In questo periodo ne sentiamo parlare tutti i giorni; il coprifuoco è uscito dai libri di storia e dai ricordi narrati dai nostri nonni per fare ritorno in pompa magna in questo grande periodo d’incertezza. Se riporta alla nostra mente immagini legate ai disordini sociali e alle guerre, c’è un suo significato che non conosciamo bene e che possiamo rispolverare in modo da viverlo in modo diverso, vederlo da un altro punto di vista che, invece di farci sentire rinchiusi, obbligati, stretti, può allargare i nostri orizzonti, quelli interiori.

Le origini medievali del coprifuoco

Nel Medioevo, le case erano fatte principalmente di legno che, pur essendo un materiale assai isolante, non proteggeva la gente dai morsi del freddo, soprattutto nei territori esposti al soffio del vento del Nord come le attuali Francia e Gran-Bretagna. I camini lasciati accesi durante la notte nelle abitazioni erano fonti d’incendi devastanti che potevano radere al suolo intere città nel tempo di una notte. Fu per questa ragione che nacque, su ordinanza di Guglielmo il Conquistatore, Duca di Normandia e re d’Inghilterra, l’ordinanza di “coprire i fuochi”, ovvero di spegnere i camini dalla sera al mattino, per evitare incendi colposi.

Le notti erano fredde e per mantenere un poco di calore in casa, la popolazione rispondeva a questa ordinanza coprendo letteralmente il fuoco: si rinchiudevano le braci calde dentro a  pesanti pentole di ghisa quando le campane suonavano l’ora dell’inizio dell’ordinanza o quando passava l’urlatore di turno, figura allora preziosa per il mantenimento dell’ordine pubblico caduta in disuso. In questo modo, il calore delle braci era ceduto alla pentola che manteneva un lieve tepore, prezioso, soprattutto per passare le notti della stagione più fredda.

Questo atto di coprire il fuoco entrò così nel nostro immaginario collettivo, legandosi ad una necessità di proteggere, nelle ore in cui i cittadini sono più vulnerabili, l’intera comunità. Dal proteggere la cittadina da incendi involontari, che avrebbero potuto cogliere di sorpresa le persone addormentate, a possibili disordini come furti, rapimenti, bagarre o altri crimini che col favore dell’oscurità erano difficili da reprimere, il passo fu breve; fu così che il “coprifuoco” si rivesti di quel significato legato al mantenimento dell’ordine pubblico che gli riconosciamo ancora oggi.

Durante le prime guerre mondiali, il coprifuoco aveva un’altra funzione ancora: quella di nascondere la popolazione e così sfruttare il buio, la notte, a proprio beneficio, per proteggersi dal nemico. Spegnendo ogni fonte di luce si impediva al nemico di riconoscere i centri abitati. La notte divenne in questo modo un vero e proprio “mantello dell’ invisibilità” che le nazioni usavano per proteggere i civili da possibili attacchi aerei.

Il fuoco che brama la libertà

Il coprifuoco ha una carica simbolica importante sia per l’impronta lasciata attraverso la storia nella nostra memoria collettiva che per il suo legame intimo con la notte e il suo mondo. La notte è il tempo nascosto, il tempo di mezzo che ci rimanda a tutto ciò che si sottrae al dominio della ragione. La notte è il mondo dei tabù infranti, delle libertà sottratte ai doveri, è durante la notte che s’infrangono i divieti.

Le prime notti in bianco ci rimandano al mondo di tutte quelle prime volte che ci hanno traghettato dall’infanzia all’età adulta. L’adolescenza è il periodo in cui abbiamo i primi contatti con i coprifuochi genitoriali che limitano i nostri contatti con l’esterno e il suo mondo, fatto di trasgressioni e pericoli. Da adolescenti vivevamo questi divieti di uscire come delle punizioni ingiuste in un periodo della nostra vita in cui c’infiammavamo per qualsiasi cosa. Era l’età delle passioni e delle pulsioni in cui il nostro fuoco interiore si risvegliava per la prima volta prima di essere inesorabilmente toccato dalla mano fredda della ragione.

Un’antica memoria si risveglia: il nostro fuoco interiore

fuoco della rabbia

Ora che stiamo vivendo il coprifuoco nazionale, questo ricordo si risveglia in noi e ci ricorda di ciò che siamo stati una volta, ci ricorda di quel fuoco che bruciava in noi e che i nostri genitori cercavano di tenere a bada per evitarci di bruciarci le ali. In questo momento, l’adolescente che è stato in noi si ridesta e assieme a lui quel fuoco interiore che in gioventù ci portava sogni vividi di rivoluzione. Ed è forse questo il dono di questo coprifuoco: ricordarci di quella sensazione focosa e passionale che ci animava anni fa e che forse si è spenta lentamente, come una vecchia candela.

Tuttavia il pericolo oggi è reale e, come in passato, questa misura mira a proteggere i cittadini che potrebbero mettere in pericolo gli altri oltre a loro stessi, ma possiamo, grazie ai ricordi della storia, recuperare quella vecchia pratica del Medioevo che non era poi un tempo così oscuro e pregno d’ignoranza: possiamo custodire le nostre braci e mantenerle al sicuro. I nostri Antenati le tenevano in recipienti di ghisa, che avevano la facoltà di mantenere il calore, così al mattino, dopo la notte, il fuoco poteva essere riacceso. Bastava offrire alle braci un poco di paglia e quel soffio forte e vitale per vedere il fuoco riaccendersi di nuovo.

Possiamo fare lo stesso: custodire con cura ciò che ora sentiamo bruciare in noi e aspettare il mattino, la fine di questa notte collettiva, di questo periodo buio, per riaccendere quel fuoco che ora si è risvegliato dalle profondità della nostra memoria assieme a quella voglia di libertà e di rivoluzionare le nostre vite; così che, al mattino, risorgerà il fuoco dalle sue ceneri, e assieme a lui, risorgeremo noi.

“Come una fenice risorgerò dalle mie ceneri,
tutto ciò che mi colpisce un giorno mi fortificherà.”
(Anonimo)

Fonti

Le Figaro: L’origine du couvre-feu
Medstories.it: La campana del coprifuoco

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline bio-naturali
www.risorsedellanima.it