La vita quotidiana ci porta molto spesso a dover reprimere le proprie emozioni, belle o brutte che siano, sia per il quiete vivere in coppia o nella famiglia, sia per evitare di dare un’immagine di sé sconveniente per i dettami della società. È diventato molto difficile sentire di potersi esprimere con spontaneità senza sentire il peso del giudizio altrui, invece è più facile reprimere il nostro esserei in continuazione come se cercassimo di domarci; tuttavia a lungo termine può davvero portarci a vivere male, finendo per somatizzare questo disagio nei modi più diversi, anche attraverso il peso in eccesso.

Cambiare carattere per gli altri? No, grazie.

Non è raro di ritrovarsi in casi in cui smussiamo un po’ il nostro carattere per evitare litigi, ma può capitare che questa pratica diventi un abitudine. Il nostro carattere allora non è più soltanto smussato ma è modellato per rispondere alle esigenze altrui; ci facciamo così una violenza terribile: diventiamo ciò che non siamo.

“Sii la versione originale di te stesso, non la brutta copia di qualcun altro.”
(Anonimo)

Ciò che succede in questi casi si traduce in un tentativo di cambiare il proprio carattere per andare incontro agli altri in modo che l’interazione sia più fluida e senza artriti, ma andando contro il nostro reale modo di essere, per evitare di sentirsi dire che abbiamo un brutto carattere.

In realtà, non c’è un buon o cattivo carattere, esiste un modo di essere unico che si esprime in maniera funzionale oppure no attraverso i nostri comportamenti. Essere giudicati come delle persone dal brutto carattere è spesso inteso come una condanna: siamo marchiati a vita senza possibilità di redimerci. Col brutto carattere arriva la cattiva reputazione, l’isolamento, l’emarginazione,… Ecco che allora si preferisce smussare gli angoli, far finta di nulla, ingoiare il rospo, fare buon viso a cattivo gioco, ma poi? Cosa succede dentro di noi?

Tentare di domare questo lato spontaneo, istintivo, autentico di noi può essere controproducente; invece di farcelo alleato, ce lo facciamo nemico, ed ecco che i problemi arrivano al galoppo: sfoghi vari, somatizzazioni, presa di peso. Per esempio, nei nostri chili di troppo non c’è solo energia superflua inutilizzata, ma ci sono emozioni, sofferenze inespresse, rinunce a parte del nostro essere che hanno trovato rifugio nell’adipe. E il peso di molte rinunce può essere molto difficile da perdere. Di sicuro, per questo, non bastano le diete!

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La confusione tra brutto carattere e comportamento disfunzionale

Spesso confondiamo carattere e comportamento. Se un carattere è l’impronta unica e personale della persona, è ciò che la contraddistingue e non può essere né buono né cattivo, ciò che invece può essere sbagliato, o meglio “disfunzionale”, è il comportamento.

Dire ad una persona che ha un brutto carattere è in realtà un insulto, significa che giudichiamo il suo modo di essere come sbagliato ed inappropriato, ma siccome il suo carattere è il suo modo di essere, tacitamente le diciamo che lei è sbagliata. Chi si sente dire di avere un brutto carattere può allora sentirsi intrappolato: ciò che rappresentava parte del suo essere diventa ora un oggetto di scherno che lo snatura agli occhi degli altri e di cui non può separarsi, può solo tentare di domarlo, ma questo non farà che aggravare il suo malessere interiore.

Ciò che in realtà viene confuso col brutto carattere è il cattivo comportamento, il modo di fare, che può essere un’azione espressa in maniera grezza e disfunzionale, ma che tenta di dare voce ad un tratto caratteriale. Il comportamento può però essere affinato ed arricchirsi in futuro grazie alle nostre esperienze.

Trovare un’intesa tra carattere e comportamento

Ognuno di noi ha un carattere unico, né buono né cattivo, ma può comportarsi in maniera funzionale o disfunzionale. Se il carattere non deve essere cambiato o smussato, in quanto rappresenta una parte importante ed imprescindibile dell’essere umano, per quanto riguarda il comportamento, si possono fare alcuni aggiustamenti.

In realtà, ciò che dovremmo riuscire a fare, per stare bene con noi stessi e con gli altri, è riuscire ad esprimere il nostro carattere attraverso dei comportamenti funzionali che rispettino il nostro modo di essere. Il fare deve camminare al fianco dell’essere.

Per esempio, se sono una persona introversa, ciò non implica che io debba comportarmi da asociale. Se il mio carattere è quello di preferire la compagnia di poche persone, stimate e fidate,, magari in un ambiente più rassicurante e tranquillo, sarà per me inutile sforzarmi di passare tutti miei sabato sera in discoteca dove sarò pure di pessima compagnia; sarà invece più funzionale per me e rispettoso del mio carattere organizzare delle serate tra amici a casa, tra piatti esotici, giochi, conversazioni reali su temi che ci stanno a cuore, tra risate e stupidaggini intorno ad un buon bicchiere di vino. Ci si divertirà lo stesso, ma in modo diverso. Essere introverso, estroverso, espansivo, entusiasta, diffidente, riservato, cauto, ecc. non è sbagliato, solo i comportamenti non idonei alla situazione che si vive possono esserlo.

È quindi più utile agire in sintonia con ciò che siamo, ma per fare ciò bisogna conoscersi bene e smettere di voler essere altro di ciò che si è, per piacere, per non dispiacere, per paura di rimanere soli. Più saremo sinceri ed autentici, più scopriremo la ricchezza del nostro carattere, le sue sfumature, le sue risorse ancora inesplorate, e più vivremo meglio con noi stessi e dentro il nostro corpo. E di sicuro, questa sincerità verrà apprezzata anche dagli altri.

“La cosa più difficile nella vita? Essere se stessi. E avere carattere a sufficienza per restarlo.”
(Georges Brassens)

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline Bio-Naturali
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