Le esplosioni di rabbia in adolescenza sono il pane quotidiano di molte famiglie, l’adolescente può direzionare l’aggressività nei confronti della madre, del padre o dei fratelli spesso a causa della frustrazione derivante da divieti e limiti che gli vengono imposti.

Gli scatti d’ira non sono appannaggio di tutti gli adolescenti, ma non sono affatto una rarità; è bene che i genitori ascoltino e contengano queste reazioni aiutando i figli a maturare nella gestione della rabbia.

Crisi di rabbia: perché in adolescenza

La rabbia in psicologia è annoverata fra le emozioni primarie che tutti noi fin dalla nascita manifestiamo in risposta agli stimoli. Un definizione di rabbia utile in tal senso è quella che la considera una reazione aggressiva di base messa in atto per difendersi da una minaccia. Naturalmente c’è una grande differenza fra la rabbia agita in un comportamento aggressivo e distruttivo e la rabbia “pensata” e ponderata mediante la quale affermare il proprio punto di vista con assertività. Questa seconda opzione è più spesso una conquista dell’età adulta, ancora rara a vedersi in adolescenza, come mai?

La rabbia nei bambini, al pari di altre emozioni, è di più facile gestione: durante l’infanzia si provano emozioni più semplici e definite, i bambini hanno a che fare con un tipo di reazione emotiva alla volta. In adolescenza invece lo sviluppo cerebrale consente al ragazzo o alla ragazza di provare risposte affettive complesse e anche contraddittorie: si possono provare più emozioni alla volta e questo rende più difficile per l’adolescente decodificarle.

Dobbiamo tener presente infatti che il cervello in adolescenza subisce uno sviluppo che, al pari di quanto avviene per le proporzioni corporee, è inizialmente disarmonico. Se dal punto di vista cognitivo l’adolescente ha accesso al pensiero astratto e ipotetico-deduttivo al pari dell’adulto, dal punto di vista emotivo conserva ancora una certa instabilità che rende ragione del perché i ragazzi a quest’età siano maggiormente vulnerabili a risposte impulsive e non pensate: reazioni di rabbia, propensione al rischio, estrema flessibilità e adattabilità ai cambiamenti ambientali, spinta alla gratificazione e alla ricerca di sensazioni “forti”. La capacità di giudizio, la possibilità di soppesare in anticipo le conseguenze delle proprie azioni, la corretta valutazione del rischio, non che la capacità di decodificare e tollerare i propri stati emotivi sono tutte competenze che si consolidano solo più tardi verso la fine del periodo adolescenziale.

Tutto questo rende le risposte affettive degli adolescenti “senza mezze misure”: sono capaci di provare estrema disperazione, rabbia cieca, ansia paralizzante, come anche di lasciarsi guidare da invidiabile idealismo e indistruttibili coraggio e determinazione.

La fisiologica disarmonia fra lo sviluppo cognitivo e quello emotivo richiede però un ascolto e una presenza attenta da parte degli adulti poiché è proprio in questo “gap” che risiede il disagio adolescenziale.

“Ehi, al primo anno di liceo un’assistente sociale mi ha detto che ho problemi a gestire la rabbia. Ho pensato: che si fotta, lei non sa un cazzo perché non capisce nulla. Ma ora mi chiedo se non avesse ragione. Perché sono arrabbiata. Sono arrabbiata perché non sono abbastanza musulmana, e qualunque cosa faccia non sono abbastanza norvegese. Non sono nemmeno abbastanza marocchina. Non sono abbastanza tranquilla. O abbastanza carina. (…) Sono arrabbiata perché io non mi sento di far parte di nulla. Perché mi arrabbio sempre e incasino tutto…”

(Sana – Skam, serie tv)

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Il conflitto tra adolescenti e mondo adulto

viso di un ragazzo
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Il conflitto generazionale è un aspetto irrinunciabile dell’età adolescenziale, i ragazzi e le ragazze hanno l’esigenza di opporsi agli adulti, e in particolare ai genitori, per svincolarsi dalle connotazioni identitarie dell’infanzia e ricercare una propria identità autonoma, ancora fluida e in formazione. Tutto questo genera disorientamento, frustrazione ed estrema vulnerabilità dell’adolescente che con la sua rabbia può esprimere la difficoltà a definire un senso di sé, a governare i forti sentimenti che lo travolgono e a tollerare limiti e regole che sente il bisogno di infrangere per sentirsi riconosciuto come soggetto autonomo.

In tal senso, l’adolescente non ha scelta: “deve” ribellarsi per affermare la propria autonomia. Il conflitto, e la rabbia che lo sostiene, è percepito da un ragazzo o una ragazza come “questione di vita o di morte” perché in un certo senso è anche attraverso la messa in discussione di quelle regole e di quei limiti genitoriali che sta cercando la strada per “esistere”, per vivere come soggetto autonomo affrancandosi dai modelli dell’infanzia.

Non dovrebbe essere così per i genitori i quali dovrebbero essere fin da subito consapevoli di partecipare ad un inevitabile “gioco delle parti” che li pone come custodi di limiti e regole fatti per essere, man mano con tempi e modi opportuni, modificati e rinegoziati in funzione delle esigenze di autonomia dell’adolescente. Il conflitto può essere gestito come fase normale della vita della famiglia con un figlio adolescente, senza che la rabbia venga percepita come un tradimento o un affronto all’armonia familiare: è anche attraverso queste occasioni che l’adolescente impara a mitigare la rabbia e a fare esperienza del fatto che si può anche litigare senza per questo mettere a repentaglio i legami.

Ma come differenziare un conflitto costruttivo da uno distruttivo? Una rabbia “giustificata” da un’aggressività fine a sé stessa?

