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“Indovina chi viene a cena”: le pecche del latte vaccino e dei suoi derivati

Di Marco Grilli - 14 Ottobre 2016

Eccoci in autunno, tempo di nuovi palinsesti Tv. Tra le novità più interessanti proposte da Rai Tre spicca la trasmissione di Sabrina Giannini “Indovina chi viene a cena”. L’autrice vanta una precedente esperienza a Report, dove ha condotto importanti inchieste giornalistiche sui temi del maltrattamento sugli animali e dell’inquinamento ambientale. Le dieci puntate di questo nuovo programma saranno tutte incentrate sul tema dell’alimentazione, «un percorso tra miti alimentari e salute, interessi che orientano il mercato e comode abitudini. Con una deviazione sempre sui progetti alternativi che l’uomo sta ideando in vista del 2050, quando saremo nove miliardi di persone e le risorse saranno sempre meno disponibili», spiega Giannini.

La prima puntata ha affrontato da ogni punto di vista il tema del latte vaccino e dei suoi derivati, tra falsi miti, business, maltrattamento animale, mancata trasparenza verso i consumatori e nuove soluzioni tecnologiche. Prima tappa in Inghilterra, alla scoperta di una squadra di calcio decisamente alternativa. Si chiama Forest Green Rovers, ha sede nella città di Nailsworth (Gloucestershire) e attualmente è al primo posto in classifica in una serie minore, la Conference National. La particolarità? È il primo team completamente vegano, che ha eliminato qualsiasi tipo di proteina animale dal menù dei giocatori. Guidato da Dale Vince, un imprenditore vegano molto attivo nel settore dell’ecologia, il Forest Green Rovers vuole dare il suo contributo per la sostenibilità ambientale e il rispetto degli animali, a partire dal football. Lo stadio, il New Lawn, ricorre solo ai pannelli solari per tutte le sue esigenze energetiche, mentre il campo, in erba organica, non è trattato con diserbanti nocivi e viene irrigato con un sistema di raccolta dell’acqua piovana. L’originale squadra dalle maglie nero-verdi (non poteva essere altrimenti), ha già tinto di green il mondo dello sport e vuole continuare a dimostrare che realizzare un mondo migliore è possibile.

Dal calcio ai “falsi miti”. Il noto oncologo ed epidemiologo Franco Berrino afferma che nessun studio scientifico ha dimostrato in modo chiaro che il consumo di latte e formaggio sia in grado di proteggere dalle fratture ossee, anzi vi sono sospetti contrari. Secondo la scienza il calcio contenuto nelle cipolle e in altri vegetali fortifica le ossa più del latte, mentre il mito del latte che previene l’osteoporosi pare cadere di fronte alla ricerca scientifica. Giannini cita una recente ricerca della Harvard University che ha mostrato una chiara relazione tra elevato consumo di proteine animali e maggiore incidenza delle fratture ossee. Eppure il mito del latte è duro a morire, promosso da campagne governative che mirano a sostenere i produttori che non ricevono più i contributi europei delle quote latte. Un interesse più commerciale che salutistico dunque, se è vero, come sostiene il dott. Berrino, che il consumo quotidiano di latte e suoi derivati è tutt’altro che necessario, anche per il suo elevato contenuto in proteine.

BERRINO-RAI

Intervistato dalla conduttrice, Berrino spiega che il latte di oggi è molto diverso da quello di ieri. Una volta le mucche facevano 10 litri di latte al giorno, oggi ne producono 40-50, addirittura 100 negli Usa, dove si utilizza l’ormone della crescita. La tendenza innaturale all’iperproduzione ha portato a far sì che le mucche siano selezionate per esser munte durante tutta la gravidanza, con conseguenze negative anche per la nostra salute. Nella seconda metà della gestazione il latte vaccino è infatti molto ricco di ormoni sessuali e alcuni studi dimostrano che le bambine che bevono molto latte tendono ad avere il menarca molto più precoce, un trend tutt’altro che positivo. Analogo discorso vale per l’alimentazione di vacche e vitelli, visto che si importano migliaia di tonnellate di soia transgenica per farli crescere più in fretta. Risultato? Nella maggioranza dei casi questi animali non ruminano più le erbe selvatiche, una tradizionale abitudine che aveva risvolti molto positivi per la nostra salute, perché in questo caso il latte e i suoi derivati risultavano arricchiti di sostanze benefiche per l’organismo, quali gli Omega 3 e l’acido linoleico coniugato (CLA), un acido grasso che ha dimostrato di avere una potente azione antitumorale.

