Era commercializzato come extravergine ma in realtà si sarebbe trattato di semplice olio vergine d’oliva, di minor qualità, pregio e costo. I rappresentanti legali di sette importanti aziende olearie (Carapelli, Bertolli, Coricelli, Sasso, Santa Sabina, Primadonna e Antica Badia) sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di frode in commercio. Queste le prime conclusioni dell’inchiesta condotta dal Pm di Torino Raffaele Guariniello, attivata in seguito a una segnalazione pervenuta da un periodico specializzato, “Il Test”.

La testata a tutela dei consumatori ha fatto analizzare dal laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli 20 bottiglie di olio extravergine tra le più vendute nei supermercati italiani. I campioni sono stati sottoposti sia all’esame organolettico del “panel test” (prove di assaggio e olfattive del prodotto da parte di esperti), che all’esame chimico (perossidi, acidità, alchil esteri), per andare a riscontrare il rispetto dei parametri di legge.

I risultati sono stati impietosi: ben nove dei 20 extravergini sono stati declassati a semplici oli vergini per le attribuzioni organolettiche negative. I campionamenti effettuati successivamente dai Nas di Torino, su ordine della Procura, hanno confermato la minor qualità di questi oli rispetto a quanto segnalato sulle etichette. Sia chiaro, non vi sono problemi per la salute perché nessuna delle sostanze analizzate risulta nociva, ma resta sul tavolo l’ipotesi che le aziende coinvolte abbiano commesso una frode alimentare, perché potrebbero aver venduto un prodotto indicando delle qualità che non aveva.

Mentre proseguono le indagini per accertare anche la provenienza delle olive, la Procura di Torino starebbe ipotizzando nuove ipotesi di reato, quali la “vendita di prodotti industriali con segni mendaci atti a indurre in inganno il compratore sulla qualità del prodotto” (art. 517 del Codice Civile che prevede pene fino a due anni di reclusione). Come comunicato in una nota del Procuratore capo del capoluogo piemontese, Armando Spataro, il fascicolo è stato dunque trasferito per competenza territoriale alle procure di Firenze, Genova, Spoleto e Velletri, «in quanto i luoghi di produzione degli oli oggetto delle indagini si trovano nei loro rispettivi circondari (4 in quello di Firenze e uno per ciascuna delle altre tre città)».

Le reazioni dei consumatori non si sono fatte attendere: Federconsumatori e Adusbef hanno richiesto il ritiro dal commercio dei prodotti in questione per la loro corretta ri-etichettatura, un intervento dell’Antitrust verso quella che è stata considerata una sorta di pubblicità ingannevole, un dettagliato piano di controlli con norme e verifiche più stringenti da parte del Ministero dell’Agricoltura, nonché sanzioni adeguate per chi bluffa. Ancora più in là si è spinto il Codacons, che ha inserito sul proprio sito (www.codacons.it) un modulo a disposizione dei cittadini che hanno consumato gli oli finiti nel mirino, allo scopo di permettergli di costituirsi come parte offesa nel procedimento avviato e chiedere il risarcimento per il danno subito.

Segue con attenzione le indagini anche il Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali (Mipaaf) Maurizio Martina, che ha ribadito la necessità di tutelare questo settore strategico del Made in Italy – lo confermano le cifre stilate dalla Coldiretti con 250 milioni di piante su 1,2 milioni di ettari, un fatturato stimato in due miliardi di euro e un impiego di manodopera per 50 milioni di giornate –, nell’interesse dei consumatori e delle migliaia di aziende oneste impegnate nella nuova campagna di produzione.

Martina ha garantito il massimo impegno del Mipaaf nel rafforzare i controlli, anche in virtù degli scarsi risultati produttivi dell’annata olearia 2014 (300mila tonnellate a fronte delle 600mila di fabbisogno nazionale), che hanno provocato un boom delle importazioni con l’arrivo dall’estero di ben 666mila tonnellate di olio d’oliva e sansa (+ 38% rispetto al 2013). «Va ricordato che nel corso del 2014 l’Ispettorato per il controllo della qualità e la repressione delle frodi ha effettuato oltre 6mila controlli sul comparto sequestrando merce per un controvalore di 10 milioni di euro», ha affermato il ministro.

Le aziende coinvolte nel presunto scandalo negano ogni accusa, ribadiscono che i loro oli rispettano i più elevati standard qualitativi e le norme in vigore, e concentrano i loro attacchi contro il metodo del “panel test” alla base dell’inchiesta, considerato poco attendibile perché soggettivo, non ripetibile e non riproducibile. Su questa posizione si schiera anche l’Associazione delle industrie olearie (Assitol), che ricorda come basti una semplice disattenzione nella conservazione del prodotto per falsare le prove di assaggio, pur condotte da esperti. Il “panel test”, che ricordiamo ha valore legale in base al Regolamento comunitario 1348/2013, continua dunque a far discutere sulla sua attendibilità, schierando su fronti contrapposti gli esperti d’olio, che sostengono la sua validità, e le grandi industrie olearie, che lo considerano un metodo d’analisi insufficiente.

Resta però un problema di fondo: per l’olio d’oliva non esiste ancora una legge sulla tracciabilità, mentre sono consentite le miscele (“blending”), a patto che siano indicate in etichetta. In pratica, nei nostri supermercati possono arrivare bottiglie di olio extravergine con solo il 16% di prodotto italiano, perché è possibile, ad esempio, importare il meno costoso olio vergine tunisino, che può poi esser mescolato col vero extravergine.

