Da genitore le riflessioni che nascono sono milioni in un giorno. Una in particolare mi è nata tra un film e una chiacchiera con un’amica.

IL COMPITO PIU’ DIFFICILE PER UN GENITORE E’ INSEGNARE AL PROPRIO FIGLIO A VIVERE ANCHE SENZA DI LUI.

Questo vale per tutti i genitori, biologici e non. Solo che quando si pensa di prendere in affido un bambino, ci si blocca dinnanzi alla possibilità che egli non possa vivere per sempre con noi. Ma non è forse la stessa cosa per un figlio naturale? Certo, sicuramente un figlio biologico sarà lui a scegliere quando e come andare via, mentre un bambino in affido no. Alle volte capita che venga reinserito in famiglia e non si abbiano più rapporti con i genitori affidatari, ma il più delle volte non è così e in ogni caso, il compito per cui siamo chiamati, resta il medesimo.

Insegnare al proprio figlio a vivere anche senza di noi, a spiegare le ali, affrontare le difficoltà, trovare soluzioni, sperimentarsi, è un compito arduo. Bisogna fare i conti con ciò che ci hanno insegnato rispetto al concetto di “amore” per esempio.

Amare vuol dire prendersi cura. Non ci hanno dato un tempo. Quindi questo concetto resta infinito.
Dobbiamo calibrare il nostro senso della “paura”.

Lasciar andare significa non avere sotto il nostro controllo e ciò che non controlliamo resta in balìa di un sistema ignoto che, per la sua imprevedibilità, fa paura.

Tra la paura e l’amore entra la “protezione“. Desideriamo che il nostro bambino sia sempre protetto dalle sofferenze, dai problemi, da ciò che potrebbe metterlo in difficoltà.

Queste tre componenti del rapporto genitore-figlio, fanno sì che la nostra missione sia più dura del previsto.

Sono convinta che nell’idea madre, non ci fosse tutto questo retro-pensiero. Uno pensa: faccio nascere un esserino che ha bisogno di cibo, sostegno fisico, abiti e di essere mantenuto pulito e al sicuro da bestie feroci che possano mangiarlo. Quindi gli lascio in dono due esseri più grandi, che possano fare per lui queste cose. Tutta la complicazione dell’amore, della relazione, dell’emozione ecc, non era mica stata contemplata. Ma, visto che ci abbiamo pensato noi, ora dobbiamo essere comunque in grado di portarla a termine nel migliore dei modi.

Rendere indipendente un bambino significa donargli una libertà di pensiero e di azione non solo sull’ambiente e sulla società, ma anche da noi.

Egli deve essere libero dalle nostre paure, dai nostri condizionamenti, dalle nostre idee.  E come si fa? Questa è LA domanda che ci si pone in tanti.

Dal mio punto di vista, dovremmo, come sempre, partire da Noi. Siamo noi che dobbiamo concepire nostro figlio come un essere staccato da noi, come una persona integra, che ha diritto di esprimersi, di sperimentarsi, di vivere anche senza di noi. Il mondo fa paura, ma la Fiducia deve essere più forte. Nostro figlio ha in sè tutte le capacità per affrontare ciò che la vita gli porrà dinnanzi, noi dobbiamo “solo” accompagnarlo affinchè le sviluppi e poi lasciarlo andare. Pensate ad un uccellino. Nasce nel suo nido, avvolto dal suo guscio. Viene nutrito e accudito finchè non è in grado di volare. Dopo le prime prove di volo, lo spiccherà e andrà incontro alla sua vita.

E’ difficile gioire della felicità di un altro se questa non ci comprende. Penso ad un figlio che parte per andare a vivere dall’altra parte del mondo per esempio. Certo, saremo felici per lui, ma il fatto di averlo lontano, di non poterlo proteggere, ci farà sentire quel velo di malinconia sulla felicità. E’ umano, normale e naturale, sarebbe strano il contrario. Lo spirito di conservazione della prole è intrinseco nella nostra natura animale e tentare di reprimerlo o combatterlo non ci porterà nella giusta direzione, ma così come si concepisce la morte come parte della vita, così bisogna prendere consapevolezza che un figlio non è noi, è altro. E’ una vita che è nata da noi, ma non è nostra. E’ sua. Abbiamo il dovere di mostrargli che è un essere a sè, unico e meraviglioso e che deve vivere secondo il suo sentire, anche se questo lo porterà lontano da noi.

Il tema dell’affido affronta questa consapevolezza fin dall’inizio. E’ chiaro sin da subito che quell’essere non è “nostro”, che dobbiamo essere per lui un “ponte”, che potrà andare lontano. L’uomo e la donna che diventano genitori affidatari, hanno compreso che non vi è alcuna differenza tra figli. Essi sono tutti esseri potenzialmente liberi. Ma sta a noi liberarli. Dalla dipendenza, dai sensi di colpa, dalle aspettative. Rendere un bambino autonomo significa permettergli di sviluppare il suo sè, di compiere le tappe evolutive necessarie al fine di prendersi cura di sè senza il bisogno dell’altro,renderci pian piano inutili. Liberarlo dai sensi di colpa vuol dire non dargli le nostre aspettative, accettarlo per ciò che è, per ciò che ama, per ciò che vuole essere.

Tutti abbiamo dei figli in affido, solo che non abbiamo qualcuno che decide del loro futuro, alle volte senza interpellarli. Abbiamo la fortuna di lasciarli scegliere, se solo ci facciamo da parte. Potrebbe capitarci di sentirci noi dei bambini in affido, quando i nostri figli spiccheranno il volo, perchè ci potrebbero sembrare giudici che decidono del nostro futuro senza interpellarci. Le parti si invertono in tanti momenti della vita, o almeno pare. Loro però decidono del “loro”futuro, anche se ci sembra il nostro.

Ringraziamo dunque quegli uomini e quelle donne che decidono di essere genitori consapevoli del fatto che i figli non siano “cosa” nostra, quelli che lo hanno capito prima di altri, quelli che hanno compreso che l’unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è essere un ponte tra loro e la vita, un ponte ricco di amore, di errori, di risate, di pianti, di autonomie conquistate, di libertà.

Grazie!

Manuela Griso Educatrice