Gandhi: ecco perché una parte dell’India non lo ama

Mohandas Karamchand Gandhi, il Mahatma nato a Porbandar, il 2 ottobre del 1869 è stato un politico e filosofo indiano, promotore del movimento della non violenza, di importanza determinante per l’indipendenza indiana dall’Inghilterra (l’India era entrata a far arte dell’impero britannico nel 1876, quando la regina Vittoria si proclamò imperatrice delle indie e rimase sotto la supremazia economica e militare dell’Inghilterra fino al 1950, anno in cui fu proclamata l’indipendenza), e fu assassinato da un ribelle nel 1948. Questo è quello che quasi tutti sanno del Mahatma Gandhi.

Quello che è altrettanto facile da sapere è che nacque in una città di pescatori nell’attuale Stato del Gujarat, in India occidentale, da una famiglia della comunità modh, un gruppo dedito al commercio e che dopo gli studi di avvocatura in Inghilterra e la permanenza in Sudafrica, nel 1893  fondò il Natal Indian Congress di cui divenne il segretario e attraverso il quale iniziò a promuovere un movimento di unificazione politica dell’India che avrà poi come unico scopo quello di cacciare gli inglesi dal territorio indiano e di restituire alla nazione la sua indipendenza, attraverso il movimento della non violenza.

Quello che probabilmente non molti sanno, è che l’ideologia di Ghandi si fondava su rigidissimi principi teosofici e spirituali che il Mahatma riteneva fossero di basilare importanza, basati su una ristretta dieta vegetariana (che non comprendeva il consumo di latte e derivati) e pratiche di astinenza e digiuno che negli anni sono state molto discusse e a volte criticate; ma quello che non mi sarei mai immaginata è che ci fosse un’intera parte dell’India che si oppone in modo netto e deciso alla figura del Mahatma. Durante il dominio inglese in India si creò un nucleo di indipendentisti socialisti, capitanati da Bhagat Singh, il più attivo esponente del movimento indipendentista indiano la cui figura si contrappose duramente a quella del Mahatma:  Bhagat Singh. Nato in Punjab, proveniva da una famiglia Sikh (la casta guerriera indiana a cui è tutt’oggi affidato gran parte dell’apparato militare nazionale) e giovanissimo era entrato a far parte del movimento rivoluzionario. Divenuto uno dei massimi esponenti del movimento indipendentista si oppose ideologicamente a Ghandi ed al partito della non violenza, sostenendo che non era il modo corretto di cacciare gli inglesi, ma appoggiò il boicottaggio delle merci. Il movimento indipendentista fece molto per l’India, ma gran parte della popolazione sostiene che la figura di  Bhagat Singh sia stata oscurata da quella di Gandhi per ragioni politiche ed economiche, inoltre, dopo la cattura di  Bhagat Singh e dei suoi compagni, molti documentari e testi di storia indiana sostengono che il Mahatma avesse avuto al possibilità di salvare l’esponente del movimento rivoluzionario dalla pena di morte che il tribunale inglese gli inflisse, ma che per ragioni politico economiche non lo fece. In Punjab, la storia di  Bhagat Singh è talmente sentita da spingere molti insegnanti a proiettare nelle scuole documentari che raccontano la vita del martire, ateo (altro motivo di grande contrasto con Gandhi) e indipendentista.

Il contrasto tra questi due uomini che hanno segnato la storia dell’India sembra rappresentare i due volti della lotta per la libertà, da una parte la rigidità ascetica e razionale del Mahatma, la cui abilità strategica riuscì a portare l’india fuori dal dominio politico ed economico dell’Inghilterra, dall’altra il cuore pulsante del paese oppresso, attaccato alle tradizioni ma nel senso più “politico” del termine, che combatteva secondo le regole del guerriero per sconfiggere l’invasore in nome della libertà. 

Le parole del maestro superano i limiti del maestro stesso e vanno al di là dei confini geografici e temporali, le parole di Gandhi sono arrivate a noi rendendo immortale il principio su cui si è basato il movimento della non violenza, dall’altra parte la figura di  Bhagat Singh ricorda le mille lotte che si svolgono ogni giorno in molte parti del mondo per tentare di ristabilire un equilibrio ormai inesistente tra oppressi ed oppressori, tra consumatori e risorse, tra chi vive di superfluo e chi sopravvive. Forse sarebbe ora di unire il cuore di  Bhagat Singh e la mente di Gandhi per trasformare il mondo in un posto migliore.

 

Jordana Pagliarani

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avatar Articolo scritto da Jordana Pagliarani il 12/11/2013
Categoria/e: Notizie, Primo piano.



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