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Vitamina D: l’ormone cruciale per la nostra salute

Di Marco Grilli - 3 Novembre 2016

Si calcola che almeno l’80 della popolazione italiana e circa un terzo di quella mondiale ne sia carente, eppure la vitamina D è essenziale per la nostra salute. Costituita da un gruppo di cinque pro ormoni liposolubili (la D2, o ergocalciferolo, e la D3, o colecalciferolo, sono le forme biologicamente disponibili), può esser assunta tramite l’alimentazione o l’esposizione solare, prima di esser attivata attraverso due differenti reazioni di idrossilazione. Se il suo ruolo fondamentale per l’assimilazione di calcio e fosforo è noto ormai da tempo, molte altre importanti funzioni stanno emergendo dai più recenti studi scientifici.

Un po’ di storia ci aiuta a capire di cosa stiamo parlando. La prima descrizione scientifica di un deficit di vitamina D risale addirittura al XVII secolo, quando i dottori Daniel Whistler (1645) e Francis Glisson (1650) iniziarono a confrontarsi con il rachitismo, una malattia particolarmente diffusa tra la popolazione povera dei Paesi del nord Europa, dove prevaleva un’alimentazione scarsa e poco variata e si osservava una frequente carenza di luce solare. Lo sviluppo della nutrizione come scienza sperimentale e la scoperta delle vitamine, nella prima metà del XX secolo, ebbero poi un ruolo fondamentale per l’identificazione delle cause di questa patologia. All’inizio degli anni ’20 sir Edward Mellanby correlò il rachitismo al deficit di una componente dietetica, individuando nell’olio di fegato di merluzzo un ottimo prodotto antirachitico, mentre nel 1929 Elmer V. McCollum scoprì come causa della patologia la carenza di un fattore regolatore del meccanismo di fissazione del calcio nelle ossa. Il legame della vitamina D con la luce solare fu poi approfondito da Hess e Weistock, fino a quando altri studi stabilirono definitivamente che il fattore antirachitico doveva essere classificato come una vitamina. Arriviamo così al 1930, quando la struttura chimica delle varie forme di vitamina D fu determinata nel laboratorio del prof. Adolf Otto Rehinold Windaus presso l’Università di Gottingen, in Germania. Le vitamine D2 e D3 furono caratterizzate chimicamente rispettivamente nel 1932 e nel 1936, con quest’ultima che si rivelò identica alla componente antirachitica dell’olio di fegato di merluzzo. In base a tali risultati la vitamina D fu definita uno steroide dal punto di vista chimico, più precisamente un seco-steroide.

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Purtroppo solo pochi alimenti contengono quantità apprezzabili di questa preziosa vitamina. Tra questi spiccano l’olio di fegato di merluzzo, alcuni pesci grassi (salmone, aringa, sgombro), il fegato, le uova, il burro e i formaggi più grassi. La dieta contribuisce dunque solo al 10% dell’apporto, mentre il restante 90 è garantito dall’esposizione cutanea alla luce solare, poiché bastano 10-15 minuti con viso e braccia scoperte sotto i raggi del sole per generare da 10.000 a 20.000 UI di 25-idrossivitamina D. Cosa succede? Entrando nel tecnicismo, le radiazioni UVB convertono un grasso simile al colesterolo (il 7-deidrocolesterolo) a previtamina D3, che alla temperatura corporea isomerizza a vitamina D3. Per un benefico pieno di questa sostanza i ricercatori raccomandano un’esposizione di viso, braccia, gambe e schiena per 10-15 minuti tra le 10 del mattino e le tre del pomeriggio, per almeno due settimane. Naturalmente poi esistono numerosi fattori che influenzano la sua sintesi, quali la pigmentazione della pelle, la massa corporea, la stagione, la latitudine, l’inquinamento atmosferico, la percentuale di cute esposta e l’utilizzo dei filtri solari.

