Nel film Medea di Pier Paolo Pasolini c’è una scena in cui Medea (Maria Callas), Giasone e i suoi marinai sbarcano dalla nave Argo per riposarsi e mangiare qualcosa. Appena scesi a terra, una terra arida e senz’alberi, sotto a un cielo spietatamente azzurro, gli uomini si mettono allegramente all’opera: montano le tende e preparano da mangiare. Allora Medea, la maga asiatica che ha tradito suo padre e abbandonato la sua terra natale per fuggire insieme al greco di cui si è innamorata, impazzisce. Di punto in bianco inizia a urlare, esterrefatta dal comportamento degli uomini: “Questo luogo sprofonderà perché è senza sostegno! Non pregate Dio perché benedica le vostre tende? Non ripetete il primo atto di Dio? Voi non cercate il centro, non segnate il centro! No! Cercate un albero, un palo, una pietra! (Medea si allontana dal gruppo) Parlami Terra, fammi sentir la tua voce. Non ricordo più la tua voce! Parlami Sole. Dov’è il posto dove posso ascoltar la vostra voce?” Gli uomini assistono alla scena ridacchiando e scambiandosi occhiate scettiche. Sono maschi, sono Greci. Non possono capire il profondo spaesamento di Medea.

Medea, di Frederick Sandys, 1868
Medea, di Frederick Sandys, 1868

In questa scena è sintetizzata la lacerante diversità tra la visione del mondo matrifocale e quella patriarcale. Medea, che viene dall’Asia ed è una maga, conosce le regole del Cosmo e parla con gli elementi. Trova dissacrante e assurdo che i suoi compagni di viaggio, compreso l’uomo che lei ama, si approprino di uno spazio, si stanzino in una terra senza prima comunicare con gli dei che la abitano e senza “ripetere il primo atto di Dio”, ovvero la fondazione di un centro. Il mondo di Medea è un mondo permeato dal sacro. Il mondo degli Argonauti è un mondo prosaico, in cui la terra è solo una superficie piana su cui sedersi per riposare.

L’incontro tra Medea e Giasone rappresenta narrativamente lo scontro tra culture che probabilmente ha davvero avuto luogo nell’Europa preistorica, come gli studi sulla civiltà della Grande Dea dell’antropologa Marija Gimbutas hanno grandemente contribuito a portare alla luce. Quando nel Neolitico le società patriarcali dedite all’allevamento e alla guerra, dopo aver aridificato le loro terre tramite un impiego sconsiderato della pastorizia, si spostarono verso l’Europa centro-occidentale, incontrarono con ogni probabilità civiltà matrifocali senza armi, dedite alla raccolta, alla produzione di ceramiche artistiche e a una vita in simbiosi con il resto della Natura, in cui il tempo era ciclico e ogni cosa era sacra. Fu facile sottomettere queste popolazioni, che ancora non conoscevano la guerra né la fame, e vivevano in armonia in una terra di boschi e fiumi. Fu facile imporre con le armi la gerarchia sociale del patriarcato e assimilare le dee e gli dei di quelle popolazioni al pantheon dei conquistatori, fatto di dei maschi del cielo, dei fulmini e dell’ordine (rimane il ricordo di queste assimilazioni nei numerosi miti che raccontano di stupri o matrimoni di dei con dee, ninfe o regine).

Marija Gimbutas
Marija Gimbutas

Il patriarcato vive nel tempo lineare. E’ tipico del patriarcato suddividere, organizzare, comandare, sottomettere. Il patriarcato ha un luogo per fare ogni cosa. La religione si pratica nei templi, costruiti appositamente per quello. (Non si sta qui parlando di femmine e maschi in senso “genitale” ma del principio femminile e del principio maschile presenti entrambi in ognuno di noi.)

LEGGI ANCHE —> Ognuno di noi deve liberare la propria energia femminile

Il matriarcato ha un tempo circolare, legato al ritmo delle stagioni e dei pianeti. E’ tipico del matriarcato creare, accogliere, vivere nell’uguaglianza, non stabilire differenziazioni ma lasciare la vita fluire, vedere l’unità fra microcosmo e macrocosmo, la profonda sacralità delle piccole cose, il valore della debolezza e della follia. La religione coincide con la vita e si pratica ovunque. Il bosco è un tempio, la riva del mare è un tempio, il fiume, la notte, il nostro corpo è un luogo sacro. Il concetto di identità tra microcosmo e macrocosmo che proviene dal matriarcato ha attraversato in sordina le epoche per giungere fino a noi, attraverso l’ermetismo, le fiabe e altre forme di cultura sotterranea che l’hanno salvato.

cucuteni-4050-3900bc

Il mio corpo è il mio universo e l’universo è il mio corpo. “Come sopra così sotto” dice Ermete Trismegisto, saggio mago egiziano padre dell’ermetismo, nella sua Tabula Smeraldina. Questo modo di guardare a se stessi e al mondo, a mio parere, può arricchire enormemente le nostre vite, oltre a donarci una maggiore consapevolezza dell’unità di tutto l’esistente. Non siamo soli. Il centro è ovunque. Noi siamo il centro dell’universo e al tempo stesso fluiamo continuamente nel fiume irresistibile della vita universale. Nulla accade per caso, tutto è connesso. Tutto è sacro.

