Perdonare è difficile, a volte è un processo che può richiedere anni di lavoro perché non bastano le parole per renderlo effettivo, non basta provare a dimenticare il torto oppure tentare di “stendere un velo pietoso”. No, perdonare davvero è difficile perché ci costringe, oltre a leccare le nostre ferite, a fare un viaggio dentro di noi per liberarci dal rancore e dalla sofferenza; perché il perdono parla di questo: riuscire a lasciare andare, liberarci, noi per primi.

Chi nella vita non ha vissuto situazioni dolorose, malate, tossiche, oppure ha subìto ingiustizie tali da soffrirne ancora dopo molti anni? Possono esserci delle azioni talmente gravi che difficilmente ci verrebbe da perdonarle e credo che, al di là del senso di dovere imposto dalle religioni, sia una reazione umana e comprensibile.

Tuttavia, visto che il perdono è, e rimane, una delle espressioni più nobili della nostra umanità, e sembra quasi un tema confinato all’aspetto religioso quando in realtà non lo è, vorrei condividere con te uno spunto di riflessione, da semplice essere umano che non mira ad altro che poter vivere in modo equilibrato con i suoi simili, sia rispettando se stesso che rispettando gli altri.

Il perdono non serve a soffocare il dolore

ascoltarsi

Ti dirò la verità, la storia del “porgi l’altra guancia” mi è sempre stata stretta fin da bambina, e le cose non sono cambiate: diciamo che di guance, ne ho solo due, ecco tutto. Al sentimento di dover permettere all’altro di ferirmi, preferisco che si prenda la responsabilità delle sue azioni, come io, delle mie reazioni. Se siamo adulti e maturi, è giusto che ognuno si prenda le sue responsabilità, così nessuno è costretto a sentire il peso della colpa o dell’ingiustizia sulle sue spalle, così da poter andare avanti, ognuno per la propria strada, col cuore leggero e senza pensieri pesanti, senza rancori.

E se c’è qualcosa che ho imparato in tutti questi anni di lavoro introspettivo, è che il perdono non può essere imposto: è inutile ripetere come un mantra “ti perdono” se dentro non c’è il vero sentimento del perdono, se non si riesce a lasciare andare. E per riuscire a perdonare, prima bisogna guarire, perché perdonare l’altro non significa calpestare se stessi: il perdono ci parla di rispetto reciproco, della capacità di riconoscere la nostra identità oltre il dolore e la colpa; ma se il dolore è presente, è doveroso curarlo.

Chiedere che il proprio dolore venga riconosciuto e curato non è egoismo: se la persona che ti ha fatto del male ha un minimo di senso morale, vorrà che tu stia meglio perché se sente di non poter rimediare, si sentirà tremendamente in colpa; da parte tua, ti sarà più facile perdonare l’altro se tu non soffri più. La guarigione è già una base più sana e solida sulla quale fondare un perdono reale e concreto.

Il finto perdono provoca rancore e sensi di colpa

rancore

Se si perdona sentendo ancora dentro di sé il pulsare della ferita, si corre il rischio di perdonare in maniera incompleta, illusoria. Ed è qui che spesso s’insinua un piccolo qui pro quo: già da piccoli, se qualcuno ci fa un torto, per il quiete vivere ci viene chiesto di “perdonarlo” così da placcare gli animi, ma non sempre il torto subìto viene riparato, e così rimaniamo con un retrogusto amaro che s’insinua fino al cuore. Crescendo, prendiamo l’abitudine di perdonare alla svelta senza perdonare davvero, e il rivolo di veleno arriva sempre più copioso dentro di noi.

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In questo caso, cosa succede? Da parte nostra, rimaniamo con un senso di profonda ingiustizia che non viene bilanciato dalla riparazione del danno subìto e tendiamo al rancore, alla vendetta: sentiamo di avere un conto in sospeso. L’ingiustizia sta nel fatto che ci è stato chiesto di dirigere l’attenzione verso l’altro ancora prima di poter guarire la nostra ferita. Inoltre, col perdono imposto, si finisce per snaturare totalmente il senso autentico del perdono, che diventa finto.

Da canto suo, l’altro non è costretto a prendersi le sue responsabilità e a rimediare a ciò che ha fatto, ma sa dentro di sé di non aver agito nel miglior del modi e che ha causato una sofferenza, portandolo a provare il peso dei sensi di colpa, che sono del tutto inutili se non mirano a ristabilire l’equilibrio.

(Vorrei precisare che in questo articolo, non parliamo di sociopatici che, per definizione, soffrono di una qualche forma di patologia, ma di persone normali con un livello medio di senso morale ed empatia).

In questa situazione, entrambe le parti sono lese: la prima sente il peso dell’ingiustizia, l’altra, quello della colpa. Morale: quel finto perdono non è servito a nulla.

“Quello che noi perdoniamo troppo in fretta non rimane perdonato.”
(Mignon McLaughlin)

Non perdono ciò che hai fatto ma posso perdonare te

Il perdono vero rimane un’espressione di profonda umanità capace di liberare entrambe le parti da un legame nocivo e se umanamente non ci è possibile perdonare un’azione, è possibile perdonare la persona che l’ha commessa.

Da un punto di vista più umano, e se c’è una reale volontà di guarire, riequilibrare una situazione, sarà più facile basare il perdono su due pilastri: la comprensione e la riparazione, in modo che il perdono venga nutrito da entrambe le persone in una volontà reciproca di trovare la pace.

1. Rimediare al danno

Siamo umani e tutti noi possiamo sbagliare o offendere un persona senza volerlo veramente, l’importante è riconoscere la propria azione e prendersi le proprie responsabilità. Nessuno punterà il dito contro di te per aver avuto il coraggio di ammettere il tuo errore. Ma non basta solo chiedere scusa, se hai causato un problema, hai il dovere di rimediare diventando parte attiva nel processo di riequilibrio della situazione. Prendendoti le tue responsabilità, eviti di sentirti in colpa e dimostri con i fatti (e non con le parole) che sei una persona matura ed affidabile.

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2. Comprendere l’altro

Comprendere l’altro non significa giustificarlo, ma capire che la sua identità non si limita a quella determinata azione. Bisognerà allora imparare a vedere oltre, evitando di sentire la necessità di giudicarlo sulla base delle sue azioni senza prendere in considerazione la persona nella sua integrità; perché per giudicare una persona, bisogna capirla, conoscerla bene, sapere quali sofferenze ha subìto nella sua vita, oppure è meglio evitare di farlo.

Se vorrai davvero giudicare una persona, allora dovrai imparare a conoscerla a fondo e come dice il vecchio proverbio Nativo, dovrai camminare nelle sue scarpe per tre Lune. Ti sarà allora più facile giudicarla in maniera giusta ed equa… se ne avrai ancora la volontà.

“Non giudicare le persone dai loro errori, ma dalla loro voglia di rimediare.”
(Anonimo)

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it