Il cambiamento è l’unica costante nella vita dell’uomo. Nascere, crescere, sperimentare, fallire, gioire, persistere, lasciare, ricominciare. Ogni fase rintocca alla mezzanotte dell’attimo nell’animo, che arriva quasi sempre inaspettata. Perché la vita è esattamente come quel navigatore cui ti affidi con l’intento di raggiungere una meta prefissata. L’indirizzo lo conosci ed idealmente sai esattamente dove dovresti/vorresti arrivare: gira a destra, prosegui dritto, svolta a sinistra fra 100 metri. Poi, all’improvviso, si perde il contatto con il satellite della mente perché le necessità del cuore fanno interferenza, il dispositivo va in tilt, come la vita che avevamo programmato al minuto aspettandoci funzionasse e che si ribella e non risponde alla tabella di marcia.

“Fare inversione appena possibile”.

È un momento, un incontro, un’arrabbiatura, un sogno nel cassetto. Si torna indietro alla rotatoria delle nostre convinzioni per ripartire imboccando una strada sconosciuta, entusiasmante, potenzialmente e simultaneamente perfetta o fuorviante, in attesa che il navigatore torni in sé per confermarci che sì, siamo stati più bravi di lui nel trovare la via su cui proseguire.

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La grandezza, il mistero, la potenza del cambiamento risiedono nel momento in cui la sovrastruttura di pensiero a cui ci aggrappiamo inizia a percepire le prime scosse di terremoto: la rivoluzione, si sa, giunge da dentro e la parte più profonda della terra da cui proveniamo esibisce fermento e tormento come campanello d’allarme per permettere al navigatore fondamentale, il nostro istinto, di risintonizzarsi con noi stessi, con il senso della nostra vita, con quel panorama spettacolare sul mare dell’esistenza che costituirà il punto d’arrivo e d’inizio.

La civilizzazione più che la storia della civiltà ci hanno portato all’ossessivo bisogno di esercitare il controllo sulle situazioni. La chiave per vivere bene non è poter controllare gli eventi, ma saper valorizzare l’inaspettato trasformandolo in opportunità di crescita.

Pianificare, avere degli obiettivi, è positivo poiché permette di focalizzare le nostre energie verso un’intenzione, mettendoci impegno, valutando le priorità. Il problema sorge quando si pianifica una vita sulla base di ciò che viene socialmente accettato come giusto e non quando ci si ferma a prendere fiato in mezzo al traffico di automobili e pensieri agli incroci delle nostre giornate, chiedendosi quale sia la propria direzione. Il massimo potenziale delle persone si manifesta nel famosissimo “problem solving”, che io proporrei come “life adaptation”: a poche persone ed in pochi casi il mezzo o la modalità individuata per perseguire uno scopo sono stati realmente quelli utilizzati per raggiungerlo. Lungo la corsa, di fronte all’ostacolo che si è materializzato all’ultimo secondo o a quello che si è potuto scorgere da lontano, la soluzione è sempre stata la stessa: saltare… e avere fiducia.

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La spinta al salto è un’urgenza dell’anima a mettersi al riparo, non aggirando la situazione ma affrontandola. Resistere ai cambiamenti di rotta che la vita in quanto entità mutevole e miracolosa presenta sul cammino di una persona è un po’ morire alla possibilità di rinnovarsi, crescere, imparare. Spesso non siamo in grado di leggere nell’immediato fra le righe dell’incertezza intravedendone dietro l’infinito orizzonte di aria pura che ci attende. Ancora più spesso, sono cambiamenti solo se spaventano. Ma resistere all’infinito per timore di spezzare le catene del nostro credere di essere ‘finito’ e della nostra limitatezza – solo mentale – porterà alla creazione di altre situazioni con diversi contesti che riproporranno la medesima sfida; la vita ci porta sempre ed esattamente dove dobbiamo arrivare, attraverso il fuori programma, perché essa come un prestigiatore aspetta solamente l’occasione giusta per sorprenderci.

Resistere al cambiamento può inoltre creare uno scompenso a livello psicosomatico: l’ansia per esempio, è la rappresentazione della paura, del peso che ci assale quando ci ritroviamo di fronte a situazioni che abbiamo riserva ad affrontare. Per esperienza, posso affermare che il sintomo passa nel momento esatto in cui si prende coscienza di quale sia il complemento di specificazione della nostra paura e nella frazione di secondo in cui si decide, si accetta il cambiamento dentro e fuori di noi passandoci attraverso. Il modo migliore per uscire da una situazione, è, sempre, passarci attraverso. Per cui, meglio iniziare con un po’ di coraggio, la nostra volontà è pronta per principio a recepire ciò che sta solo aspettando di essere vissuto.

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Posticipare il cambiamento in attesa del giorno in cui “saremo pronti” è una scelta che va rispettata, perché permettere la maturazione di una decisione può consentire di farla crescere su radici robuste. Posticipare per ovviare o aggirare la questione, invece, non funziona mai. Il momento giusto è sempre questo, perché esistiamo in un presente continuo che ci permette di sperimentare un continuo rinnovamento. Bloccare, significa porre un limite alla nostra natura infinita.

Siamo uomini, siamo donne che specialmente in questa generazione hanno la possibilità di far esplodere di intensità i colori della propria anima annaffiando il mondo con la loro meraviglia: lasciare vite, ruoli, situazioni preconfezionate – ormai surgelate – ed aprirsi al nuovo, abbandonando un’inutile necessità di controllo in favore di una radicata e consapevole pratica dell’adattamento è la rivoluzione in un passo. Lo scopo del cambiamento è consentirci di fluire in armonia con la vita mantenendo ben saldo il timone del nostro essere, che si scopre capace di affrontare le tempeste, il vento forte e di godere del tepore del sole accompagnati solo da un’unica certezza: ci saranno sempre nuove albe e nuovi tramonti pronti a lasciarsi ammirare.

Abbraccia il cambiamento, abbi cura di splendere.

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di Chiara Pasin