“Sacro” non significa intoccabile, impronunciabile, riservato a pochi, noioso, impegnativo o altri concetti che una persona cresciuta in una società cattolica potrebbe tendere ad associarvi. “Sacro” significa ricco di significati, vivo e vitale, meraviglioso, connesso al Tutto. Può trattarsi di una cosa piccolissima e semplice, come di un fenomeno immenso e magnifico. Permettere al Sacro di pervadere le nostre vite non significa condurre delle esistenze imprigionate da rituali o appesantite da pensieri schiaccianti. E nemmeno significa essere perennemente in crisi mistica.

Vivere il Sacro nel quotidiano significa imparare a riconoscere con semplice umiltà la meraviglia dell’essere vivi e la vita di ogni cosa. Significa cercare un senso anche nei piccoli gesti ed espandere la consapevolezza e il rispetto, scegliendo di vivere nel presente, connessi con il proprio centro interiore e sapendo che quel centro è anche il centro dell’universo.

images

Ci sono tanti sistemi per lasciare che il Sacro entri nelle nostre vite: dedicare qualche minuto ogni giorno a una breve meditazione di connessione con il Centro, imparare a percepire il mondo con tutti i nostri sensi anziché solo con la mente, notare la Bellezza quando la incontriamo e godere di quei momenti il più possibile, rispettare gli altri accettando innanzitutto noi stessi, nutrire dentro di noi quella parte che ama e che gioisce, evitando di dare da mangiare alla parte che odia e invidia e vuole prevaricare. Allestire un semplice altare domestico è un altro di questi modi. La parola “altare” non deve far pensare a nulla di elaborato, né a tavoli di marmo ricoperti da pizzi né a mense sacrificali. L’altare può essere alto o basso, può trovarsi in camera da letto, in studio o in soggiorno. E’ un angolo, su un tavolino o su un mobile, che dedichiamo alla Bellezza. Fare un altare domestico è un po’ come trovare il centro della nostra casa, un centro che rappresenta simbolicamente il nostro centro e che ci permetterà, ogni volta che ci rivolgeremo a esso, di ricordarci e di riconnetterci più facilmente al nostro Centro. Un luogo in cui onorare ciò in cui crediamo, un punto della casa a cui rivolgerci quando meditiamo, un’oasi di Bellezza e Pace.

altare-domestico1

Del resto, l’altare domestico non è una novità. Quasi ovunque, in passato, il centro della casa era costituito dal focolare (quello della cucina nelle società più antiche, dove non c’era alcuna differenza tra sacro e profano e dove ogni cosa poteva essere un altare), oppure da un fuoco rotondo tenuto sempre acceso a protezione della famiglia (presso i Romani). Nelle case tradizionali giapponesi si può trovare quasi sempre un altare, anzi a volte anche due: uno dedicato al Buddha e agli antenati della famiglia e un altro shintoista, dedicato al culto dell’imperatore e dei suoi antenati storici. Gli  induisti hanno una passione per gli altari e ne allestiscono di meravigliosi, sia nei templi che nelle case, che per strada. Li ricoprono di fiori profumati, candele, ciotole d’acqua, incensi, statue e gioielli. Bruciano su di essi offerte di cibo, lasciando che il fuoco ne liberi l’essenza sottile che sotto forma di fumo raggiungerà gli dei, rendendoli felici.

altar-870204_640

Sul nostro altare domestico possiamo mettere ciò che vogliamo, ciò che per noi rappresenta il Sacro e la Bellezza. Possono essere druse di ametista, cristalli o altre pietre, una ciotola d’acqua, una candela, una conchiglia, un bruciaincenso, alcune immagini che amiamo, piume, fiori, foglie, piccole piramidi, oggetti che creino un flusso benefico di energia, attirando gli influssi cosmici, oggetti simbolici che rappresentino i cinque elementi… Non c’è limite alla creatività. Disponiamo gli oggetti con cura, come se stessimo “ripetendo il primo atto di Dio”. Mentre prepariamo l’altare o quando lo puliamo, connettiamoci a noi stessi e agiamo come se stessimo creando l’Universo. In un certo senso lo stiamo facendo. Per questo è molto importante farlo con consapevolezza e semplicità.

url

La terapeuta e insegnante di pratiche sciamaniche Sandra Ingerman, in un suo articolo scrive: “Semplifica le tua pratiche spirituali – non lasciare che diventino un motivo di stress e non renderti la vita difficile cercando di imparare sempre nuovi metodi. Regalati del tempo e trova un angolo in cui puoi semplicemente stare in pace.

Ecco, il nostro altare domestico può essere quell’angolo, e anche quel tempo.

Giorgia Rossi

giorgiarossi.naturopata@gmail.com

www.nelboscodelladea.com

www.facebook.com/GiorgiaRossiNaturopata

goettin_mit_mondhorn_02