Sto diventando una drogata di riti. Ho trascorso la mia vita a non farne mai, o a subire riti religiosi mai sentiti miei, ed ora sono essi stessi a chiamarmi in ogni momento di passaggio.

Nella nostra società i riti esistono ma sono fini a sé stessi, non sono intrisi del significato che dovrebbero avere. Conosciamo solo riti religiosi, non più quelli culturali, quelli che le nostre nonne e bisnonne ancora facevano. Non siamo nemmeno in grado di inventarci riti per noi stessi. Così viviamo nell’assenza di riti, convinti che non ci servano, che siano inutili, che siano “primitivi”.

Il rito, invece, ha un potere curativo formidabile!

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Vi riporto un esempio per poter comprendere questa virtù del rito.

Una giovane donna rimane incinta del suo primo figlio. Durante i primi mesi di gravidanza lo perde. Lacrime, dolore e disperazione entrano in lei. Dopo alcuni mesi rimane incinta di nuovo. Nasce una bellissima bambina e dopo poco arriverà un bellissimo fratellino. I due bambini diventano grandi e non sanno che avrebbero potuto avere anche un altro fratello. Crescono con questo peso non detto.

Il non detto nella nostra società è la prassi. Si è convinti che il “non dire” è un modo di proteggere. E non detto dopo non detto il peso dell’anima è talmente tanto che essa ne rimane succube.

La giovane donna era convinta che una volta aver avuto un bambino il dolore per il figlio mai nato sarebbe stato spazzato via. A livello conscio forse è stato così perchè il dolore è stato sostituito con la gioia ma a livello inconscio la gioia vera non arriva se prima non abbiamo elaborato il nostro dolore: siamo sereni se c’è uno spazio per accogliere questa nostra serenità, se questo spazio è ancor occupato dal dolore non vissuto ed elaborato la serenità non sarà mai autentica.

Il rito aiuta in una situazione così complessa, aiuta il lasciare andare, il ricordare, il riferire ad altri, aiuta a vivere il presente riconoscendo il passato e accogliendo a braccia aperte il futuro.

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Questa giovane donna aveva mille modi di elaborare il suo lutto, aveva mille scelte ma ha scelto di non scegliere. Dopo aver versato le giuste e sane lacrime avrebbe potuto compiere un rito. Poteva scrivere poche righe al suo bambino mai nato (in questo modo sarebbe riuscita a riconoscerlo come entità vera), poteva sotterrare le sue parole vere e seminarvi sopra la vita (un albero, fiori ecc.). Un piccolo ma significativo rito per dare libertà alle proprie emozioni, per porgersi in modo rispettoso verso il mistero della vita, un’azione finalizzata a lasciare andare, a fare spazio, un gesto concreto per dare la possibilità ai figli di questa giovane donna di entrare in contatto con quest’anima sorella che in un modo o nell’altro con la sua breve vita fa parte della loro storia famigliare, del loro albero genealogico (così importante da conoscere e studiare per risalire alle radici del nostro essere).

A parole tutto questo è difficile da fare e sperimentare, almeno non con questa intensità. A parole è tutto più controllato e razionale, le emozioni (che sono le nostri ali della serenità) sono in secondo piano.

I riti dovrebbero scandire ogni nostro passaggio: la nascita, le nostre prime conquiste infantili, il superamento di alcune paure, il cambiamento di città, l’anno nuovo, la gravidanza, il ciclo mestruale… e tutto ciò che merita attenzione ed elaborazione.

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Basta poco per crearlo ed attuarlo: una lettera bruciata, una candela accesa, il fuoco, piccoli altari domestici a cui donare pensieri, elementi naturali e via dicendo.

Vi auguro di diventare anche voi dei drogati di riti, di regalarli ai vostri cari, di farli vivere ai vostri figli.

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Elena Bernabè