Con questo articolo non ho la pretesa di dare una risposta ad un qualcosa su cui l’umanità si interroga da sempre, ma solo proporre dei piccoli spunti maturati dalla mia esperienza personale e lavorativa.

Comune è la paura della morte, anche i più fortunati, che si possono aggrappare ad una fede che li rassicura, la temono. Quando questa arriva e compare nella nostra vita colpendo qualcuno a cui vogliamo bene le emozioni che emergono sono la rabbia, la tristezza, il senso di colpa, il disorientamento e la paura. Inoltre, quando il decesso si verifica in una famiglia in cui sono presenti dei bambini, solitamente si aggiunge l’imbarazzo; spesso non si sa come affrontare l’argomento e, in buona fede, si commettono degli errori.

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Si parte, infatti, dal presupposto che bisogna proteggere i bimbi, assolutamente vero, ma in questo specifico caso si deve anche prendere coscienza che tutelarli non significa negare l’esistenza di un evento reale, che inevitabilmente incontreranno nel loro cammino, sia per esperienze personali sia guardando la TV.

Prima di tutto è importante ricordare che lo sviluppo emotivo dei minori è influenzato dai genitori e dagli adulti di riferimento. I bambini, sin dalla nascita, imparano a riconoscere, esprimere e regolare le emozioni proprio partendo dalla relazione con le loro figure di attaccamento e con l’ambiente sociale. Questo vale tanto per le emozioni positive quanto per quelle negative. Da ogni evento, quindi, si può imparare qualcosa e anche dalle situazioni tristi possono emergere grandi lezioni di vita, come capire che piangere non è segno di debolezza e che anche gli adulti lo fanno.

È importante, inoltre, sapere che i più piccoli hanno un pensiero che si definisce “egocentrico” cioè la loro mente, in via di sviluppo, è strutturata in modo da credere che tutto giri intorno a loro. Sulla base di queste nozioni e focalizzandosi sul nostro tema pensiamo a quanto spesso ai bambini la morte viene spiegata come “è partito per un viaggio”, questo non è un modo adeguato in quanto un’affermazione di questo tipo li porterà a farsi tutta una serie di domande:

“quando torna?”
“è colpa mia o è arrabbiato con me se è andato via senza neanche salutare?”
“perchè tutti piangono?”
“Perchè non chiama?”

Questi sono alcuni esempi di interrogativi che un piccolo si può porre e se percepisce che è un qualcosa di cui non si può parlare è indotto a darsi delle risposte da solo che solitamente alimentano solo angosce e paure.

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Quindi cosa possiamo fare per spiegare la morte ai bambini?

È opportuno non aspettare che l’avvenimento si verifichi concretamente poichè presumibilmente anche gli adulti saranno decisamente turbati per poter gestire serenamente la penosa circostanza. Si può prendere spunto dalla quotidianità, senza aggrapparsi necessariamente agli eventi di cronaca, possiamo utilizzare la morte di un animale domestico o ancora le favole; basti pensare, ad esempio, che Cenerentola è orfana, Biancaneve non ha la madre e perde il padre da piccola e nel “Il re leone” Simba scappa dalla famiglia sentendosi in colpa per la morte del genitore.

Basandosi sull’età dei piccoli è necessario utilizzare metafore e dare interpretazioni che permettano al bimbo di avere qualcosa di concreto a cui aggrapparsi, ad esempio alla stellina da salutare la sera quando sentono la mancanza della persona deceduta.
Non bisogna stupirsi per le reazioni sorprendenti dei bambini che, una volta data una spiegazione del genere, tranquilli e soddisfatti, possono vivere “serenamente” un evento di questo tipo.

Alla fine perchè stupirsi, lo ha detto un’adulto, cosa ci dovrebbe essere di strano nel credere, ad esempio, che un giorno tutti diventeremo stelline e da lassù guarderemo chi ci vuole bene; è tanto plausibile quanto pensare che un anziano cicciottello una volta l’anno, su una slitta trainata da renne volanti, porti in una notte i regali a tutti i bambini del mondo; che sua moglie a cavallo di una scopa, una settimana dopo, porti dolci o carbone a seconda di come ci siamo comportati e ancora che una fatina o un topino diano dei soldi per la caduta di un dente.

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Le parole che ho detto: imbarazzo, paura, strategie.

Il saggio dice: “Le favole non insegnano ai bambini che i mostri esistono. Questo lo sanno già. Le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti” (Richard Keith Chesterton)

Dott.ssa Francesca Paoletti

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