Psicologia

Scoprirsi omosessuali e chiarire a se stessi il proprio orientamento. Risponde la psicologa

Di Redazione - 24 Marzo 2022

Capire di essere gay o lesbiche è per alcune persone una presa di coscienza piuttosto precisa. Per altri può rappresentare un elemento difficile da accettare, un dubbio su cui apparentemente non si trova risposta, un elemento di confusione e preoccupazione o una presa di coscienza tardiva, a seguito anche di relazioni e legami di natura eterosessuale. Ne parliamo con la Dottoressa Cristina Rubano, psicologa specialista in Psicologia della Salute e psicoterapeuta.

Alcune persone pensano di capire di essere gay, come possono esserne certe?

La sensazione o il pensiero di essere omosessuali può riguardare sia adolescenti che adulti. Va precisato però che non sempre questo tipo di dubbi ha a che fare con l’orientamento sessuale della persona. In alcuni casi si tratta di una forma di disturbo ossessivo compulsivo, una forma di ansia che la mente cerca di governare con pensieri e comportamenti obbliganti e ripetitivi. In questo caso questi pensieri ripetitivi possono avere come contenuto dubbi riguardo una propria presunta e latente omosessualità. Ma spesso riguardano angosce che nulla o poco hanno a che fare con il proprio orientamento sessuale. Scoprirsi omosessuali o iniziare a capire di essere gay o lesbiche ha molto più a che fare con una genuina attrazione erotica e/o sentimentale verso una o più persone del proprio sesso. Non riguarda tanto un “pensare” e rimuginare in forma teorica sull’argomento, quanto lo sperimentare sensazioni, emozioni, reazioni fisiche che, al di là di ciò che razionalmente si crede o si pensa di credere, orientano l’attenzione verso potenziali partner sessuali o sentimentali del proprio sesso.

Non per tutti è facile riconoscere e prendere coscienza di ciò. Alcune persone riconoscono la propria omosessualità fin dall’adolescenza. Altre possono trovare difficile accettare tale condizione, associarla a vissuti di vergogna, emarginazione, “anormalità” e rifiutarla prima di tutto dentro sé stessi. In questi casi si parla di omofobia interiorizzata: la persona fa propri i pregiudizi e gli atteggiamenti discriminatori che permeano la cultura familiare e sociale in cui vive. In questi casi si può disconoscere per lungo tempo, o anche per tutta la vita, la propria omosessualità e addirittura agire comportamenti e atteggiamenti apertamente ostili nei confronti degli omosessuali. Il costo emotivo che si paga per questo disconoscimento di sé stessi è però molto alto, non sono rare persone che, fortunatamente, riescono almeno in età adulta a riconoscere e poi ad esprimere agli altri la propria omosessualità. Anche quando questo comporta la rottura e la riorganizzazione di un matrimonio eterosessuale e del rapporto con eventuali figli.

Essere omosessuali è normale o è una patologia?

coppia omosessuale che si tiene permane
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Essere gay o lesbiche non è una patologia, l’omosessualità è un normale assetto dell’orientamento sessuale tanto quanto lo è l’essere eterosessuale. Nessuno conosce in definitiva una risposta certa su cosa, da punto di vista biologico o psichico, contribuisca a definire l’orientamento sessuale di una persona. Pare tuttavia che non sia affatto una prerogativa esclusiva della specie umana: molte altre specie animali vivono anche forme di sessualità con membri del proprio stesso sesso.

In realtà non è neanche così esatto pensare all’omosessualità e all’eterosessualità come due orientamenti sessuali distinti e dicotomici. Sebbene la maggior parte di noi si identifichi con un orientamento sessuale prevalente nel corso della vita, la sessualità umana è più fluida di quanto non pensiamo comunemente. Possiamo immaginare l’omosessualità e l’eterosessualità come due estremi di un continuum lungo il quale può variamente esprimersi la natura della sessualità umana nell’arco della storia di vita di una persona. Anche persone che si identificano prevalentemente in un orientamento eterosessuale possono aver avuto occasionali partner omosessuali. Così come altre persone possono riconoscersi in un orientamento bisessuale, anche scegliendo prevalentemente partner eterosessuali o omosessuali.

