Ciò che viviamo tutte le sere alle 22.00 è una vera e propria trasformazione. E’ come se il nostro Paese si cambiasse d’abito, proprio a quell’ora. Come nella fiaba di Cenerentola che a mezzanotte in punto è costretta a ritornare a casa, anche noi siamo invitati a rimanere dentro. In noi stessi.

Tutto si ferma alle 22.00. Distrazioni, rumori, relazioni. Siamo obbligati a fare i conti con la nostra interiorità. Il silenzio regna finalmente sovrano ed è proprio grazie al silenzio che possiamo compiere il viaggio dentro noi stessi. Un cammino così profondo, autentico e particolare non lo si può intraprendere in mezzo al rumore.

E così, come per magia, tutto svanisce. Le strade sono deserte, le piazze disabitate, le città si svuotano, le case si riempiono dei propri abitanti. Sembra che tutto si sia sacrificato per crearci il luogo ed il tempo ideali a guardarci dentro. E’ un invito a tuffarci nel silenzio notturno, così potente e misterioso, a non fuggire, a non ricercare il rumore per riempirlo. Ad ascoltarlo. Perché tutti i messaggi più importanti per la nostra anima avvengono nel silenzio.

Facciamo fatica a vivere il silenzio, dentro e fuori di noi. E questa, in mezzo a tutto il rumore giornaliero di questo periodo, è un’occasione unica e preziosa per riconquistarcelo.

Solo nel silenzio possono nascere intuizioni, idee, soluzioni. Non dettate dall’esterno ma generate dalla nostra profondità. Ciò che possiamo fare in queste sere di coprifuoco è alimentare il silenzio, come un fuoco che fornisce la luce per vedere. Dedicarci ad azioni lente, accendere candele che scaldano i cuori, lontani e vicini a noi, entrare in altri mondi attraverso i libri, ascoltare musica rilassante. Calmare la mente e rilassare il corpo. Per poter accogliere sogni, immagini, fantasie e nuove melodie interiori.

E’ un invito notturno nazionale al silenzio, alla non azione abituale, all’introspezione. Tante persone unite in uno stato simile fanno accadere uno stato potente, simile alla preghiera condivisa, alla ripetizione simultanea di mantra, alla meditazione di gruppo. Lo sanno bene i monaci tibetani che si riuniscono in silenzio a creare mandala di sabbia per intere giornate o che occupano con i loro corpi in meditazione un luogo sede di una violenza.

Siamo chiamati all’unione silenziosa, ad intrecciarci come fili d’anima di un solo maglione, all’abbandono del controllo interiore ed esteriore, a cantare lo stesso canto alla vita con una miriade di voci diverse.

Che il coro abbia inizio. Che parta dal cuore di ognuno di noi.

Elena Bernabè