In generale la vitamina D è coinvolta in numerosi processi fisiologici, con i suoi recettori (VDR) distribuiti in tutto l’organismo. Fondamentale per la sua attività di regolazione del metabolismo osseo e dell’omeostasi del calcio e del fosfato plasmatico, quando è presente nell’organismo in livelli ottimali facilita l’assorbimento di calcio e fosforo dal rene e dall’intestino. Una sua carenza provoca invece il riassorbimento del tessuto osseo ed è all’origine del rachitismo (nei bambini) e di due malattie metaboliche dell’osso negli adulti, l’osteomalacia e l’osteoporosi, derivate da un’alterazione della mineralizzazione e generalmente accompagnate a una riduzione della forza muscolare. Numerosi dati clinici concordano ormai nell’indicare che un adeguato stato vitaminico D (livelli sierici di 25 idrossivitamina D ˃ 30 ng/ml) è in grado di prevenire l’osteoporosi, aumentando la densità minerale ossea e riducendo il rischio di fratture. Questo perché adeguati livelli di vitamina D si rivelano indispensabili per il mantenimento di appropriati livelli di calcio e fosfato nei liquidi intracellulari, condizione base per garantire buoni livelli di mineralizzazione ossea.

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Importantissima per le ossa, la vitamina D è altrettanto benefica a livello extra-scheletrico, come emerge dagli studi scientifici che hanno dimostrato la sua capacità di ridurre il rischio di incorrere in infezioni (in particolare la TBC), diabete e non ultimo patologie autoimmuni (ad esempio Alzheimer e sclerosi multipla), poiché svolge un ruolo immunomodulante, regolando alcune funzioni dei linfociti T. È noto inoltre da tempo che questo seco-steroide stimola la produzione di proteine muscolari e attiva alcuni meccanismi di trasporto del calcio a livello del reticolo sarcoplasmatico, che si rivelano essenziali nella contrazione muscolare. La condizione di ipovitaminosi D può dunque provocare miopatia dei muscoli prossimali degli arti, sarcopenia e riduzione della forza muscolare, con disturbi dell’equilibrio e aumento del rischio di cadute e fratture soprattutto per gli anziani.

Benefici per le ossa, per i muscoli e anche per il cuore: tra gli effetti extrascheletrici della vitamina D non possiamo dimenticare che questo ormone liposolubile modula l’azione di molte sostanze coinvolte nella regolazione della pressione arteriosa e nella progressione dell’aterosclerosi. Occhio dunque a una sua carenza, che può essere associata a una maggiore frequenza di infarto del miocardio, scompenso cardiaco e ischemia cerebrale. Spostando l’attenzione ai tumori, se è vero che alcuni tipi di cancro si manifestano di più nelle regioni dove è minore l’esposizione solare, è altrettanto chiaro che il rischio di contrarre quelli a carico di colon, mammella, prostata, ovaio e in parte pancreas, sia nettamente maggiore nei soggetti che presentano carenza di vitamina D. Il suo uso a scopo terapeutico è ancora in fase sperimentale, ma il grande studio europeo EPIC ha già dimostrato che, gli individui con i più alti livelli sierici di vitamina D, rivelano un rischio di cancro al colon inferiore del 40% rispetto ai soggetti in condizione di ipovitaminosi D.