È dal 1973 che l’American Psychiatric Association ha definitivamente derubricato l’omosessualità dai disturbi mentali, l’Organizzazione mondiale della  Sanità la ha definitivamente eliminata nel 1990. Ma non solo, da più parti del mondo scientifico ci si è definitivamente espressi sull’inefficacia, l’inapplicabilità e la scorrettezza deontologica di qualsivoglia terapia psicologica con intenti riparativi o correttivi. Obiettivo del mondo scientifico e dei professionisti della salute mentale è, al contrario, quello di intervenire – qualora la persona sperimenti disagio o difficoltà ad accettare o a vivere la propria omosessualità – per consentirle di integrarla nella propria personalità e poterla esprimere al meglio per una soddisfacente vita interiore, affettiva e di relazione.

Quando e come fare coming out?

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Fare coming out significa uscire allo scoperto e dichiarare ad una o più persone nei contesti interpersonali più vari, la propria omosessualità. Si tratta di una scelta compiuta deliberatamente dalla persona e non va confusa con il termine outing, spesso inteso erroneamente come un sinonimo di coming out. Outing indica invece un’azione di chiara violazione della privacy ai danni di una persona omosessuale ogni qualvolta se ne palesi pubblicamente l’orientamento sessuale senza il suo consenso.

Capire di essere gay o lesbiche è solo il primo passo. Fare coming out è sia un azione puntuale, definita nel tempo e nello spazio, sia un processo che dura, in un certo senso, per tutta la vita. Una persona omosessuale, dopo aver riconosciuto il proprio orientamento sessuale, potrà probabilmente iniziare a dichiararlo ad un amico intimo, ai familiari, alle persone insomma più strette della sua cerchia sociale. Se non vive in un contesto familiare o sociale discriminatorio, nel giro di qualche tempo ridefinirà i propri rapporti affettivi e amicali anche in funzione di questo elemento, che una volta condiviso potrebbe, se incontra accettazione, rendere ancora più autentici tali rapporti. Ma nel corso di tutta la vita, nei più svariati contesti relazionali, la persona si troverà in situazioni dove altri danno per scontato il suo orientamento eterosessuale e dovrà ogni volta decidere se e come rivelare la propria omosessualità.

Fare coming out, soprattutto all’inizio della presa di coscienza del proprio orientamento sessuale, è un atto delicato e molto significativo che, se fatto con consapevolezza, segna un momento importante dell’accettazione e riconoscimento della propria omosessualità.

Con chi è possibile parlare per avere un supporto?

Essere gay o lesbiche espone tutti, anche se in proporzioni differenti, a quello che in letteratura viene definito come minority stress (Lingiardi, 2007/2012; Meyer, 1995, 2003). Una forma di stress psicologico cronico che molte persone omosessuali sperimentano variamente nel corso della propria vita per effetto dei pregiudizi e delle discriminazioni nei loro confronti. Questa forma di disagio, che può aumentare la vulnerabilità a disturbi mentali e alcolismo, può riguardare una persona omosessuale in diversi modi. Uno è l’omofobia interiorizzata che, come abbiamo visto, può impedire o rendere piuttosto conflittuale e doloroso accettare e legittimare il proprio orientamento sessuale. Altri possono essere naturalmente episodi di discriminazione o violenza vissuti direttamente. Ma si può essere anche vittime “indirette” dell’omofobia e della discriminazione. Una persona omosessuale che apprenda, dai media o da altri, di un episodio di tal genere, non potrà far a meno di pensare, in quanto appartenente alla stessa categoria, “poteva capitare a me”. Ne deriverà la percezione di un senso di maggior vulnerabilità che porta purtroppo troppo spesso le persone omosessuali a non sentirsi libere di comportarsi o esprimersi spontaneamente in alcuni contesti interpersonali o sociali.

Anche per questo è importante, specie nelle prime fasi di scoperta della propria omosessualità, poter contare su un interlocutore fidato. In adolescenza è, in questo caso più che mai, l’amico o l’amica del cuore: le amicizie possono svolgere un effetto protettivo potente in questa fascia di età, specie nei casi in cui non si incontri un’apertura e una reale accettazione in famiglia. Anche avere a riferimento, nel corso della vita, una comunità di persone omosessuali a cui percepire la propria appartenenza può rappresentare un riferimento importante sia a livello identitario, sia per contrastare gli effetti della discriminazione e dello stigma.

Un ascolto da parte di uno psicologo, come si diceva, può essere utile quando la persona vive un disagio associato al proprio orientamento sessuale per aiutarla a integrarlo in maniera più soddisfacente e meno conflittuale nella propria personalità.





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