Per i popoli dell’antichità non era di certo un concetto astruso, anzi, era considerato naturale come l’acqua. La Terra è viva: respira, come testimonia il ritmo delle onde; si muove, come testimonia il cambiare forma del suolo, lo spostarsi delle dune e delle stelle; si risveglia ogni anno con i germogli e ogni anno va a dormire sognando l’inverno, al caldo sotto una coperta di foglie secche e neve. La Terra è viva ed è divina: Gea o Gaia per Greci e Romani, Pachamama per gli Inca, Nanà per gli Yoruba, Inanna per i Sumeri. La Terra è la Dea dai Mille Nomi ma un solo corpo: il nostro.

Eppure, nonostante la naturale sapienza che vive nelle sue cellule, l’uomo a un certo punto della storia, almeno in alcune aree geografiche, se n’è dimenticato. Ha iniziato a trattare Madre Terra come fosse morta, inerte, un oggetto. Interrotta la comunicazione con la rete della Vita, relegata in un angolo del cervello la voce del proprio vero Sé, l’uomo ha iniziato a percepirsi come individuo scollegato dal resto, credendo di poter dominare la Natura a suo piacimento, tramite la tecnologia. Anziché trasformarsi in Custode della Terra (cioè mettere al servizio di Gaia e dell’evoluzione collettiva le sue capacità, per proteggere le creature della Terra e realizzare così ciò che secondo molti è i suo vero destino), l’uomo è divenuto il suo aguzzino. Sfruttatore senza pietà, incosciente dilapidatore di risorse, violento, irrispettoso, egoista, miope. E durante questa trasformazione, Gaia è rimasta in silenzio, osservando e accettando tutto, il bene quanto il male, proprio come una Madre farebbe, aspettando paziente che questo suo figlio così speciale riacquistasse la lucidità e si lasciasse nuovamente abbracciare da lei.

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Oggi, lentamente, la consapevolezza sta tornando. Complici l’esaurimento imminente delle risorse non rinnovabili e i disastri ambientali che come spade di Damocle incombono sulla sua testa dura, l’uomo sta ricominciando a rendersi conto, dopo un’ipnosi durata migliaia di anni, che la Terra è viva. La Terra è viva. Come un mantra questa frase risuona nelle nostre orecchie. Possiamo ripeterla tra noi più e più volte. La Terra è viva. E’ bellissimo. Il suono è bellissimo, è bellissimo il significato.

La Terra è viva e noi siamo una parte di lei. Siamo come le dita delle sue mani, oppure i suoi occhi. Siamo un organo di quest’immensa creatura vivente, che respira, percepisce e si adegua ai cambiamenti. Lo sapevano già gli uomini primitivi, che la Terra era la loro Madre, eppure soltanto negli anni Sessanta l’uomo occidentale fu capace di ricordarsene, quando i primi astronauti vennero lanciati in passeggiate spaziali e poterono vedere con i propri occhi Gaia, in tutto il suo splendore, descrivendola con meraviglia: il pianeta verde e blu, che ruota nello spazio avvolto da garze di nubi, Terra, la nostra Casa, così stupenda e brillante sullo sfondo nero del cosmo.

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Anche secondo Rudolf Steiner e gli antroposofi il nostro pianeta è un gigantesco organismo vivente che respira, e il suo respiro scandisce il ritmo delle stagioni: in autunno la Terra inspira lungamente, per poi trattenere dentro di sé il respiro durante il sogno dell’inverno, espirando in primavera e rimanendo in apnea, completamente esteriorizzata, in estate.

Per gli Inca, Pachamama è la Madre Terra, dea della fertilità e del raccolto ma anche delle montagne e dei terremoti. Se non viene onorata e rispettata infatti la sua ira può esprimersi tramite terribili scosse del suolo. Il suo spirito dimora soprattutto all’interno di rocce cave o di tronchi di alberi secolari.

Fu James Lovelock il primo scienziato a formulare quella che divenne celebre come l’Ipotesi Gaia. Nel suo libro pubblicato per la prima volta nel 1979, il chimico dell’atmosfera sosteneva, dopo dieci anni di studio in diversi campi dell’avanguardia scientifica, che la biosfera, ovvero l’insieme delle creature viventi abitanti il nostro pianeta, si potesse considerare come un enorme organismo interconnesso e autoregolantesi, in grado di influenzare la composizione dell’atmosfera così come la sua temperatura, in modo da garantirsi la sopravvivenza. Gaia è la Vita, la cui testimonianza archeologica più antica risale a quattro miliardi di anni fa, ma probabilmente era comparsa già molto prima, pur senza lasciare tracce.