La seconda tappa del reportage è la Fiera internazionale del bovino da latte di Cremona, uno dei principali eventi mondiali per il settore agricolo e zootecnico, in primis per la selezione genetica. All’ultima edizione hanno partecipato ben 848 marchi, con 71 eventi, più di 250 relatori, 20 delegazioni ufficiali di operatori da 16 Paesi, oltre 60mila visitatori e ben 400 campionesse in mostra. Ma cosa si cela dietro questo evento sito nella più importante zona di produzione italiana di latte, con la maggior concentrazione di grandi allevamenti? Si prova a far “parlare” una delle campionesse con una voce fuori campo: «Non capisco perché solo in questo giorno di ottobre a Cremona mi fate un fiocco alla coda, mi tolettate, mi phonate, mi lucidate le mammelle, mi ritoccate le macchie del pelo con uno spray, raccogliete i miei bisogni in un secchio, e soprattutto, porca vacca, perché non mi mungete per ore ed ore finché non ho finito di gareggiare».

Le mucche che arrivano con le mammelle più gonfie allo show hanno maggiori possibilità di vincere, alla faccia del loro benessere. Per “dare sollievo” si utilizza il ghiaccio, mentre le siringhe con gli anestetici sono un po’ ovunque. Alla campionessa prova a rispondere un’immaginaria voce fuori campo di un allevatore, che ben riassume la situazione: «Un po’ di dolore che sarà mai. Tanto non scoppia. Se vinco perché hai la mammella più bella d’Italia le femmine che partorirai avranno più valore, perché figlie di campionesse di produttività e fertilità. I tuoi figli maschi, che non andranno al macello, possono diventare tori da monta. E se non avessimo fatto così da metà di generazioni oggi avresti fatto la metà del latte. La natura è avara e va manipolata. Con la selezione genetica siamo campioni noi italiani».

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Il business è notevole: vi sono tori con 700 figlie in latte, con il seme che si continua a vendere in Italia e all’estero. In un’inseminazione ci sono circa 15-20milioni di spermatozoi congelati, e mediamente per ingravidare una vacca servomo di media 2,3-2,6 dosi. Gli affari d’oro si fanno anche con il toro che si chiama “Sogni d’Oro”, che vanta una lunga stirpe di femmine dalle mammelle supercapienti, dal latte grasso e proteico come vuole il mercato. Come afferma Giannini, si tratta di «una selezione genetica avanzata, ma a qualcuno non basta».

Il riferimento è agli Usa, dove è legale la somatotropina, l’ormone bovino artificiale della crescita sviluppato dalla Monsanto, che aumenta la produzione del 20%. Considerato un rischio per la salute, non viene ancora prodotto e commercializzato in Europa e nel resto del mondo, eppure basta consultare le pagine di cronaca italiane per imbattersi nella notizia dello smercio illegale di questo ormone, scoperto un anno fa dal magistrato della procura di Brescia Ambrogio Cassiani. Il veterinario spacciatore ha patteggiato una condanna a due anni così come gli altri imputati, allevatori e veterinari. Questo mese si saprà se gli altri indagati verranno prosciolti o saranno rinviati a giudizio. Intanto la stessa Unione europea, che critica gli Usa per la loro scarsa attenzione nella tutela della sicurezza alimentare, non prevede ancora analisi di controllo su questo ormone della crescita che svuota completamente la mammella e provoca cisti ovariche, nonostante lo consideri illegale.

