deja-vu

“Il déjà vu è un errore di Matrix. Succede quando loro cambiano qualcosa». Dal Film Matrix (1999)

Il termine di origine francese “déjà-vu”, letteralmente “già visto”, è ormai entrato nella nostra quotidianità: ognuno di noi, o quasi, lo ha sperimentato almeno una volta nella vita. Com’è noto, si tratta della sensazione di aver già vissuto una determinata esperienza o di aver già visto un certo luogo, che risulta quindi inspiegabilmente familiare. Anche la scienza ne conferma l’esistenza fornendone una spiegazione razionale: si tratterebbe, in tale ottica, di un fenomeno psichico dovuto all’alterazione dei ricordi. Anche se poi, ogni scuola rivisita la teoria a modo proprio.

In ambito pseudoscientifico il déjà-vu viene invece associato a fenomeni di tipo paranormale, come chiaroveggenza, precognizione, percezioni extra-sensoriali, memorie di vite passate. Secondo altre teorie potrebbe trattarsi del ricordo di sogni, la cui traccia rimarrebbe nella cosiddetta memoria a lungo termine. Che cosa sia, realmente, non è dato a sapersi, ma da sempre è oggetto di studi, fin dai tempi di Aristotele e Pitagora. Per non parlare della sua larga diffusione nella tradizione popolare e nelle riflessioni di scrittori, scienziati, religiosi, psicoanalisti che nel corso del tempo hanno cercato di svelarne l’arcano.

Il déjà vu secondo la psicologia

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A parlarne sono stati in molti, ognuno con il proprio punto di vista particolare. Freud, per esempio, lo associava ai contenuti inconsci della psiche, che attraverso di esso riuscirebbero a manifestarsi nello stavo di veglia. I messaggi trasmessi non andrebbero ignorati poiché fonte di informazione preziosa sulla nostra parte inconsapevole. Carl Gustav Jung, il cui approccio era molto più spirituale rispetto a quello del contemporaneo, riteneva invece che il déjà vu fosse il punto di incontro fra psiche individuale e collettiva. Ovvero attraverso questo stratagemma, il soggetto riuscirebbe a connettersi con i simili, ma del tutto inconsciamente.

Il déjà vu secondo la scienza

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Gli studi neuropsicologici che hanno tentato di darne una spiegazione logica lo identificano, nella maggior parte dei casi, come un’anomalia mnemonica, una specie di ricordo sbagliato. Esso viene infatti definito, a volte, “falso riconoscimento”, ovvero un’esperienza passata viene confusa con il presente a causa di qualche somiglianza. Secondo l’ipotesi neurologica, supportata dal biologo Premio Nobel Susumu Tonegawa, viene identificato come un errore della memoria episodica. Ciò dipenderebbe da alcuni neuroni tesi a riconoscere, tramite una sorta di mappa neurale, i luoghi che visitiamo. Questi dati spaziali vengono memorizzati, ma nel caso in cui si visiti un luogo somigliante può capitare che le mappe dei due luoghi si sovrappongono, creando la sensazione di esserci già stati. Lo studioso Hegren lo ricollega all’epilessia e c’è chi ipotizza persino un rallentamento dell’attività neuronale. A fare il punto della situazione, visto l’accavallarsi di numerose teorie, è stato, negli ultimissimi anni, lo psicologo Alan S. Brown, che allo strano fenomeno ha dedicato un intero libro, “The Déjà Vu Experience: Essays in Cognitive Psychology”.

Oltre a constatare che il déjà vu capita almeno una volta nella vita al 60% delle persone, soprattutto se sottoposte a condizioni di stress, Brown ha classificato le principali teorie in circolazione in 4 sottogruppi: spiegazioni di tipo neurologico, che come abbiamo visto lo ritengono una disfunzione del sistema nervoso, correlata talvolta all’epilessia, la teoria del processamento duale di Pierre Gloor, secondo cui il fenomeno si verificherebbe quando il sistema neuronale per la familiarità si attiva e quello del ricordo mnestico no. Terza in classifica la teoria attenzionale, secondo la quale il déjà vu è causato da una doppia percezione e infine le teorie mnestiche, che lo attribuiscono a qualcosa di già visto, o immaginato, in un precedente momento. In quest’ottica si tratterebbe quindi di un errore di memoria.

Il déjà vu secondo la parapsicologia e alcune correnti spirituali

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Nell’ambito della pseudoscienza il déjà vu viene associato a capacità inesplorate del cervello, ma c’è chi addirittura lo ritiene uno stratagemma per comunicare con entità ultraterrene o extraterrestri. Lo studioso di paranormale Henri Louis Bergson vi identificò una relazione con la telepatia, la capacità di comunicare con la mente: in tale ottica chi vive il déjà vu riceverebbe a livello telepatico pensieri e immagini di persone presenti, assumendoli come propri. Il soggetto coinvolto confonde, quindi, ciò che ha percepito (i pensieri altrui) con ciò che ha ricordato. Il suo ricordo è in realtà una percezione. Per chi crede nella reincarnazione e nella legge del Karma, il fenomeno sarebbe invece riconducibile a una qualche esperienza delle vite passate, che riviviamo nel presente.

Il déjà vu e la fisica quantistica

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Secondo il fisico teorico, Michio Katu, questo misterioso fenomeno sarebbe connesso con l’esistenza di universi paralleli. Nella cosiddetta “Teoria delle Stringhe” il tessuto dell’Universo è formato da stringhe o membrane in costante vibrazione. Inoltre non esisterebbero solo 4 dimensioni, tempo e spazio tridimensionali, ma altre 6 dimensioni spaziali, che potrebbero a loro volta corrispondere ad altrettanti universi con leggi fisiche a parte, che la fisica quantistica definisce “universi paralleli”. Il déjà vu sarebbe, secondo Michio Katu, la capacità di passare da un universo all’altro e per spiegarlo in modo più dettagliato, il ricercatore fa riferimento alla teoria del “Multiuniverso” del Premio Nobel Steve Weinberg. Secondo il celebre fisico esistono infinite realtà parallele anche nella stessa stanza, proprio come accade per le onde radio. Possiamo sintonizzarci su un’onda radio alla volta, basta una radio per farlo e secondo la stessa logica, siamo sintonizzati, nel nostro universo, sulla frequenza della realtà fisica.

Laura De Rosa

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