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La carenza di vitamina D è causata da numerosi fattori. Può ad esempio verificarsi quando l’esposizione alla luce solare è limitata, l’assunzione tramite la dieta si rivela inadeguata, i reni non riescono a convertirla nella sua forma attiva o si assiste a un malassorbimento da parte del tratto digerente. Diete carenti di vitamina D possono essere associate ad allergia al latte, intolleranza al lattosio, o abitudini ovo-vegetariane o vegane. Altro fattore limitante è l’obesità, poiché la maggior presenza di grasso sottocutaneo sequestra la maggior parte della vitamina impedendone il rilascio in circolo. Il malassorbimento dei grassi è invece associato ad alcune patologie, quali fibrosi cistica, morbo di Chron, epatopatie, colite ulcerosa. Il deficit vitaminico può collegarsi anche ad una ridotta sintesi cutanea, dovuta alla pigmentazione della pelle, all’utilizzo di filtri solari, all’invecchiamento, alla stagione e alla latitudine. Inoltre influiscono negativamente sull’assunzione di vitamina D le malattie ereditarie o acquisite (ipertiroidismo, iperparatiroidismo primitivo, osteolomacia indotta da tumore), le condizioni di insufficienza epatica o renale così come di aumentato catabolismo (dovuto all’utilizzo di anticonvulsivanti, glucorticoidi e farmaci antirigetto), nonché l’allattamento al seno, quando il contenuto di vitamina D nel latte materno è di circa 20 UI per litro.

Prendendo in esame i livelli ematici di 25-idrossivitamina D, si parla di insufficienza (con valori di 20-30 ng/ml), deficit (10-20 ng/ml), condizioni normali (30-100 ng/ml), eccesso (più di 100 ng/ml) e intossicazione (oltre 150 ng/ml), estremamente rara e causata in genere da un eccessivo consumo di integratori. Il fatto che nel Belpaese l’80% della popolazione sia carente di vitamina D ha importanti ricadute a livello di mortalità e diffusione delle malattie ossee. In Italia infatti il suo apporto dietetico è inferiore a quello di altri Stati, mentre l’esposizione ai raggi solari non è di per sé condizione sufficiente a mantenerne livelli adeguati nella popolazione in tutto l’arco dell’anno. Recentemente, tra l’altro, si è assistito a un progressivo incremento dei livelli raccomandati di vitamina D: se nell’adulto si considerano sufficienti 400 UI al giorno, la fascia consigliata agli anziani sale a 800-2.000.

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Viste le gravi conseguenze sulla salute, la prevenzione della carenza deve essere effettuata in tutte le condizioni caratterizzate da maggior rischio o aumentato fabbisogno (casi di obesità, trattamenti farmacologici, iperpigmentazione cutanea, scarsa esposizione solare ecc.). Il trattamento mira a riportare la concentrazione ematica di vitamina D a livelli adeguati e a ripristinare i depositi in tempi brevi mediante una dose di carico, cui farà seguito una terapia di mantenimento qualora il rischio di carenza persistesse. La forma preferibile di vitamina D per la prevenzione e il trattamento della carenza è la D3, che viene sintetizzata a livello cutaneo grazie all’esposizione solare e quindi accumulata nei tessuti adiposi e resa disponibile in funzione del fabbisogno dell’organismo. Anche la D2 può esser utilizzata per l’integrazione della dieta in qualunque fascia d’età, ma rispetto alla prima presenta lo svantaggio di un minor tempo di emivita.

Nel caso degli anziani, le linee guida suggeriscono il trattamento con una dose di colecalciferolo pari a 50mila UI a settimana per due o tre mesi, cui seguirà un mantenimento in genere fissato a 800-2.000 UI al giorno. La supplementazione con vitamina D è raccomandata anche ai pazienti oncologici, mentre la prevenzione della carenza deve essere effettuata anche durante la gravidanza (terzo trimestre, 600 UI a giorno) e l’allattamento, poiché la richiesta di calcio da parte del feto tende ad aumentare il riassorbimento osseo della madre.

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Recenti scoperte scientifiche ampliano lo spettro dei benefici apportati da questo ormone seco-steroide, già cruciale per la salute dell’organismo. Uno studio pubblicato sul FASEB Journal ha dimostrato la sua azione sul gene TPH2 per trasformare il triptofano in serotonina, l’ormone del benessere, nonché la sua capacità di attivare l’ossitocina e la vasopressina, altri due ormoni fondamentali per la nostra stabilità e salute mentale. Vedremo dunque in futuro se la vitamina D riuscirà a imporsi anche come efficace antidepressivo…del tutto naturale!

Marco Grilli





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