Spiritualità

Ritrovare il senso del sacro: la sfida dell'uomo moderno

Di Laura Cusmà Piccione - 16 Febbraio 2022

Il senso del sacro si riconduce ai primordi del tempo, quando di fronte all’incomprensione del creato e dei suoi fenomeni naturali, gli uomini ne hanno cercato una spiegazione separata dal quotidiano, altrove, specialmente nel divino. Le prime civiltà provano a razionalizzarlo erigendo altari e aree sacre in ogni foro. Il sacro entra nella poesia, nell’epos e nel teatro. Tutta l’arte paleocristiana, medievale e rinascimentale è arte sacra. E, malgrado tanta arte profana ci fosse e fosse altrettanto grandiosa, non seppe mai diventare centrale nella storia delle arti per assenza di quel sublime che caratterizza tutte le arti e cii attrae da secoli. Persino la pop art pare rimpiangere l’arte sacra e così genera nuove icone che consacra con nuovi metodi meno sublimi e più popolari, appunto, ma altrettanto consacranti. E così fino all’Età della Scienza, quella in cui – scrive il filosofo Friedrich Nietzsche – “Dio è morto”, ma non il sacro.

E questa onnipresenza del sacro nella storia dell’Uomo, non cancellato neppure dalla Scienza è l’unico punto su cui concordano le due visioni del sacro che esaminiamo: il senso del sacro secondo il teologo Vito Mancuso e il filosofo Umberto Galimberti, che si definisce “esterno al cristianesimo”– sul quale tutta la cultura occidentale si basa, compresa quella del teologo – i quali, offrendoci due visioni del sacro profondamente differenti, permettono così di capire il senso del sacro a tutto tondo e le sue strette connessioni con la scienza.

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Il senso del sacro in Umberto Galimberti

donna che prega in una chiesa

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Il filosofo Umberto Galimberti racconta la “storia del sacro” a partire dalla confusione dei codici per lui causa scatenante del senso del sacro.

Oggi, l’esperienza del sacro è solitamente ricondotta all’ignoranza degli antichi riguardo ai fenomeni naturali e alla generale paura della morte, rispetto a cui la religione si offrirebbe come spiegazione e illusoria consolazione.

Secondo Galimberti, invece, oggi il sacro è scomparso.

In un seminario disponibile online Galimberti prorompe sostenendo la scomparsa del sacro: “Il sacro non si capisce, lo si sente, lo si prova” e da quel sacro dobbiamo essere custoditi. E le religioni devono fare da custodi. “Religione – continua il filosofo – vuol dire relegare, contenere l’area del sacro”.

Per Umberto Galimberti il sacro è “una cosa che abbiamo dimenticato, e una volta dimenticata, diventa pericoloso perché quando una cosa è dimenticata, come ci dice Freud, dobbiamo sempre temere il ritorno del rimosso”.

Il filosofo definisce così il sacro: “«Sacro» è una parola indoeuropea che significa «separato» e fa riferimento a potenze che gli uomini avvertono superiori a loro e in qualche modo le temono, pur essendone al tempo stesso attratti. Il sacro è il luogo dove accade la confusione dei codici.

Gli uomini per difendersi dal sacro, ovvero dalla contaminazione dei significati, dall’impossibilità di convivere quando i significati oscillano, per difendersi dal sacro hanno collocato questo scenario della follia invasiva fuori dalla loro comunità e precisamente nel mondo degli dei. È in questo mondo che gli uomini vogliono mettere tutto ciò che potrebbe sconvolgere una comunità umana.

Nel mondo antico, i sacrifici non vengono fatti per chiamare gli dei, ma per tenerli lontani perché la loro invasione era terrificante.

Quando Edipo vuole conoscere la sua origine, il sacerdote Tiresia cerca di dissuaderlo. Tuttavia alle insistenze di Edipo, Tiresia risponde: “Tu hai ucciso tuo padre e sposato tua madre”. Edipo entra così nella confusione dei codici: è figlio della madre che sposa, è entrato nel sacro, come nella confusione dei codici. E, una volta entrato nella confusione dei codici a Edipo non resta che accecarsi.

Nel Medioevo l’arte è arte sacra, la letteratura è inferno, purgatorio e paradiso e persino la donna è donna-angelo. “Dio è vivo, crea mondi al punto che se io tolgo la parola Dio dal medioevo non capisco più niente di quell’epoca”.

Galimberti se lo chiede. Se togliessimo la parola “dio” dal mondo contemporaneo, questo esisterebbe ancora? Sì. Se dio è morto, il futuro non è più una salvezza. E, quando il futuro non promette più niente, tutti i valori si svalutano.

Ciascuno con la propria follia deve vedersela da sé – ne trae conclusione -. La religione morirà perché la tecno-scienza istituisce una qualità temporale incompatibile con la temporalità richiesta per essere religiosi”.

