questa pratica, che limita il consumo di acqua per l’irrigazione, contribuisce inoltre a migliorare l’aspetto estetico del terreno e le caratteristiche chimico-fisiche del suolo, favorendo anche la maggior precocità delle colture e proteggendole dall’attacco di alcuni parassiti.

Le operazioni di pacciamatura sono piuttosto semplici e ormai sempre più diffuse in agricoltura. Combinando queste tecniche con l’irrigazione a goccia con impianto interrato si possono ottenere rilevanti risparmi di acqua (75%), ma se è vero che la mission principale della waterless farming è quella di evitare del tutto il ricorso alla risorsa idrica, Freeman ci spiega due tecniche che hanno il pregio di mirare a questo obiettivo.

3- Partiamo dal metodo Jean Pain (dal nome del suo ideatore), che consente di rinunciare alle irrigazioni per tre mesi, facendo ricorso al compost di bosco. Per compost intendiamo una specie di terriccio ottenuto dalla decomposizione e umificazione di un misto di materie organiche, operata da macro e microrganismi in presenza di ossigeno. Jean Pain scelse rami e rametti di bosco per tale utilizzo partendo dalla semplice osservazione della natura. In un bosco è infatti evidente che la terra si nutre in primis di materia vegetale, poiché i rami e le foglie che cadono dalle piante si posano sul terreno sottostante, dando origine al cosiddetto humus vivus che assolve a tutta una serie di funzioni, poiché fornisce il nutrimento alle piante, limita la crescita di erbacce, impedisce l’erosione, protegge il terreno dagli agenti atmosferici e contribuisce a far vivere piccoli animali (lombrichi, roditori, insetti ecc.) e a far crescere i funghi e i frutti di bosco.

Jean Pain sperimentò questo processo anche in agricoltura e riuscì a coltivare senz’acqua per ben 90 giorni durante la calda estate francese. Vediamo come funziona questo metodo. Per la preparazione del compost bisogna procurarsi dalla più ampia varietà di piante dei rametti “freschi” – ossia verdi e appena tagliati – preferibilmente piccoli e con diametro inferiore agli otto millimetri, allo scopo di non alterare l’ecosistema e sfruttare appieno la loro ricchezza di sostanze nutritive e velocità di decomposizione. Per procurarseli basta approfittare dello sfoltimento del bosco o degli scarti della potatura, ma qualora non disponeste né del primo né di piante da potare, basta rivolgersi a boscaioli, industrie del legno, giardinieri, potatori professionisti o enti per la gestione del verde pubblico.

Una volta forniti dei rametti, bisogna allestire un sito per il compostaggio dei materiali, che dovrebbe esser posto su una superficie possibilmente piana, in un luogo naturale ben areato e con scarsa vegetazione circostante: l’ideale è un prato pianeggiante con erba rasa. A questo punto la materia vegetale deve essere impregnata di acqua. Il metodo migliore prevede di immergere i rametti in recipienti costituiti da materiali di origine naturale (ad esempio vasche in pietra, bidoni in legno o abbeveratoi per cavalli), quindi di rigirarli con forza mediante attrezzi manuali o meccanici. Il materiale va mantenuto pressato facendo una zavorra con pietre o altri oggetti pesanti, riempiendo al contempo il recipiente con acqua. Dopo uno o più giorni i rametti devono essere tolti e posti un po’ per volta nel sito di compostaggio già preparato, pressandoli bene fino a formare un bel cumulo di materiale da compostare, dal volume minimo di almeno quattro metri cubi.

Dopo circa tre settimane il mucchio va smosso con forconi o altri attrezzi per sminuzzare ulteriormente i materiali vegetali rimasti. In questo momento il cumulo dovrebbe avere un colore marroncino e un odore acido, mostrandosi piuttosto tiepido al tatto. Tali caratteristiche testimoniano che la fermentazione ha avuto inizio. A questo punto occorre formare dei nuovi cumuli a forma di prisma triangolare, spostando i rametti in un sito posto nelle vicinanze. Il triangolo di base dovrebbe essere lungo 2,2 e alto 1,9 metri, mentre la lunghezza delle facce laterali del prisma dipende dalla quantità di materiale da compostare. Questi nuovi ammassi di resti vegetali non devono esser pressati troppo ma lasciati accumulare in modo naturale, quindi coperti con uno strato di circa due centimetri formato da terra o sabbia. Sulla cima del prisma viene poi costruito una specie di tetto con grossi tronchi o pali di legno, che serve a riscaldare internamente il cumulo e a proteggerlo dagli agenti atmosferici. Dopo circa 90 giorni i vari ammassi si saranno trasformati in compost di altissima qualità, pronto a esser utilizzato in agricoltura.