È stato osservato come esista una fondamentale differenza fra trasgredire una regola e disobbedire tout court (Charmet, 2010). La prima operazione, seppur agita nei toni emotivamente accesi della mente adolescenziale, è funzionale alla crescita e alla negoziazione di una propria autonomia (con le possibilità e le responsabilità che questa comporta). La seconda appare invece come azione distruttiva fine a sé stessa che rischia di mantenere l’adolescente in una sorta di empasse evolutivo in cui prevale l’impulso a distruggere senza costruire alcun che. È la trasgressione che agisce aggressività fine a sé stessa, una pretesa che mina le basi stesse della convivenza e il ruolo degli adulti e che richiede di essere contenuta senza negoziazioni poiché veicola un rancore che rivela l’incapacità dell’adolescente di ricercare una reale autonomia individuativa.

Distinguere tra queste due forme di rabbia negli adolescenti può essere facile solo in apparenza: da un lato perché quei figli che adesso cono così arrabbiati e cambiati scopriamo di dover imparare da capo a conoscerli; dall’altro perché per un genitore può essere emotivamente gravoso sostenere il conflitto senza provare risentimenti o sensi di colpa.

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Suggerimenti per i genitori alle prese con la rabbia degli adolescenti

  • Lavorate su voi stessi per permettervi di riconoscere quella rabbia come un sentimento che appartiene a vostro figlio o figlia in questo momento, non appropriatevene, non mettetevi al centro sentendovi la causa di quella rabbia con ipotetici errori e mancanze del passato. Nessun genitore è perfetto, ma lasciamo ai figli adolescenti il diritto di provare le “loro” emozioni. Questo vi aiuterà a orientare la vostra attenzione ai bisogni che vostro figlio/a vi sta comunicando piuttosto che arroccarvi difensivamente a tutela della vostra autorità genitoriale e dell’ “ordine” familiare che conoscevate durante la loro infanzia.
  • Ci sono regole per litigare bene ed è opportuno che i vostri figli le apprendano in fretta e imparino che derogare da quelle rende impraticabile qualunque confronto. Ad esempio, non si alzano le mani verso persone o cose e non si insultano gli adulti: anche il conflitto, affinché sia costruttivo, ha bisogno delle sue regole.
  • Riconoscere e legittimare la rabbia o la frustrazione dell’adolescente non significa tout court “dargliela vinta”. A volte sarà molto più utile concedere un po’ di terreno anche se questo vi farà tremare la terra sotto i piedi. Altre invece sarà necessario imporre una punizione o un divieto anche se questo attirerà la rabbia e il risentimento di vostro figlio/a, saranno le volte in cui vi costerà enormemente fare “la parte del cattivo” ma voi avete una precisa funzione educativa non siete lì per intrattenerli amabilmente! Dire a un figlio qualcosa come “mi dispiace ma quello che è successo è grave e non possiamo ignorarlo, so che la punizione che ti abbiamo assegnato ti fa molto arrabbiare e capisco che ti sembri ingiusta o insopportabile. Mi auguro per te che questo ti aiuterà a riflettere su quanto accaduto e tu non debba più vivere conseguenze così sgradevoli per il tuo comportamento” veicola il messaggio che le emozioni, compresa la rabbia possono essere accolte e comprese pur rispettando le regole e imponendo limiti; che quella punizione è rivolta al singolo comportamento e non a tutta la sua persona.
  • Voi siete l’esempio: il modo in cui parlate dei più svariati argomenti comprese le questioni politiche, le questioni inerenti le minoranze, la criminalità, i comportamenti devianti o trasgressivi di altri e il modo in cui parlate e gestite i problemi e le difficoltà danno implicitamente a vostro figlio/a l’idea di cosa si può dire/non dire in famiglia. È importante che riceva l’idea che davanti alle difficoltà non verrete sopraffati, non sarete troppo spaventati né arrabbiati in maniera distruttiva affinché possa confidarvi i propri problemi qualora questo dovessero diventare per troppo gravi o angoscianti. Tutti gli adolescenti hanno e devono avere dei “segreti”, ma nessuno di questi dovrebbe diventare troppo grande.

“Voglio dire, mi rendo conto che questa è una fase naturale della pubertà, il desiderio di indipendenza, ma sai… credo non mi aspettassi che facesse così male.”

(Jean Milburn  – Sex education, serie tv)

 Per saperne di più:

  • Charmet, G.P. (2010). Adolescenza. Manuale per genitori e figli sull’orlo di una crisi di nervi. San Paolo Ed.
  • Giuffredi G. e Stanchieri L. (2009). Adolescenti. Istruzioni per l’uso. DeAgostini.
  • Skam Italia (2018) – serie TV
  • Sex Education (2019) – serie TV

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Cristina Rubano

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Psicologa, specialista in Psicologia della Salute e Psicoterapeuta. La sua attività di psicologa si unisce all'interesse per ambiti e settori variegati tra loro. Trova che la saggezza e lo spirito delle culture orientali possano insegnare molto alla frenesia della mente occidentale, ha fatto esperienza di tecniche di meditazione e collabora con associazioni che si occupano di diffondere questa pratica. Da diversi anni conosce e pratica il Training Autogeno – il così detto “yoga occidentale” – e svolge corsi di addestramento a questo e ad altri metodi di rilassamento. Si occupa inoltre di psicologia dell'alimentazione, sia in ambito clinico che di prevenzione e promozione del benessere psicologico. Le piace pensare alla sua non solo come una professione d’aiuto, ma una competenza messa al servizio della realizzazione delle persone affinché possano ampliare le proprie capacità di scelta, raggiungere i propri obiettivi e intravederne sempre di nuovi. “La felicità è una cosa nella quale ci si deve esercitare, come col violino”. (John Lubbock) Il suo sito web è www.cristinarubano.it