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Lo studio di Lovelock porta a sostegno della sua ipotesi numerosi dati, dalla composizione della barriera corallina e dei fanghi oceanici (zoccolo duro di Gaia, grandi produttori di ossigeno e garanti della sua sopravvivenza) al fatto che l’impronta di Gaia è sempre riconoscibile, è legata all’acqua, al movimento a spirale e tende a organizzarsi sempre secondo gli stessi schemi. Lovelock dice che “se riuscissimo a individuare l’unità funzionale minima della Vita, sapremmo anche che cosa andare a cercare sugli altri pianeti, per capire se ci sia Vita anche là o meno” (in quegli anni erano ossessionati con la ricerca della Vita al di fuori della Terra. Anziché preoccuparsi di proteggere quella che abbiamo, volevano a tutti i costi trovare gli extraterrestri, costruendo complesse e rischiose astronavi e dimenticandosi che ci sono anche altri modi di viaggiare e conoscere…).

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Il lavoro di Lovelock diede il via a una nuova stagione dell’ecologismo: ora c’erano basi scientifiche su cui appoggiarsi per sostenere la causa ambientalista che proprio negli anni Settanta stava prendendo la rincorsa. E sappiamo tutti quanto la prove scientifiche piacciano all’uomo occidentale, che teme il proprio istinto e non si fida dell’intuito.

La cosa più interessante della teoria di Lovelock però è che sostiene e dimostra chiaramente che Gaia sarà molto difficile da uccidere. Le sue caratteristiche di adattabilità e di trasformazione infatti le permetterebbero con buone probabilità di sopravvivere anche a catastrofi enormi. In effetti, la Vita è nata proprio su un pianeta in condizioni estreme: bombardato da radiazioni, radioattivo, senza atmosfera e caldissimo. Non per niente la prima forma di vita a comparire sulla Terra, gli Archaeobacteria, sono dette estremofile. Gaia ha la pelle dura. Ad essere molto più fragile è invece l’uomo. Siamo noi ad avere bisogno di condizioni specifiche per sopravvivere. Ci serve la giusta quantità di ossigeno, ci serve un’atmosfera adeguata, una temperatura precisa… Insomma, quelli che rischiano di soccombere a una catastrofe siamo noi, non la Vita! La Vita continuerebbe a lungo anche dopo, reinventandosi. Ma il piccolo uomo sembra proprio stia dirigendosi verso l’autodistruzione, senza rendersene conto, impegnato a guardare le punte dei propri piedi anziché scrutare ciò che si affaccia all’orizzonte.

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Non ci sono solo brutte notizie però. Dai tempi del libro di Lovelock, sempre più persone hanno sentito risvegliarsi una coscienza planetaria, sempre di più sono coloro che si stanno riconnettendo con il richiamo di Gaia, il resto del nostro corpo di cui così facilmente tendiamo a dimenticarci.

Sandra Ingerman nel suo libro Medicina per la Terra parla di trasmutazione. Quando vediamo i fiumi, che sono le vene e le arterie di Gaia, inquinati irreparabilmente, quando vediamo distese di plastica galleggiare sugli oceani culla della vita, quando nuvole di smog ricoprono il cielo e un sentimento di disperazione e di impotenza si impossessa dei nostri cuori, dobbiamo ricordare una cosa importantissima, anzi due.

La prima è la Legge dello Specchio: per quanto ci possa apparire incredibile, tutto ciò che di cui facciamo esperienza al di fuori di noi trae le sue origini dal nostro interno, dalle nostre credenze e forme-pensiero. L’immaginazione è reale, più reale di qualunque altra cosa, e il pensiero crea. Ciò che vediamo al di fuori non è che una proiezione di ciò che, collettivamente, l’umanità crede e pensa. L’odio, la rabbia, la frustrazione, ma soprattutto la paura che ci domina, inquinano l’atmosfera. Ciò che vediamo fuori è il riflesso di ciò che abbiamo dentro. Se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo innanzitutto fare chiarezza e pulizia dentro di noi e focalizzare le nostre intenzioni. Dobbiamo sciogliere le credenze nocive, i pensieri che ci procurano emozioni distruttive, ed esprimere chiaramente le nostre intenzioni, senza più lasciarci dominare dalla paura del nostro potere di cambiare la realtà. Siamo responsabili della nostra vita, siamo responsabili dell’energia che immettiamo nell’atmosfera, su ogni livello.

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La seconda cosa è che non esiste energia buona o energia cattiva. L’energia è energia, punto. Tutto ciò che ci circonda non è altro che vibrazione a varie frequenze. Pertanto, se troviamo che qualcosa sia male, non dobbiamo cercare di eliminarlo. Eliminarlo è impossibile. Dobbiamo invece accettarlo, innanzitutto, diventare tutt’uno con lui riconoscendo che si tratta di una parte di noi stessi, e poi dobbiamo trasmutarlo, ovvero cambiare il segno della sua energia. Questo non è un concetto semplice, ma è molto importante. La rabbia di solito produce un’intensa energia, solo che noi la blocchiamo e le trasformiamo in tensione e odio anziché riuscire a trasmutarla in Amore, e questo accade perché non la accettiamo. Se riuscissimo ad accettarla, tutta l’energia prodotta e accumulata dalla rabbia si trasformerebbe in forza, energia neutra al nostro servizio per realizzare le nostre intenzioni. La pietra filosofale degli alchimisti non era altro che questo: trovare il modo di trasformare se stessi in Oro alchemico, in energia allo stato puro, ovvero Amore.

