Nella società attuale – chissà, forse è sempre stato così? – non è facile avere il coraggio di seguire la propria integrità, quel famoso “essere se stessi” che vuol dire mille cose e nessuna insieme, in virtù del principio di evoluzione umana. Ma c’è qualcosa di davvero basilare da comprendere nel momento in cui cominciamo a chiederci chi siamo, oltre il velo della maschera, o del ruolo: cioè, che non siamo SOLO quelle maschere, o quei ruoli. Molto spesso, infatti, tendiamo a definire chi siamo in base al nostro lavoro, ad un particolare modo di fare, al colore predominante che mostriamo agli altri della nostra personalità.

Come possiamo catalogarci in un colore, se dentro ogni persona c’è l’intero universo? Etichettarsi in un unico ruolo è la via migliore per chiudersi al potenziale generativo intrinseco nell’essere umano. Non solo: etichettandosi con un ruolo relazionale o lavorativo (per esempio, essere madre o padre, essere avvocato, essere infermiera, essere businessman/businesswoman, essere operai, essere pensionati etc), in un certo senso irrigidisce le prospettive e si può correre il rischio di perdere il senso della totalità. È chiaro che alcuni titoli si portano con orgoglio e gioia, con consapevolezza: è importante, però, darsi il tempo di riflettere su quelle definizioni che gli altri ci hanno inculcato e su quelle a cui ci aggrappiamo, perché a lungo andare possono diventare un limite invece che una risorsa, specialmente se innescano un atteggiamento automatico, reattivo, invece che presente e consapevole.

Per disidentificarci dai ruoli dobbiamo prima imparare a conoscere le parti che agiscono da pilota automatico manovrando – sia positivamente che negativamente – i nostri atteggiamenti, pensieri, emozioni. Se, per esempio, come adulta sono identificata nel ruolo della brava bambina, la mia vita sarà sempre costellata dall’ansia di non essere mai abbastanza, ricercando l’approvazione degli altri e delegando la responsabilità della mia realizzazione personale. Allo stesso modo, sentirsi identificati nel ruolo di capo azienda potrebbe portarci ad avere un atteggiamento di controllo, autoritario o poco affettivo anche in contesti che invece richiedono l’attivazione di un altra parte di noi, come la famiglia o le amicizie.

Sia la brava bambina che il capo azienda sono sub-personalità da integrare, mai da reprimere, contrastare o rifiutare. Entrambe le parti prese in considerazioni hanno lati luce. La prima garantisce empatia, spinta al miglioramento, da aggiustare con amor proprio e volontà; la seconda riflette capacità di organizzazione o problem solving, qualità trasversali e sempre utili, basta saperle gestire con parsimonia e nel momento giusto, magari equilibrandola con un po’ di creatività e affettività, nei giusti contesti.

La disidentificazione è uno dei processi evolutivi più importanti promossi dalla Psicosintesi di Roberto Assagioli, fondamentale per riprendere maggior contatto con il proprio sentire, con la propria essenza, con le fasi inevitabili della vita. Ecco la proposta di uno splendido esercizio di auto-analisi e meditazione (da L’atto di Volontà) per facilitare la disidentificazione e promuovere l’auto-identificazione:

” Io ho un corpo, 

ma non sono il mio corpo.

Ho delle emozioni,

ma non sono le mie emozioni.

Ho una mente,

ma non sono la mia mente.

Allora io che cosa sono? Che cosa rimane quando mi sono disidentificato dal mio corpo, dalle mie sensazioni, sentimenti, desideri, mente e azioni? L’essenza di me stesso: un centro di pura autocoscienza. Il fattore permanente nel flusso mutevole della mia vita personale. È questo che mi dà il senso di essere, di permanenza, di equilibrio interiore. Io affermo la mia identità con questo centro e ne riconosco la permanenza e l’energia. Io riconosco ad affermo me stesso quale centro di pura autocoscienza e di energia creativa, dinamica. Riconosco che da questo centro di vera identità posso imparare ad osservare, dirigere ed armonizzare tutti i processi psicologici ed il corpo fisico. Voglio raggiungere una coscienza permanente di questo fatto, in mezzo alla mia vita di tutti i giorni, ed usarla per aiutarmi a dare alla mia vita un significato ed un senso di direzione crescenti.

Abbracciare la comprensione della molteplicità che ci abita ci permette di dire che non siamo un ruolo o una parte di noi, siamo ANCHE questo, da attuare come scelta: ed è sempre così fintanto che decidiamo che non sia più così. Il processo di disidentificazione è spesso lungo e tortuoso, a volte i meccanismi di risposta automatica inconscia possono prendere il sopravvento mettendo alla prova. Ma il primo passo è riconoscere, tornando presenti a se stessi, alle proprie sensazioni e a ciò che accade, all’essenza e al centro.

Quando crediamo di essere “così” ci stiamo privando della grandissima opportunità che risiede dentro gli individui, di scoprire tutto ciò che ancora abbiamo da imparare: “in ognuno di noi si sono sviluppati ed attivati in varia misura tutti gli istinti, tutte le passioni, tutti i vizi e tutte le virtù, tutte le tendenze umane e tutte le aspirazioni, tutte le facoltà e tutte le doti dell’umanità” – Hermann Keyserling. Questa frase non implica che dobbiamo provare, riuscire o essere qualsiasi cosa, ma è piuttosto un invito a non chiudersi, a sperimentare ciò che è il proprio potenziale latente, ciò che ci risuona come parte di noi ma che magari non ci assumiamo il rischio – o la responsabilità – di vivere. L’inquietudine che potrebbe scaturire dall’osservazione e dalla presa in carico delle maschere dei propri ruoli, delle proprie immagini interiori, sarà una meravigliosa crisi evolutiva, un momento di passaggio con l’obiettivo di tornare nel quieto, di tornare nel “qui” ed ora, re e regine delle nostre azioni consapevoli invece che di schemi rigidi di reazione inconscia.

Di Chiara Pasin