Trascorso questo periodo di tempo, il compost può esser applicato sul terreno con operazioni molto veloci. Sparso in uno strato omogeneo spesso circa sette centimetri, deve esser rapidamente coperto per intero con un altro strato di pacciamatura composto da materiale organico (paglia o foglie secche) di circa 10-15 centimetri. Al momento della semina basterà aprire dei solchi su questo strato di compost e pacciamatura, avendo cura di porre i semi nel terreno. Man mano che le piantine germoglieranno e cresceranno, il solco deve esser gradualmente richiuso, spostando con attenzione il compost e lo strato di superficie soprastante. Nel caso di trapianto dal semenzaio al terreno è buona norma bagnare prima le radici delle piantine in una soluzione composta con un terzo di argilla rossa, un terzo di compost e un terzo di acqua, mentre qualora si fosse in presenza di un clima particolarmente torrido e assolato si consiglia di ricoprire le piantine coltivate con degli ombreggianti (ad esempio un pergolato), per farle attecchire meglio ed evitare irrigazioni.

Con questo metodo, Jean Pain riuscì a coltivare senza acqua per tutto l’anno in Francia, poiché utilizzava il procedimento sopra indicato per i tre mesi con clima torrido e siccitoso (da metà giugno a metà settembre), approfittando poi del tempo più fresco e piovoso per gli altri nove mesi dell’anno. In generale tale tecnica assicura comunque di non ricorrere all’irrigazione per almeno 120 giorni. Il tempo in cui è possibile fare a meno dell’acqua varia poi naturalmente a seconda delle differenti condizioni climatiche.

4- Vi è però un altro metodo che garantisce risultati migliori rispetto a quello appena trattato: si chiama cippato di ramaglie fresche (sigla RCW in inglese) e permette di coltivare senza risorse idriche per ben tre anni di seguito. Applicata per la prima volta da due professori dell’Università Laval di Quebec City (Canada) negli anni Settanta-Ottanta, è stata ripresa con successo prima in Francia e poi da migliaia di altri agricoltori biologici sparsi in tutto il mondo. Cosa s’intende con metodo RCW? Semplicemente una tecnica di agricoltura biologica tesa a concimare e arricchire il suolo evitando l’uso di acqua.

Utilizzabile con successo con qualsivoglia clima o tipo di terreno (la sua efficacia diminuisce solo con suoli idromorfi caratterizzati da ristagno temporaneo o permanente di acqua), si basa sull’utilizzo di ramaglie fresche da spargere e successivamente incorporare nel terreno, prevedendo somiglianze ma anche differenze significative rispetto alla tecnica Jean Pain. In questo caso la scelta delle piante da cui prelevare i rametti è molto più selettiva. Vanno scartate le conifere, perché resinose e tendenti ad acidificare il suolo, mentre le preferite sono le angiosperme, ossia le piante chiamate comunemente latifoglie, che presentano foglie diverse dagli aghi. Tra queste le migliori sono le decidue (o caducifoglie) e le specie climax, ovvero quello che rappresentano lo stadio finale dell’evoluzione di un ecosistema in una successione ecologica: in parole più semplici, le piante che caratterizzano un determinato ambiente, tipico di un territorio. Nell’area mediterranea i risultati migliori sono assicurati da: Fico comune, Bosso, Albero del Paradiso, Bagolaro, Caprifoglio mediteranneo, Viburno Tino, Sambuco comune, Storace e Olivo.