L’altro giorno passeggiavo in un parco vicino a casa mia, lungo un fiume. La giornata autunnale era bellissima e le foglie colorate degli alberi si specchiavano nell’acqua che scorreva poco profonda sui ciottoli. Fermandomi a osservare, mi sono accorta che l’acqua, naturalmente, era sporca. Sulla sua superficie scorrevano bolle di unto, come residui di un sapone chimico. Ho sentito lo stomaco contrarsi. Quel fiume è un capillare del sistema circolatorio di Gaia e, come tantissimi altri, è inquinato. Tramite la rete dell’acqua quella sporcizia, insieme ad altre tonnellate di rifiuti, penetrerà nel suolo intossicando gli alberi oppure arriverà in mare, si depositerà, avvelenerà i pesci, evaporerà contaminando l’aria, formando nuvole tossiche che poi pioveranno sul suolo, acidificandolo.

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Un mantello di tristezza si depositò sulle mie spalle, nonostante la luce autunnale danzasse intorno a me e gli alberi mi circondassero con la loro bellezza. Cosa possiamo fare per annullare tutto questo, per fermarlo? Niente! Poi però mi sono ricordata. Qualcosa che possiamo fare c’è, oltre naturalmente alle scelte concrete e consapevoli che diminuiscano lo spreco e l’inquinamento. Mi sono detta: “Ok, Giorgia, questo è brutto e ti rende triste. Ora accetta questa emozione e cerca di capire a cosa è legata, qual è la credenza che le sta dietro. Accetta l’inquinamento, accetta la mancanza di rispetto, accetta questa strada che l’uomo ha deciso di percorrere. Accettala e trasformala in Amore. Fai pulizia delle emozioni negative dentro di te perché anche loro sono fonte di sporcizia. Fino a che tu sarai uguale agli altri ma solo di segno contrario, non potrai mai superarli. Sarà un tiro alla fune disperato e senza senso. Cambia frequenza, trasforma la tua vibrazione in qualcosa di più alto. Prendi le bolle di sporcizia e amale. Aumenta la loro frequenza e si dissolveranno.” Sono diventata il fiume inquinato e sono rimasta vicino al corso d’acqua per alcuni istanti, cercando di sentire come sente lui.

L’accettazione e la trasmutazione sono cammini lunghi una vita, ma sono l’unica possibilità che abbiamo per la Guarigione. E’ la nostra occasione per evolverci: superare la dualità Bene/Male, Giusto/Sbagliato. La Verità è una sola e non si può esprimere a parole. Chiunque la può sapere, ascoltando la Voce che parla da dentro di noi, dal Centro del Cosmo. Il viaggio verso Casa è lungo eppure brevissimo. E’ fatto di piccoli passi di gioia, una rieducazione all’Amore, e va intrapreso con il coraggio che nasce dalla fiducia. Dobbiamo fare come Gaia, come Nanà, che accoglie dentro di sé tutto, il bene e il male, senza giudizio, e poi tutto trasforma.

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Abbiamo parlato di Gaia e del fatto che è viva. Ma, come noi non siamo che un organo di Gaia, così Gaia non è che una parte del Cosmo. Come Gaia è viva, tutto il Cosmo lo è. L’energia che lo permea e costituisce infatti è sempre la stessa vibrazione diffusa ovunque. La Vita va ben oltre la ristrettezza del senso biologico in cui la intende l’uomo (nascere, crescere, nutrirsi, riprodursi, morire). La Vita è la Coscienza di cui ogni cosa è costituita. Le pietre vivono, anche se la loro vita è una vita lentissima, che segue ritmi molto diversi dai nostri. I pianeti vivono e hanno una coscienza. Le comete sono messaggere cariche di informazioni che viaggiano per il Cosmo come regali misteriosi.

Il nostro corpo è ricoperto dal microbiota, il cosiddetto “organo nascosto”, costituito da miliardi di batteri (il cui numero supera ampiamente il numero delle nostre cellule!). Per questi microscopici batteri, il nostro corpo è immenso come il Cosmo. Chissà, forse essi elaborano teorie su di noi che nemmeno possiamo immaginare, così come fa il piccolo uomo, che manda navicelle spaziali in giro per il Sistema Solare sentendosi così grande, così importante, così intelligente, e dimenticandosi intanto che l’organismo di cui è ospite è di un’immensità inimmaginabile e di una Bellezza che nessuna teoria potrà mai descrivere.

Giorgia Rossi

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