Quando accade un fatto così doloroso come la morte di un nostro caro ci sentiamo smarriti, non solo per l’evento in sé ma soprattutto perché abbiamo dimenticato il modo di vivere la morte.

La morte infatti, va vissuta per poter essere elaborata e digerita. Altrimenti diviene un peso psichico giornaliero che ci accompagna per tutta la vita.

Ciò che non viene elaborato ci perseguita giorno dopo giorno sotto forma di malessere, malattia e disagio. Fuggire da ciò che ci spaventa non risolve nulla, al contrario rende tutto più complicato, difficile e ingarbugliato. Saremo sempre prigionieri di ciò che non abbiamo affrontato.

Quando un nostro caro muore ci hanno insegnato a pensare ad altro, a dimenticare il prima possibile, a trattenere il dolore e a passare oltre.
Non esiste più il lungo periodo dell’abito nero a lutto, non vi è più la cura e la vestizione del corpo del defunto che ci ha lasciato ma è delegata ad estranei, non ci si ritrova più tutti insieme subito dopo il rito funebre a ricordare il nostro caro mangiando qualcosa insieme come momento di raccoglimento familiare. Non viviamo più la morte. Non sappiamo più come si fa a lasciar andare qualcuno che ci ha lasciati.

“Un tempo disponevamo di riti riparatori per la separazione e per il lutto: i genitori, gli amici, i vicini venivano a vegliare il morto e a dargli l’estremo saluto. C’erano vestiti neri, fiori e corone, le preghiere, gli addii, la sepoltura, una cerimonia; si faceva l’elogio del defunto. C’erano le visite, le lettere di condoglianze e di ringraziamento, la cessazione del lutto e la messa per la ricorrenza. Vi erano altresì, subito dopo la cerimonia funebre, le cene conviviali, durante le quali ricominciava la vita sociale. “Bere e mangiare insieme è un rito di solidarietà, quale ne sia l’occasione”, ricorda peraltro l’etnografo Arnold van Gennep: si parla dello scomparso, se ne rievocano i bei momenti trascorsi insieme. Questa occasione di convivialità poteva consistere in un pasto familiare, in una semplice colazione a casa, in un ristorante o al bar nei pressi del cimitero. Era un momento importante, che ridava la carica, in modo da non tornare a casa soli e con tristi pensieri. La convivialità, il fatto di stare insieme, circondati da persone che ci amano, può alleviare la tensione dell’addio e procurare un certo conforto. Nell’insieme, questi riti, che sono presenti nelle società primitive e tradizionali, non vengono quasi più praticati ai nostri giorni. Da molto tempo ci viene insegnato ad esercitare l’autocontrollo, la riservatezza, e a soffrire in silenzio e senza farne mostra. Ciò che si “riporta dentro” in tal modo “riesce fuori” – ahimé spesso – in forma psicosomatica” (“Uscire dal lutto”, Anne Ancelin Schutzenberger e Evelyne Bissone Jeufroy).

Ricordo quanto bene mi ha fatto leggere durante il funerale una lettera di saluto rivolta a mio zio che ci aveva lasciati e brindare con del buon vino fuori dalla chiesa mentre il suo feretro si allontanava da noi.

E quanto toccanti e significative sono state le parole di una mia cara amica che raccontandomi del funerale di suo padre si è soffermata con grande partecipazione a descrivere come è avvenuta la vestizione del defunto: tutti i figli insieme hanno vestito il loro caro padre. Chi gli abbottonava la camicia, chi gli infilava una scarpa. Il tutto con molta lentezza, cura e dedizione. Come a voler trasmettere in quel gesto il proprio saluto e il proprio amore.

La vestizione del defunto viene delegata spesso ad estranei come a voler allontanare e rifiutare la morte. Non ci permettiamo più di salutare a dovere il nostro caro e ci portiamo dentro come un peso questo compito incompiuto.

Agnese mi ha contattata per descrivermi come avviene la veglia funebre in Uganda. le sue parole sono così toccanti che meritano di essere condivise il più possibile:

“In Uganda, dove ho vissuto, i funerali ai quali ho partecipato, mi hanno sempre lasciato una forte sensazione di umanità, comunità, fratellanza, condivisione del dolore.
Tutta la comunità partecipa e la veglia del defunto dura tutto il giorno e tutta la notte.
La salma viene posta al centro della casa sopra una stuoia e coperta da un lenzuolo. Tutte le persone che giungono, si tolgono le scarpe, entrano, salutano la famiglia seduta a terra vicino al loro caro, poi spostano il lenzuolo, lo accarezzano e recitano una breve preghiera, ognuno nella propria religione.
Le donne rimangono in casa intorno alla famiglia, gli uomini si siedono fuori intorno alla casa. Sull’uscio c’è sempre una persona che raccoglie delle offerte che serviranno a comprare il cibo da servire a tutti durante la veglia.
Si accendono grandi fuochi dove vengono preparati dalla comunità partecipante i pasti principali per tutti. Alcuni gruppi mondano le piccole banane verdi per il Matoke, altri preparano le grandi foglie di banana che serviranno per cucinarci i loro squisiti piatti tradizionali, e poi riso in abbondanza e gli immancabili fagioli, il tutto accompagnato da tea bollente e ben zuccherato.
Si mangia insieme, si chiacchiera, si ricorda, si piange, ci si abbraccia…
Poi ci si dedica a lavare i piatti, a riordinare, a pregare e a prepararsi per la notte. Dentro la casa è un tappeto umano di donne stese, quando nella casa non rimane un centimetro tutti gli altri si accampano fuori alla meno peggio.
Cala il buio, il silenzio, preghiere sussurrate, poi i respiri, il dolore e quel senso di fratellanza e condivisione che in quei particolari frangenti ci accomuna tutti.
Al mattino, dopo un leggera colazione, ci si prepara ad andare al villaggio di origine del defunto e si procede alla sepoltura.
IL Pastore, il Sacerdote o l’Imam a seconda dei casi, recita i vari salmi e preghiere, poi molti amici e parenti esprimono in un dolore raccolto ricordi e personali preghiere.
Gli amici scavano la fossa, preparano il cemento, fanno con pale e badili tutti i lavori per preparare il loculo, mentre tutti gli altri si fanno compagnia seduti sotto gli alberi aspettando per l’ultimo saluto.
Poi tutti tornano a casa, ma i famigliari, i parenti e gli amici più stretti, non lasceranno la famiglia colpita dal lutto per almeno una settimana.”

Abbiamo perso i riti che ci permettono di vivere la morte.
Ma così facendo non viviamo il lutto.
E non vivendolo saremo legati ad esso. Fino al giorno della sua elaborazione o, se ciò non accade, fino alla fine dei nostri giorni.
Un lutto non vissuto si trascina nelle nostre vite ed è un peso che tramanderemo anche ai nostri discendenti e se anche loro non lo elaborano lo tramanderanno a loro volta.
Fino a che qualcuno con coraggio decide che è giunta l’ora di far emergere ciò che è stato sepolto per troppo tempo.
Un lutto non elaborato è spesso l’origine di molti malesseri, individuali e familiari. E’ il nodo da sciogliere, la porta segreta da aprire per ritrovare la libertà dal passato e per conoscere finalmente noi stessi.
Non è mai troppo tardi per vivere un lutto. Lo si può fare simbolicamente anche a distanza di molti anni.

Non penso di conoscere maestro di vita più prezioso del lutto elaborato.

Dott.ssa Elena Bernabè

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