“In futuro ci saranno soltanto quattro o cinque persone interessate a comprare un computer”. – 1948
“Entro sei mesi la gente si stancherà di stare a guardare quella scatola di legno chiamata tv.” – 1946
“Non c’è la minima possibilità di sviluppare l’energia atomica.” – 1932

Difficile trattenere una piccola smorfia di sorriso di fronte a tali dichiarazioni, essendo a conoscenza di come siano andate effettivamente le cose nel corso degli ultimi 80-90 anni.

L’ilarità potrebbe invece sospendersi per un attimo se attribuissimo, come è in realtà, la paternità di tali dichiarazioni rispettivamente a T. Watson (presidente dell’IBM), a D. Zanuck (presidente della 20th Century Fox) e ad Albert Einstein (qui il ruolo è superfluo).

Normalmente ci aspettiamo che personalità ritenute dei guru nei rispettivi ambiti di competenza, non possano mai commettere errori previsionali di così grande entità.
Probabilmente pensò qualcosa di simile il generale Eisenhower quando, in quegli stessi anni, affidò ad alcuni esperti meteorologi britannici il compito di individuare il giorno esatto in cui compiere il famoso “Sbarco in Normandia”. Le previsioni si rivelarono errate e la flotta, ormai partita, riuscì a passare indenne il canale della Manica solo per una buona dose di fortuna.
I tedeschi che avevano, invece, indovinato le previsioni, furono letteralmente colti alla sprovvista e vennero inesorabilmente sconfitti. Non si aspettavano di certo che gli Alleati li attaccassero in giorni di piena tempesta.

E’ da qualche milione di anni, più o meno da quando ha iniziato a sviluppare facoltà percettive, sensoriali e di immaginazione superiori rispetto agli altri organismi viventi, che l’uomo cerca disperatamente di anticipare il futuro. Lo fa spesso, per motivi differenti e con risultati molto discordanti.

E’ un atteggiamento che fa parte della nostra storia evolutiva, espressione dei nostri bisogni primari di protezione verso le avversità, di disorientamento verso l’incertezza e, allo stesso tempo, di quell’innata tensione verso forme di benessere sempre migliori.

In ambito scientifico, l’ansia del domani è stata certamente un motore evolutivo ineguagliabile, ci ha costretti a ricercare modelli predittivi sempre più sofisticati, raggiungendo progressi incredibili in campi come l’astronomia, la medicina, la macroeconomia, la meccanica statistica e la stessa meteorologia.

Ma cosa è successo quando abbiamo messo noi stessi all’interno di questi meccanismi, applicando anche alla sfera individuale una sorta di metodo scientifico per tentare di controllare il domani?

Abbiamo iniziato a programmare nel dettaglio ogni nostro movimento, ogni micro-azione, a progettare un perfetto domani, fatto di incontri con esiti già scritti, di impegni cadenzati e perfettamente integrati con pause intermittenti. Dove non c’è apparentemente spazio per il dubbio, dove è possibile evitare qualsiasi delusione e prevenire, eliminandola, ogni forma di dolore.
Abbiamo modificato i nostri comportamenti, sperando di ricevere le reazioni premeditate nei nostri rapporti personali e di ottenere, con calcoli millimetrici, una contro-reazione positiva in noi stessi.

Una partita a scacchi in cui ci illudiamo di essere il Re, ma che in realtà è una battaglia impari, foriera di meccanismi imprevedibili, più grandi di noi, da cui usciamo quasi sempre sconfitti.

Si, perché quando capita di vincere, quasi mai ci accorgiamo (come avvenne per lo sbarco in Normandia) che la nostra vittoria non è dovuta esclusivamente alla nostra meticolosa preparazione bensì all’intermediazione di numerosi altri fattori, alcuni dei quali ignoriamo persino l’esistenza.

E’ una “pericolosa illusione”: sovrastimando le nostre capacità previsionali, rischiamo di generare una sorta di dipendenza da programmazione seriale di eventi futuri.
E’ la scienza stessa a spiegarci che gran parte degli eventi di cui ci piacerebbe conoscere l’esito in anticipo, non sono in una semplice relazione univoca “causa-effetto” bensì sono eventi complessi, determinati da più cause, che a loro volta possono essere indipendenti o in relazione fra loro, creando scenari spesso difficilmente prevedibili.

