Una delle caratteristiche più richieste nella società di oggi sia in campo lavorativo che come aspirazione personale è l’EMPATIA.
Dal dizionario : “Capacità di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro.”
Etimologicamente: “sentire dentro”.

Perché è così importante mettersi nei panni dell’altro e sentire, connetterci con ciò che prova?
Nelle professioni che richiedono il contatto con gli altri, l’EMPATIA permette di creare una sintonia che stimola l’altro a connettersi con ciò che sentiamo e desideriamo, portandoci a compiere azioni o pensieri che possano in qualche modo soddisfare questo sentire.
In amicizia “sentire dentro” il dolore di un amico ci porta a soffrire come se fosse una sofferenza nostra, ma allo stesso modo ci porta a gioire profondamente.
In amore ci consente di sentire sulla pelle il punto di vista dell’altro, di comprendere nel profondo i suoi sentimenti rispetto ad una situazione.

L’EMPATIA porta le persone a connettersi tra loro. Quale capacità migliore da trasmettere ad un bambino?

Per poter permettere questa trasmissione però dobbiamo prima aver chiaro che cosa prova il bambino. Essere empatici noi per primi verso di lui, verso il suo corpo fisico e la sua anima.
Da qui nasce spontanea una riflessione: se tanto si è fatto e si continua a fare per comprendere la sua anima fin dalla più tenera età, poco si è fatto per uscire dai vecchi schemi rispetto al suo corpo fisico.

Un bambino viene preso in braccio in qualsiasi momento, spesso senza chiedere se lo desidera; viene spostato, posizionato, lavato, cambiato, vestito, proprio come si fa con un anziano non autosufficiente o con una bambola. Ma né il bambino né l’anziano sono delle bambole.

Il loro corpo è la loro casa e non possiamo entrare nella casa di un’altra persona buttando giù la porta o spaccando una finestra. L’educazione ci insegna a suonare il campanello. Peccato che quando si tratta del corpo di un altro, ce ne dimentichiamo.

Desideriamo insegnare l’empatia affinché il bambino comprenda che dare uno schiaffo al compagno non va bene, perché fa male. Mostriamo il volto contrito del bimbo ferito e ci aspettiamo che se ne dispiaccia talmente nel profondo, da spingerlo a non farlo più. Ci dilunghiamo in argute spiegazioni del concetto di rispetto del corpo dell’altro quando li vediamo uno sull’altro, in cui è visibile che uno dei due non si stia divertendo affatto. E abbiamo ragione! Certo che ce l’abbiamo! Ma noi mostriamo ciò che pronunciamo?

Diamo al corpo del bambino quel rispetto? Certo, magari non lo schiaffeggiamo e non ci corichiamo sopra di lui tentando di schiacciarlo, ma quando lo sediamo in una data posizione, quando lo prendiamo in braccio di colpo, quando ci avviciniamo e per giocare gli facciamo il solletico o lo baciamo trattenendolo, lo stiamo rispettando? Ci mostra gioia? È felice?

Probabilmente in alcune situazioni sì e in altre no.
Quando piange e “fa i capricci”(come ci dicono in molti) forse non è felice. E il motivo potrebbe proprio essere che lo abbiamo preso senza che se lo aspettasse, lo abbiamo cambiato senza delicatezza, lo abbiamo baciato con troppa foga o in quel momento non gradiva il solletico. Ma noi non lo sappiamo, perché non glielo abbiamo chiesto. Iniziamo con le nostre supposizioni circa la sua condizione psichica: è stanco, ha fame, è nervoso, è colpa dei denti, ha mal di pancia, è capriccioso, fa sempre così….

A noi farebbe piacere se invece di domandarci che cosa sentiamo, iniziassero a dire che se stiamo male è colpa nostra? Ci sentiremmo rispettati? Capiremmo come comportarci con gli altri?

Quanti di noi hanno domandato o domandano ai bambini prima di prenderli in braccio se lo desiderano?

Per invertire la rotta, sarebbe utile:
-riflettere su ciò che a noi fa piacere ricevere e in che modalità
-mostrare gentilezza ed empatia verso il bambino chiedendo il permesso prima di toccarlo

Un bambino che viene trattato come una persona e non come una bambola, sarà in grado di trattare l’altro con lo stesso rispetto.

Se invece arriva un pianto apparentemente immotivato:
-domandare al bambino (se l’età consente) se abbiamo fatto qualcosa per ferirlo; o prendere questa idea come un’ipotesi possibile (se l’età non ci consente di domandare)
-non sminuire mai il suo sentire con frasi come : “non è il caso di piangere per così poco” o “non farla lunga” o “tutta scena!”.
Utilizzare invece frasi come: mi dispiace molto che tu ti senta così “male” (triste, arrabbiato, deluso ecc)

Un bambino che viene accolto nei suoi sentimenti, più facilmente saprà porsi in ascolto di quelli degli altri.

Considerato quanto sia importante, per la società attuale, sviluppare l’empatia al fine di tentare la creazione di un mondo più rispettoso di tutte le forme di vita, merita la volontà di porsi nuove domande, trovare in una nuova consapevolezza le proprie risposte e agire sotto questa nuova luce.

Buon rispettoso cammino!

Educatrice Manuela Griso