Negli allevamenti perlopiù intensivi la vita delle mucche è un inferno. Il benessere animale resta fuori dalle stalle, perché ciò che conta è solo la massima produzione di latte. L’idilliaco incontro con il toro è rappresentato dalla prima inseminazione artificiale, cui seguono continui parti e gli allontanamenti immediati dei vitelli. A quattro cinque anni di età, quando una vacca è ormai esausta, si spalancano le porte del macello. E pensare che in natura potrebbero vivere fino a 15 anni! Come spiega Giannini «la politica europea e italiana hanno puntato sull’allevamento intensivo e non sulla qualità della vita e del latte. Un sistema che si è disinteressato degli animali prima e adesso dei loro custodi, sovvenzionati finché servivano. Gli unici a guadagnarci in questa vicenda sono le grandi distribuzioni, con le corse al ribasso, insieme ai loro fornitori, le grandi industrie casearie, che possono usare il latte che vogliono, quello più economico, senza avere l’obbligo di dichiararne la provenienza».

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La mancata trasparenza è un altro problema legato all’industria del latte. In etichetta viene indicato il luogo di produzione del latte fresco, ma non quello del latte a lunga conservazione e di derivati quali yogurt e burro. Fanno eccezione i formaggi DOP che utilizzano solo il latte locale, mentre il made in Italy di altri prodotti caseari non si riferisce alla materia prima ma all’area di confezionamento. Nell’inchiesta è stato filmato un camion proveniente dalla Lituania al suo ingresso nello stabilimento Galbani di Corte Olona (Pv). Qui si producono solo alcuni formaggi del grande gruppo Galbani, che è stato assorbito dal colosso francese Lactalis. Galbani, che “vuol dire fiducia” come recita il famoso spot, ha impedito ai giornalisti di filmare il processo di produzione della burrata nello stabilimento di Certosa e della mozzarella Vallelata e Santa Lucia in quello di Corte Olona. Galbani precisa che il latte utilizzato nei loro stabilimenti proviene per il 70% da allevamenti della Lombardia e del Piemonte, e per il restante 30% da allevamenti partner del gruppo, prevalentemente francesi. Non si fa cenno al latte proveniente dalla Lituania, né alla cagliata, che è una lavorazione dei formaggi ottenuta aggiungendo il caglio al latte riscaldato. Alcune immagini, girate qualche mese fa con uno smartphone all’interno di uno dei due stabilimenti in provincia di Pavia, mostrano un carico di cagliata arrivato dalla Lituania. Solo entrando nello stabilimento sarebbe stato possibile appurare se la cagliata viene effettivamente impiegata e per quali prodotti. Fa inoltre riflettere il fatto che in tutto ciò non ci sarebbe nulla di illecito, perché si possono produrre formaggi con la cagliata lituana senza dichiararla in etichetta. I filmati, dove si vedono anche frammenti di colore argento che escono dal fusore, sono stati comunque consegnati al Comando dei carabinieri dei Nas.

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L’ultimo capitolo del reportage si svolge a San Francisco, città per eccellenza dell’innovazione. Il prossimo anno verrà infatti lanciato sul mercato il latte organico, ovvero quello prodotto senza animali. Si tratta di un’operazione rivoluzionaria: la caseina della mucca, già disponibile da decenni e impiegata nell’industria casearia, viene aggiunta al lievito e allo zucchero per creare vere proteine del latte, con la stessa struttura molecolare. Una volta separate da tutto il resto, quest’ultime vengono combinate con sani ingredienti vegetali, per un prodotto finale che è un latte senza lattosio, nutriente e delizioso, privo di aromi artificiali, ormoni e antibiotici. Il tutto senza utilizzare neanche un animale, riducendo del 98% i consumi di acqua e del 91% quelli di suolo rispetto alla produzione tradizionale.

Saranno le nuove tecnologie a porre fine al maltrattamento sugli animali e a garantire la nostra sicurezza alimentare? Qualora aveste già deciso di passare al latte vegetale leggete il nostro articolo RICETTE DI LATTI VEGETALI CRUDISTI DA FARE A CASA IN MODO VELOCE E SEMPLICE

VIDEO DELLA PRIMA PUNTATA DI “INDOVINA CHI VIENE A CENA”

Marco Grilli





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