Le cene al buio: cosa si impara mangiando ad occhi chiusi

Cosa si prova nell’assaporare un cibo ad occhi chiusi? La food blogger di Silla e Pepe ci ha provato in occasione di “Stili e Sapori” di Padova, e ha scoperto un nuovo mondo. La vista è un senso che utilizziamo molto anche a tavola ma mangiare privandosi della possibilità di guardare il cibo, è tutt’altra cosa. Ci si abitua a privilegiare altri sensi, meno sviluppati, e al tempo stesso si ha la possibilità di mettersi nei panni di chi, non per scelta, ha perso la vista. Non solo quindi un modo diverso di approcciarsi al cibo, che stimola l’olfatto, il tatto e persino l’udito, ma anche un’occasione per sensibilizzare le persone sul tema della cecità.

Le cene al buio: cosa si scopre mangiando ad occhi chiusi

Su iniziativa della food blogger di Silla e Pepe, in collaborazione con l’Unione dei ciechi e degli ipovedenti di Verona, nascono le cene al buio, organizzate in ambienti oscurati al fine di risvegliare gli altri sensi. Autentici protagonisti sono sapori, profumi e i dialoghi con i vicini di posto, senza interferenze da parte della vista.

Le cene al buio, rigorosamente con menù a sorpresa e possibilità di prenotare menù per celiaci, intolleranti al lattosio, vegetariani e vegani, rappresentano un’esperienza unica nel suo genere, volta a sensibilizzare le persone vedenti nei confronti della cecità. Parte dell’incasso è infatti destinato all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Verona, Onlus fondata nel 1920, che favorisce l’attuazione dei diritti umani, civili e sociali dei ciechi promuovendone l’equiparazione sociale e l’integrazione nella vita civile.

La cecità secondo un non vedente

Non è semplice mettersi nei panni di una persona cieca, capire cosa si prova nel vivere senza vista, ma la sensibilizzazione nei confronti del problema è importante perché la qualità della vita di un non vedente dipende anche dalla società circostante. A tal proposito  Mauro Marcantoni, sociologo e giornalista non vedente, autore di “Vivere al buio. La cecità spiegata ai vedenti“, sostiene che la nostra società sia strutturata su misura (solo) di chi vede bene e che questo approccio non sia affatto favorevole nei confronti dei ciechi, e più in generale di chi si ritrova a convivere con altre forme di “diversità”.

Marcantoni suggerisce l’importanza di riconoscere la diversità in quanto tale, imparando a considerarla una risorsa anziché un difetto e offre, nel suo libro, una serie di consigli per i vedenti affinché vivano accanto ai ciechi in tranquillità, evitando di stereotiparli e confinarli entro “gabbie”. Marcantoni sottolinea anche l’eccessiva importanza che la nostra società attribuisce alla vista, canale di contatto privilegiato, che tuttavia non basta per costruire relazioni autentiche: “Se vogliamo costruire relazioni che non siano frivole e inconsistenti ci vuole anche altro. Ci sono richiesti profondo rispetto, capacità di confronto e grande spirito di accoglienza“. Qualità che probabilmente i non vedenti riescono a sviluppare più rapidamente di un vedente, dal momento che sono costretti a fare a meno della vista. A dimostrazione che i presunti “difetti” o le mancanze apparentemente più difficili, possono rappresentare una risorsa, purché si sia disposti a viverle secondo un’ottica nuova.

Forse quelle che noi, “normali”, consideriamo malattie, come la cecità, non sono tali. Le malattie, come suggerisce Marcantoni nel suo libro, fanno stare male, si guariscono, oppure portano alla morte, mentre la cecità non guarisce e permette di vivere bene, se si impara ad accettarla e soprattutto a non giudicarla: “Ora, forse, ti senti un po’ spaesato: l’idea che sia un cieco e non un “esperto di ciechi” a spiegarti come rapportarti a loro, ti sembra bizzarra. Sarebbe come se fosse un malato mentale a spiegarti come comportarsi con lui. “Di solito è un medico a dire cosa si deve fare, un professionista. Come se la cecità fosse una malattia. Per le malattie si sta male, si guarisce, oppure si muore. I ciechi, invece, possono stare meglio, non guariscono, ma continuano a vivere.”

Cosa possiamo imparare dai non vedenti

Impariamo a considerare qualunque forma di diversità, inclusa la cecità, come una ricchezza anziché etichettarla in modo negativo. Essere diversi dalla maggioranza delle persone non significa essere “inferiori” o meno capaci e di sicuro avere un senso meno sviluppato di altri non rende un individuo meno interessante, anzi può rappresentare un punto di forza, un tratto distintivo, purché non ci si lasci sopraffare dalla paura di non corrispondere agli standard.

Impariamo a porci in modo nuovo nei confronti delle minoranze, abbandonando stereotipi e quel tipico atteggiamento compassionevole che alimenta, indirettamente, i soliti pregiudizi. Sforziamoci di aprire i nostri orizzonti, valorizziamo la diversità, osserviamola da prospettive nuove, potremmo scoprire che non è un limite ma una straordinaria risorsa. Un cieco può insegnarci ad assaporare il mondo, a gustarlo in altri modi anziché “osservarlo” con la vista, come siamo abituati a fare, e un’esperienza simile non può che arricchire.

Laura De Rosa

mirabilinto.com

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Laura De Rosa

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avatar Articolo scritto da Laura De Rosa il 18/02/2018
Categoria/e: Anteprima, Rassegna Etica.



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