Cosa stiamo perdendo, allora, giorno dopo giorno?

La parvenza di poter controllare il domani erode cuore, istinto e improvvisazione.
Risorse formidabili che stiamo via via accantonando perché ritenute rischiose.
L’assenza di calcolo ormai ci spaventa, ci espone all’indeterminatezza degli eventi, a
quella cosa così scomoda che potremmo ascrivere al “ciclo naturale delle cose”.

Troviamo più rassicurante l’egemonia della razionalità, del conformismo al “già vissuto”, nella convinzione che la ripetizione di eventi passati si ripresenti meccanicamente in futuro. Questa preferenza quotidiana oscura in modo perentorio la nostra sfera più intuitiva, manifestazione di un moto interiore fatto di passione, di illuminazione, che porta soluzioni creative, innovative, originali. A cui non avevamo, appunto, mai pensato.

Le opere d’arte nascono, spesso, da momenti di improvvisazione.

I migliori speech a cui assistiamo sono, spesso, quelli improvvisati o in cui riusciamo ad intravedere, nell’imbarazzo o nell’errore dell’interlocutore, esattamente come è la sua anima.

Numerose scoperte scientifiche sono nate da intuizioni avvenute al di fuori della sperimentazione, o grazie alla serendipità di pure casualità, intercettate nella ricerca di altro.

Il premio Nobel David Kahneman ha ampiamente dimostrato, attraverso studi molto approfonditi, quanto sia illusoria la presunzione degli uomini di agire sempre in modo razionale: anche quando crediamo di prendere decisioni in modo lucido ed obiettivo, in realtà stiamo spesso agendo dietro condizionamenti emotivi in grado di influenzare in maniera determinante il nostro processo decisionale.

Esiste un universo di potenzialità spontanee, ben nascosto nelle curve del nostro lato
più inconscio, a cui dovremmo restituire quella grande quantità di fiducia consegnata esclusivamente nelle mani della logica.

Per i nostri antenati, il futuro era un grande interrogativo cosi come è lo è ancora oggi ai nostri giorni. Possiamo affermare di aver capito molto della realtà in cui viviamo ma, al tempo stesso, possiamo ugualmente affermare di aver capito molto poco. La creazione dell’Universo, la mutazione genetica che ha generato la specie umana, la presenza o meno del divino nella nostra dimensione, sono e restano ancora grandi interrogativi a cui abbiamo solo l’impressione di essere più vicino.

Le domande senza risposta continuano, oggi come allora, a mettere agitazione nella nostra mente razionale, bisognosa di soluzioni deterministiche, dimostrate con precisione matematica. La sensazione che si prova è spesso simile al passaggio in un labirinto dove non si trova la via d’uscita.

Ma è proprio quando la mente smette di cercare risposte esatte dove non le sembra possibile, che la nostra anima trova pace e di colpo si illumina il sentiero verso l’uscita dal labirinto.

Si ha la sensazione di trovarle veramente quelle risposte, anche se la logica cerebrale
non riesce a materializzarle e a raccontarle con i sui mezzi razionali. In quel
momento si realizza un armistizio fra istinto e ragione, poiché il primo viene in
soccorso della seconda, fornendo spiegazioni in modo che lei capisca “sentendo”.

E’ affascinante intuire che alcune risposte a quesiti complessi non risiedano così lontano ma siano timidamente nascoste dentro di noi. Ristabilendo una connessione interiore con ogni aspetto della nostra coscienza, riconoscendo la nostra dualità, portatrice di originalità che potrebbero sorprenderci, otterremmo quella fiducia persa e che sottende inconsciamente ad ogni forma di iper-progettazione del futuro.

Smetteremmo allora di pianificare il numero di passi che compiamo nel tragitto casa-ufficio, di conoscere a tutti i costi in anticipo le domande dell’esame universitario e di usare algoritmi per definire i rapporti umani.
Probabilmente solo in quel momento il futuro, meno definito e lasciato nelle pericolose mani dell’imprevisto, inizierebbe a farci meno timore.

Giacomo Brunaccini

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