Aiutare qualcuno in difficoltà, preoccuparsi per l’altro e tendergli la mano nel bisogno è un gesto di profonda umanità che denota empatia e nobiltà di cuore; tuttavia, questo gesto altruistico può a volte avere un lato più ombroso. Credo che sia capitato a tutti noi, almeno una volta nella vita, di incontrare una persona che sapeva meglio di noi cosa fare nella nostra vita, che ci imponeva il suo aiuto senza che questo le sia stato richiesto, e di percepire il suo intervento come invadente e irrispettoso nei nostri confronti.

Per evitare di subire oppure di imporre inconsapevolmente questo tipo di aiuto imposto, occorre riconoscere le dinamiche che muovono questo tipo di “finto aiuto”, ponendoci alcune domande perché, molto spesso, se non è stato richiesto aiuto, è meglio non intervenire.

L’aiuto imposto non è rispettoso anche se mosso da buoni sentimenti

Primo motivo tra tutti per il quale è meglio frenare il nostro impulso ad aiutare l’altro se non ce lo chiede è che lo stato disagevole nel quale l’altro si trova potrebbe essere una nostra percezione non condivisa. In effetti, questa percezione nasconde un giudizio che si basa esclusivamente su ciò che pensiamo sia bene o male per l’altro, in base alle nostre esperienze, ma ciò non significa che le stesse esperienze siano negative e/o inutili per lui.

Se la persona che vogliamo aiutare sta realmente attraversando alcune difficoltà, i motivi per i quali potrebbe non chiederci il nostro aiuto potrebbero essere diversi:

• Sta cercando di cavarsela in maniera autonoma e di trarre dalla situazione che sta attraversando l’esperienza e l’apprendimento necessario alla sua crescita.
• Non siamo la persona più qualificata ad aiutare quella persona, secondo la sua visione delle cose.

In effetti, possono essere molti i motivi che possono spingere una persona a NON chiederci aiuto: se l’altro si sente giudicato invece che accolto ed ascoltato, se non abbiamo dimostrato di essere in grado in prima persona di applicare le soluzioni che diamo (del tipo: accetteresti i consigli su come far funzionare un matrimonio da chi ha 4 divorzi alle spalle?), il nostro intervento è percepito come un obbligo e denota una mancanza di rispetto verso l’altro.

Aiutare presume di entrare nella sfera personale dell’altra persona, motivo per il quale questo approccio deve essere mosso con rispetto e la stessa educazione con la quale si entra in casa d’altri: prima si bussa alla porta chiedendo il permesso e, se invitati ad entrare, si cammina senza fare troppo rumore.

L’aiuto imposto che ci fa sentire superiori e nutre il nostro ego

Il secondo motivo per non imporre il nostro aiuto quando questo non è richiesto potrebbe essere che questo tipo di aiuto nascondi superbia da parte nostra invece che altruismo: pensiamo di sapere meglio dell’altro di cosa ha bisogno e come deve vivere la sua vita.

Qui non si parla più di aiuto ma di obbligo, di imposizione, è una vera forma di violenza subdola: ci poniamo in una posizione di superiorità che nutre il nostro ego, “infantilizziamo” l’altro influenzando la sua capacità di decidere per sé. A lungo termine, questa tattica può rendere l’altro dipendente da noi invece di aiutarlo realmente, nutrendo così il nostro ego: ci rendiamo “indispensabili”.

Aiutare significa esserci per l’altro, rispettando il suo essere e il suo percorso. Imporsi a lui obbligandolo a fare ciò che pensiamo sia meglio per lui è una maniera di colmare una nostra ferita egoica e non riguarda l’altro. Quello che tentiamo di fare non è aiutarlo ma usarlo per sentirci meglio.

Se nel tentativo di tendere la mano all’altro ci rendiamo conto di mettere in luce i nostri pregi, le nostre conoscenze invece di metterci al suo servizio  con umiltà (che non significa “cancellarsi” di fronte a lui ma bensì dargli la precedenza in quel determinato momento), significa che non ci stiamo comportando con  reale spirito caritatevole e che siamo mossi da interessi personali; quindi chiediamoci chi beneficia realmente di questo aiuto: noi o l’altro?

“Tu non devi intervenire sull’altro, ma su di te, a meno che l’altro richieda il tuo aiuto o la tua opinione. Comprendi tu quello che l’altro fa? Da dove ti viene il diritto di avere opinioni sugli altri o di agire su di loro? Tu hai trascurato te stesso, il tuo giardino è pieno di erbacce, e tu vuoi insegnare al tuo vicino l’ordine e fargli notare i suoi difetti!”

(C.G. Jung, Libro rosso)

A volte un buon aiuto consiste nel non intervenire

Terzo motivo per il quale è meglio non aiutare l’altro senza che ce lo venga richiesto è che potremmo danneggiarlo senza volerlo, in quanto la difficoltà che sta attraversando potrebbe essere una parte essenziale del suo sviluppo. Questa dinamica è illustrata a meraviglia dalla storia dell’uomo e della farfalla:

“Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco. Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non avesse più la possibilità di fare niente altro.

Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo. La farfalla uscì immediatamente. Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento. L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare.
Non successe nulla! In quanto la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate. Non fu mai capace di volare.

Ciò che quell’uomo non capiva, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare.”

A volte un aiuto dato nel momento sbagliato può essere deleterio quanto un finto aiuto mosso da interessi personali, quindi come sapere quando è il momento di intervenire? A patto che non si tratti di una questione di vita o morte, ovviamente, è meglio aspettare che sia la persona interessata a chiedercelo, questo dimostrerà rispetto per la sua persona, sensibilità ed empatia, ed è quasi inutile dirlo ma la sola presenza al proprio fianco di una persona che ha queste qualità quando siamo in difficoltà, è già di per sé un grande aiuto.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it

 

Bibliografia:

  • Jung Carl Gustav, Il Libro Rosso. Liber Novus,  Ed. Bollati Boringhieri, 2010