Ciò è permesso dal Regolamento comunitario 182/2009, che a tutela del consumatore impone però l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del prodotto, così come le miscele. Mette in guardia dai rischi del blending Coldiretti, che in un comunicato rivela che «l’Italia è il secondo produttore mondiale dopo la Spagna ma anche il primo importatore mondiale di oli di oliva che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri. Un comportamento dietro il quale si possono nascondere più facilmente le frodi e le sofisticazioni a danno del vero Made in Italy».

A tutela dei consumatori, la stessa organizzazione di categoria consiglia di controllare le etichette e la scadenza, scegliere l’extravergine nuovo dando un’occhiata all’annata di produzione, preferire l’acquisto di extravergine a Denominazione di origine protetta (Dop) – ossia quelli in cui è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al 100% da olive italiane –, nonché di acquistare direttamente dai produttori nei frantoi.

Per garantire la massima trasparenza nel settore, Coldiretti invita ad attuare la rigorosa cornice normativa definita con la legge 9 del 2013 e ad applicare le norme previste, «a partire dal controllo di regimi di importazione per verificare la qualità merceologica dei prodotti in entrata per cui, ad esempio, l’olio d’oliva viene spacciato per l’olio extravergine d’oliva e l’olio di sansa passa per olio d’oliva. Inoltre servono i controlli per la valutazione organolettica del prodotto che consentirebbero di distinguere e classificare gli oli extravergine d’oliva individuandone le caratteristiche, mentre bisogna fissare le sanzioni per il mancato uso obbligatorio dei tappi antirabbocco nella ristorazione, dove continuiamo a trovare le vecchie oliere indifferenziate».

I tentativi di tutelare questo fiore all’occhiello del Made in Italy si spiegano coi suoi infiniti pregi: l’olio extravergine d’oliva è l’unico che si ottiene dalla prima spremitura a freddo dei frutti dell’olivo, mediante solo processi meccanici (pressione, centrifugazione e sgocciolamento naturale a freddo). Questo prodotto non è sottoposto a nessun tipo di raffinazione chimica e deriva esclusivamente da olive fresche e di prima qualità colte e spremute, che non hanno subito alcun trattamento se non il lavaggio, la separazione da rametti e foglie, la centrifugazione e la filtrazione. La sua eccellenza deriva poi dal basso tasso di acidità (che non deve superare lo 0,8%) e dalla valutazione gustativa che risulta pari o superiore a 7 su 9 (al “panel test” la mediana dei difetti deve essere pari a zero e quella del fruttato maggiore di zero). In sintesi, tutti gli oli non classificati come extravergini sono caratterizzati da un’alta acidità e difetti gustativi, essendo andati incontro a processi di raffinazione: solo i primi mantengono inalterate le caratteristiche organolettiche e chimiche, che possiamo facilmente riscontrare a tavola quando assaporiamo cibi cucinati o conditi con questa delizia!

Riconoscere un buon extravergine non è così difficile. Questo tipo di olio si contraddistingue per il profumo aromatico e molto accentuato, il colore intenso che varia dal giallo oro al verde smeraldo a seconda delle varietà di olive utilizzate, e il sapore sapido e complesso che lo rende enormemente diverso da un semplice olio d’oliva che non sarà mai in grado di esaltare l’aroma di un piatto come il primo. Senza dimenticare le infinite proprietà benefiche di un buon extravergine, che combatte con efficacia alcune delle più comuni patologie, stimola la digestione, tiene sotto controllo il colesterolo, è un ottimo antinfiammatorio e spicca per il suo alto contenuto di antiossidanti, utili a combattere i radicali liberi e a contrastare l’invecchiamento cellulare e il deterioramento dell’organismo.

Per chi vuole esser sicuro di acquistare un prodotto di qualità occhio anche al prezzo: un olio extravergine che costa meno di 6-7 euro al litro è sicuramente sospetto, perché tale cifra non copre neanche i costi di produzione. Intanto lascia ben sperare l’attuale annata produttiva, sicuramente migliore rispetto a quella del 2014 (grazie anche all’andamento climatico favorevole), che dovrebbe attestarsi intorno alle 400mila tonnellate (+30% rispetto all’anno precedente). Le minori importazioni potrebbero scongiurare il rischio di ulteriori truffe, che consistono non solo nel “tagliare” l’extravergine con oli di minor qualità e costo provenienti dall’estero, senza indicare in etichetta l’origine delle materie prime, ma anche nell’addizionarlo con oli ottenuti dalla soia, beta-carotene e clorofilla, ossia con sostanze che non hanno nulla a che vedere con le olive e servono unicamente a mascherare il colore e il sapore del prodotto. I metodi di verifica oggettiva della tracciabilità dell’olio basati sull’analisi del DNA, che stanno per esser messi a punto dalle forze dell’ordine, potranno fornire un valido aiuto per scoprire queste illegalità.

Per chiudere con una nota di ottimismo, segnaliamo che in sede ministeriale si è appena giunti a stipulare un accordo tra le associazioni di categoria per la valorizzazione dell’intera filiera olearia, dalla produzione olivicola, all’industria, fino alla commercializzazione. Tra i punti del documento citiamo le importanti misure di qualità e trasparenza che impronteranno il rapporto della filiera coi mercati esteri, l’impegno a garantire specifiche qualità organolettiche del prodotto, nonché la corresponsione di 40 centesimi di euro al Kg in più per coloro che produrranno oli extravergine qualitativamente superiori e con un acidità massima dello 0,4%. Al contempo è stato definito anche il nuovo Piano olivicolo nazionale, considerato dal ministro del Mipaaf Martina come «uno strumento fondamentale per sostenere le politiche di aggregazione del comparto e lavorare al recupero anche quantitativo della produzione di olio Made in Italy».

Buone nuove per uno dei settori più rappresentativi e strategici di tutto il patrimonio agroalimentare italiano.

Marco Grilli