In questo periodo di calda primavera, i gelsi sono coperti di profumate more che non mancano di allietare le passeggiate dei più golosi e di trasformare le uscite in natura in vere e proprie cacce al tesoro. E se il bottino potrà misteriosamente scomparire durante il ritorno a casa, ciò che ne rimarrà potrà trasformarsi in deliziose confetture, gelatine o sciroppi.

Il gelso di more è un albero prezioso, non soltanto per i suoi frutti golosi, o per le sue foglie che permettono la produzione della seta naturale, ma anche per le sue proprietà erboristiche conosciute anche nella medicina popolare.

Le storie d’amore del gelso

Al gelso dobbiamo alcune storie d’amore antiche che nulla hanno da invidiare a quella di Romeo e Giulietta. La più conosciuta di queste storie è di origine greca e narra le vicende di Tisbe e Piramo, ma esiste una storia quasi del tutto identica nella cultura araba.

Nelle sue “Metamorfosi”, Ovidio narra della storia d’amore di Tisbe e Piramo, due innamorati, figli di famiglie antagoniste. I due giovani non avevano altra possibilità che parlarsi e sussurrarsi parole d’amore attraverso la fessura del muro che separava le loro case, fino a quando escogitarono insieme un piano per fuggire assieme.

Malgrado le mille difficoltà, i due innamorati riuscirono a scappare e si dice che girovagarono per le campagne di Agrigento fino a quando trovarono un vecchio albero di gelso bianco, al riparo del quale si amarono tutta la notte. Alle prime luci dell’alba, la giovane Tisbe si avvicinò al corso d’acqua che scorreva lì vicino per dissetarsi ma sorprese una leonessa. Tisbe si spaventò e corse via, lasciando cadere il suo velo, che la leonessa prese e lacerò, sporcandolo del sangue della sua ultima preda. Piramo si svegliò e giunse poco dopo, vedendo il velo insanguinato della sua amata, la credette morta per colpa della leonessa. In preda alla furia, provò a vendicarla lottando contro l’animale ma rimase gravemente ferito. Nel frattempo, Tisbe si riprese dallo spavento ed uscì da dove si era nascosta, trovando a terra il corpo del suo innamorato che riuscì a guardarla un’ultima volta negli occhi prima di morire. Tisbe, folle di dolore, prese il pugnale del suo amato e si tolse la vita. Gli dei, addolorati, tinsero di rosso i frutti del gelso in memoria dei due innamorati morti sotto di lui.

Da allora si narra che le more di gelso sono rosse come il sangue degli amanti e per questo le macchie che lasciano restano per sempre.

Come riconoscere il gelso

I gelsi sono alberi robusti e longevi a tal punto da poter diventare ultracentenari. Originari dall’Asia e dal Medio Oriente, esistono oggi molte varietà di gelsi ma i due più conosciuti sul nostro territorio sono il gelso bianco, Morus alba, e il gelso nero, Morus nigra, che possiamo riconoscere facilmente dal colore delle loro gemme, e non dai frutti come si potrebbe pensare, in quanto il gelso bianco è in grado di produrre more bianche, rosse e nere.

Sono alberi che possono raggiungere un’altezza di 15 metri; caratterizzati da una chioma tonda e larga, offrono un’ombra preziosa durante le calde giornate d’estate. Il tronco è irregolarmente ramificato; la corteccia è ruvida, con profondi solchi, dal colore marrone scuro.

Le foglie del gelso, che possono raggiungere i 15 cm di lunghezza, sono alterne, ovale e dal margine dentato, tenere e di un bel colore verde brillante e rappresentano per i bacchi da seta un cibo prelibato.

Le “more” di gelsi: un tesoro per la salute e… per i golosi!

I sorosi, che noi chiamiamo impropriamente “more”, possono essere di colore bianco, nero o rosso. Dal gusto dolce e leggermente acidulo se poco maturi, si prestano alle più fantasiose preparazioni culinarie: è famosa la granita siciliana alle more di gelso, specialità regionale che è possibile gustare servita con panna montata e brioche, oppure si possono degustare sotto forma di gelati, succhi, confetture, liquori.

→ Potrebbe interessarti: Ricetta della granita siciliana alle more di gelso

Le more di gelso sono conosciute anche in erboristeria ed erano già usate per le loro molteplici proprietà dagli antichi Romani. Contengono tanti preziosi minerali come potassio, rame, magnesio, zinco e soprattutto ferro.

Le more di gelso nero hanno proprietà antiossidanti e antitumorali, in virtù del resveratrolo che contengono, sono inoltre immunostimolanti e ipoglicemizzanti.

Le more del gelso bianco invece hanno proprietà antibatteriche, sono utili contro le carie, per proteggere il patrimonio osseo grazie al loro contenuto di vitamina K e fosforo. Entrambe le more sono depurative, blandamente lassative e antiinfiammatorie.

La preziosa eredità dei gelsi in Italia: la seta naturale

È facile imbattersi in questi alberi nelle campagne del nord, lungo i canali della Pianura Padana, eredità della bachicoltura che vide una certa espansione nel nostro territorio e che sostenne l’economia, soprattutto rurale, nei secoli scorsi fino agli anni 50.

Il bozzolo di un baco da seta (Bombyx mori)

“Giunti alla classe terza la maestra Elisa, che l’autunno precedente aveva voluto ache ogni scolaro arrivasse a scuola con un diverso ramoscello d’albero, alla fine del maggio 1929 ci portò dei bozzoli dalla pianura. Ci spiegò che dentro ognuno c’era una farfalla che prima era bruco e prima ancora piccolo ovetto che, dischiuso al tempo che i gelsi mettono le foglie, mangiando queste era mutato e cresciuto fino a costruirsi intorno la sua casa di fili di seta”
(Mario Rigoni Stern, scrittore).

La bachicoltura in Italia sarebbe, secondo la credenza popolare, giunta sulle nostre terre intorno all’anno 550 d.C grazie a due monaci del Monte Athos inviati dall’Imperatore Giustiniano. I due religiosi avrebbero portato i semi di Morus alba assieme ad alcune uova di bachi da seta. Ciò che possiamo dire per certo, è che la storia attesta le prime bachicolture in Sicilia, intorno all’anno 1000 d.C, grazie al commercio con gli Arabi.

Piccola curiosità

La bachicoltura era talmente entrata negli usi e costumi rurali del nostro paese che a lei dobbiamo uno dei modi di dire più fraintesi: andare in vacca, ovvero, fallire, non rimanda all’omonimo mammifero bensì all’anomalo gonfiore del baco che si ammalava di giallume e smetteva di produrre il bozzolo, dal quale si ricavava il prezioso filato.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e Operatrice in discipline bio-naturali
www.risorsedellanima.it