Per quanto riguarda le altre differenze rispetto al metodo Jean Pain, quello del cippato di ramaglie fresche prevede l’utilizzo di rametti di diametro inferiore a sette centimetri, sminuzzati in modo da ottenere scaglie comprese tra due e cinque centimetri cubici, che devono essere immediatamente sparsi sul terreno dopo esser stati raccolti e spezzettati. La tecnica RCW esclude inoltre qualsiasi ricorso all’acqua in tutto il processo di preparazione del compost e impiega rametti privi di foglie, al fine di evitare la proliferazione di batteri nocivi nello strato superficiale del terreno. Dopo una prima fase di spargimento (per un’altezza compresa tra due e cinque centimetri e non sette come nel metodo Jean Pain), vi è poi quella di incorporamento dei rametti nel terreno, che origina una complessa e proficua catena trofica, indispensabile per fare a meno dell’acqua.

L’applicazione della tecnica RCW è molto semplice: una volta scelto il terreno e forniti dei rametti freschi dallo spessore non superiore ai sette centimetri, basta spezzettarli e sminuzzarli per ottenere il legno cippato, mediante un’operazione manuale con delle forbici da poto o una roncola (lavoro faticoso, lento e adatto solo per piccoli appezzamenti) o meccanica mediante l’utilizzo delle cippatrici, che possono essere acquistate o semplicemente affittate, visto il loro alto costo. Il volume del legno cippato deve essere compreso tra due e cinque centimetri cubici, perché se inferiore a due otterremo una segatura che consumerebbe più azoto sottraendolo alle colture, e se maggiore a cinque rallenterebbe la decomposizione del legno, riducendo così gli effetti benefici di questa tecnica. In media, per ricoprire 1000 metri quadri di terreno occorrono circa 30 metri cubi di cippato, ottenuto da circa 300 metri cubi di ramaglie fresche.

Tra la raccolta dei rametti, il loro sminuzzamento e lo spargimento sul terreno non dovrebbero passare più di tre giorni, perché ciò che interessa a questo metodo è la linfa della pianta ricca di sostanze nutritive, che più passa il tempo più tende a prosciugarsi. Per spargere il cippato in modo omogeneo basta utilizzare una forca o un rastrello per superfici piccole o, in alternativa, uno spargiletame per appezzamenti più ampi. Una volta applicato sul terreno, prenderà vita quella catena trofica fondamentale per la buona riuscita della pratica, col terreno che diventerà più scuro e sarà popolato da funghi, lombrichi, vermi e insetti utili. Dopo un numero variabile di mesi (in genere due dopo lo spargimento), il cippato va miscelato insieme allo strato superficiale del terreno sottostante con una forca o un rastrello (per superfici piccole), o un vibrocoltivatore (per estensioni più grandi), finché diventa un composto omogeneo di circa 10 centimetri. A questo punto, dopo un periodo che varia a seconda dei casi, tutto sarà pronto per la semina.

Il metodo RCW esclude qualsiasi tipo di lavorazione e irrigazione per ben tre anni consecutivi, nel corso dei quali è consigliato di tenere il terreno sempre occupato da coltivazioni e di attuare una rotazione delle colture, per evitare la comparsa di infestanti. Trascorsi i tre anni, si può lasciare a riposo il terreno per 12 mesi oppure procedere a una nuova applicazione di cippato sul terreno, avendo cura di spargere e poi interrare uno strato inferiore rispetto a quello del primo utilizzo (possono bastare uno o due centimetri). Per capire quando piantare dopo l’incorporamento, ogni agricoltore dovrebbe fare attente valutazioni in base a fattori quali il clima e il tipo di terreno.

In sintesi, la tecnica RCW ammortizza completamente i costi di irrigazione, non richiede lavorazioni per tre anni dopo quelle iniziali e di semina e raccolta, è estremamente economica perché limita l’impiego di manodopera e non necessita di interventi fitosanitari e di concimazione, e infine si contraddistingue per l’alta qualità dei prodotti, come dimostrato da numerosi studi scientifici che evidenziano come quest’ultimi abbiano una percentuale maggiore di sostanza secca rispetto a quelli coltivati con le tecniche tradizionali, risultando più saporiti, nutrienti e facili da conservare.

Enormi vantaggi di un settore ancora oggi di nicchia, che rappresenta una scelta responsabile per il bene del pianeta.

Marco Grilli