“Ritengo che il sentimento religioso cosmico sia il più forte e nobile incitamento alla ricerca scientifica”

(Albert Einstein)

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Il senso del Sacro e il mistero della Natura secondo Vito Mancuso

Completamente differente è la visione del senso del sacro di Vito Mancuso, teologo, che lega il concetto indissolubilmente alla religione, sin dall’antichità classica: “nello spirito classico «tutte le cose sono piene di divinità» e la natura nel suo insieme appare, così Giordano Bruno, «instituto santo». Lo stesso vale per tutte le civiltà, delle quali nessuna risulta priva di divinità, riti, credenze, perché l’esperienza del sacro è da sempre presente nell’essere umano che prende coscienza del mistero insondabile, amico e nemico al contempo, della natura”.

Il pensiero di Mancuso, disponibile in questo intervento, ruota attorno alla domanda: “L’esperienza del sacro è da sempre presente nell’essere umano che prende coscienza del mistero insondabile, amico e nemico al contempo, della natura. Oggi però, nell’epoca della scienza, è legittima questa visione? È lecito a una coscienza responsabile vivere l’esperienza del sacro al cospetto della natura?”

Il fisico Max Planck riteneva che religione e scienza si completassero a vicenda. E anche Galimberti battezza la scienza “figlia legittima della religione”.

Invece Mancuso, alla domanda: “Da dove nasce il sentimento religioso cosmico di cui parlava Einstein ponendolo alla base della ricerca scientifica?” Risponde: “Esso sorge laddove il soggetto percepisce di trovarsi al cospetto di qualcosa di più grande e di più importante di sé, nasce cioè dal senso del sacro. Il sacro impaurisce e al contempo attrae. Facendone esperienza, talora si viene come avvolti dalla maestà dell’essere, talora sconvolti o addirittura travolti”.

Per Mancuso “ogni vera esperienza estetica è sempre anche un’esperienza del sacro”, perché ogni esperienza estetica, ossia – secondo l’etimo – dei sensi è un’esperienza estatica, conducendo il soggetto a uscire da sé verso una dimensione più grande. “Il termine estetica va inteso qui nel senso originario dell’etimologia greca, cioè “sentire, percepire, captare”, il che mostra come ogni vera esperienza estetica rimandi alla percezione di un livello di realtà al di là dell’ordinaria attestazione dei sensi e che per questo fa uscire da sé, secondo il significato del termine estasi”.

La dimensione intuita dall’esperienza del sacro è più grande e timore, è terribile eppure ci si sente desiderosi di appartenervi, malgrado permanga un senso di indegnità, che si è soliti chiamare “timor di Dio”, o “sindrome di Stendhal”.

Mancuso si chiede come nominare questa esperienza del sacro: “Come nominare l’emozione dell’intelligenza e delle viscere di fronte alla bellezza accecante della vita che si manifesta in un paesaggio naturale, in un’opera d’arte, in una musica, in uno sguardo? Termini quali “sacro, epifania, teofania, mistero, mistica, Dio, divino, divinità” sono i simboli più efficaci escogitati finora dalla mente per nominare questa realtà eccedente, a volte amica e a volte nemica, a volte mysterium tremendum e a volte mysterium fascinans, che gli umani sperimentano in alcune peculiari esperienze vitali.

Quindi è vero: siamo stati noi a inventare Dio, Dei, Paradisi, Inferni e le altre immagini dell’universo religioso; non per questo, però, tali immagini sono false. Semmai occorre dire che sono imperfette, perché cercano di esprimere con categorie antiche e talora ingenue una realtà che oltrepassa ogni concettualizzazione. Da qui la definizione di sacro per il teologo: “Il sacro nasce quindi dall’eccedenza della vita, la quale si manifesta supremamente nella maestà soverchiante della natura. Se gli esseri umani hanno da sempre considerato qualcosa come sacro, l’hanno fatto per esprimere la sensazione di essere circondati da una realtà molto più grande che richiede di essere ascoltata con tutte le dimensioni del proprio essere: ragione, volontà e sentimento”.

Non esista, a conclusione neanche Mancuso: l’esperienza del sacro è alimentata dalla conoscenza dei risultati della ricerca scientifica.

Fonti:

Umberto Galimberti: sacro e ragione, da Edipo agli anni 2000.

L’evento si è tenuto domenica 18 Novembre presso il teatro Elfo Puccini di Milano: https://www.youtube.com/watch?v=W3iUPY10PaA

Vito Mancuso: Il senso del Sacro e il Mistero della Natura: https://www.vitomancuso.it/2018/04/25/il-senso-del-sacro-e-il-mistero-della-natura/

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Laura Cusmà Piccione





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