Quante volte capita di sentirne parlare… anche a sproposito. Il “non attaccamento” ci viene descritto, in termini molto riduttivi, come la capacità di non attaccarsi alle cose/persone/emozioni vivendo la vita come attori e spettatori.

In “Come diventare un Buddha in cinque settimane” di Giulio Cesare Giacobbe leggiamo: “Noi non possiamo attaccarci a nulla. Perché non esiste nulla di immutabile, che rimanga uguale a se stesso nel tempo. Il crederlo costituisce un’illusione. Quindi noi siamo obbligati, per evidenza esistenziale e coerenza mentale, a sviluppare il non attaccamento. Il non attaccamento è la chiave psicologica che apre la porta della liberazione dalla sofferenza. E’ evidente infatti che se io non mi attacco più a nulla, tutte le mie preoccupazioni, i miei problemi, le mie ansie, le mie paure, la sofferenza psichica appunto, svaniscono come neve al sole. Perché la sofferenza deriva dall’attaccamento a una situazione diversa da quella che c’è: dal desiderio di qualcosa che non ho o dall’avversione a qualcosa che ho.”

Il problema è che le parole del Buddha, per quanto “illuminanti”, andrebbero contestualizzate. Estrapolare dalle filosofie orientali qualche “consiglio” per il benessere, come spesso accade, lascia il tempo che trova. Questo non significa che non si possano ottenere benefici dal non attaccamento in chiave occidentale, ma essi non hanno a che vedere con la spiritualità e nella stragrande maggioranza dei casi, non corrispondono alla visione originaria, che a forza di essere semplificata perde tutto il suo valore. Non possiamo illuderci che l’unghia sia la mano e che raccogliendo tante unghie si possa comporre la mano. E’ un’altra cosa.

Cosa non è il “non-attaccamento”

Interessante la riflessione proposta in “Freud e il Dottor Buddha” da Mark Epstein che sottolinea come la nozione di ego e di non-io nella spiritualità occidentale sia piena di fraintendimenti: “Nella realizzazione del non-io non scompare l’ego, ma viene abbandonata la fiducia nella sua solidità, l’identificazione con le sue rappresentazioni. “I pensieri esistono senza un pensatore”, sostiene lo psicoanalista britannico W. R. Bion, e questo è precisamente ciò che rivela il discernimento buddista. Ma questo discernimento non arriva facilmente. È molto più facile usare la meditazione per fuggire dalla confusione su noi stessi, soffermandosi sulla tranquilla stabilizzazione che essa offre e ritenendo tutto ciò come un avvicinamento all’insegnamento del non-io. Tuttavia, il fine ultimo della meditazione buddista non è il ritiro dal sé fittizio, bensì il riconoscimento del fraintendimento e quindi l’indebolimento del suo potere. “Se non si smette di prestare fede all’oggetto di questo fraintendimento”, ha detto Dharmakirti, “è impossibile cessare di fraintenderlo”. Esiste una profonda, tenace resistenza a questa disillusione, una sorta di attaccamento, di paura di un vuoto immaginato tanto reale quanto sembra esserlo il sé. Dice Huang-po: “Gli uomini hanno paura di dimenticare la loro mente, temono di precipitare nel Vuoto senza nulla che trattenga la loro caduta. Non sanno che il Vuoto non è realmente Vuoto, ma è il regno del dharma autentico”.

NeLe trasformazioni della coscienza”, K. Wilber, J. Engler e D.P. Brown, psicologi e psichiatri della psicologia transpersonale, affermano che il percorso meditativo può risultare addirittura controproducente e pericoloso in soggetti non sufficientemente maturi dal punto di vista psicologico, ricollegandosi al concetto di non attaccamento: “L’insegnamento buddhista, secondo il quale non si ha né si è un Sé durevole viene spesso frainteso nel senso che non si deve lottare con i compiti di formazione dell’identità o con la scoperta di chi si è, delle proprie capacità, dei propri bisogni e delle proprie responsabilità, del modo di entrare in rapporto con gli altri, di ciò che si debba o si possa fare della propria vita. La dottrina dell’anatta (assenza del Sé) è presa a pretesto per il prematuro abbandono dei compiti psicosociali essenziali… La dottrina dell’anatta aiuta a spiegare e a razionalizzare, se non effettivamente a legittimare (negli individui con un’organizzazione borderline la mancata integrazione del Sé, il senso di vuoto interiore o di non avere un Sé coesivo… L’insegnamento del non attaccamento è ascoltato da questi individui come una razionalizzazione della loro incapacità a formare rapporti stabili, durevoli e soddisfacenti“.

Il non attaccamento e l’insegnamento buddista sul sé e non sé sono intrecciati ma come si può evincere dalle riflessioni riportate, il discorso è molto più complesso di quanto sembri. Il non attaccamento preso alla leggera, esattamente come gli altri insegnamenti, rischia di apportare più danni che benefici. Non lo si può ridurre a qualche consiglio generico da usare all’occorrenza per colmare vuoti, è molto più di questo. E soprattutto penso possa ritenersi sensato solo se l’individuo ha raggiunto una profonda maturazione psicologica e spirituale. Cosa che richiede tempo e non solo. E’ per questo inaccessibile? Non credo, ma merita il giusto approfondimento.

Laura De Rosa
yinyangtherapy.it