Negli ultimi anni la sensazione di non essere in armonia con il mondo mi ha percorsa un po’ in tutte le direzioni. Sentire di non essere al proprio posto, avvertire una nota stonata nella melodia che si sta suonando, porta a porre consapevolezza ed attenzione ai momenti, le situazioni di disagio e a quelli in cui tutto scorre e fluisce.

Da tanti anni conservavo nel cuore il desiderio di partire per una terra fatta di bambini più che adulti, di pelle nera invece che bianca, di ritmi e musiche diversi dalle mie. Finalmente questo sogno è diventato realtà e sono partita per il Senegal nel giorno estivo per eccellenza, il 15 di agosto, con l’intento di portare un po’ di me, delle mie competenze e dei miei sorrisi a tutti quei meravigliosi occhi, visti solo nei cartelloni pubblicitari di associazioni dedicate allo sviluppo di queste realtà. Sono partita con un gruppo di 9 persone, che l’Associazione Oltre i Confini Onlus ci ha aiutato a rendere unito ancor prima della partenza. Campo di volontariato nella scuola Fabrizio et Cyril e nell’asilo Lamine Djiba, nella piccola Bene Barak, in Senegal.

Qui vi parlo di una storia in cui la realtà ha superato la fantasia. Perché l’Africa prima di tutto è UMANITÀ. È Unione, condivisione, sostegno, collaborazione, fratellanza.
Abbiamo vissuto 15 giorni immersi nella loro vita, nella loro realtà quotidiana e se lo sconcerto iniziale e il senso di impotenza ha pervaso il mio ventre nei primi due giorni, dal terzo ha iniziato a riempirsi di bellezza umana che da nessun’altra parte ho mai potuto assaporare. Quella purezza, quella sincerità ed onestà di rapporti che mai avrei pensato di ritrovare dopo i 10 anni.

Convivere con altre 9 persone, 24 ore su 24, senza spazi propri, senza gli agi della vita a cui siamo abituati porta al ritorno alle radici, all’essenza, a togliere la maschera e a mostrarsi per ciò che si è.

Questo abbiamo fatto. Siamo stati semplicemente noi stessi e ci siamo voluti bene. L’Africa ci ha accolti. Ci ha avvolti nel suo grembo materno e si è presa cura di noi e noi abbiamo imparato a prenderci cura gli uni degli altri, a porre l’attenzione sull’essenzialità della vita. Siamo usciti di casa senza guardarci allo specchio e rimodellarci i capelli, senza trucco, senza abiti importanti. Ci siamo spogliati dell’apparenza e ci siamo vestiti dell’essere. Nessun corso, nessun master può dare ad un essere umano ciò che dona un’esperienza come questa.

Abbiamo visitato luoghi che hanno dell’irreale, come lisola di Joal Fadiouth , con le strade fatte di conchiglie, dove cristiani e musulmani convivono pacificamente e condividono quotidianità e riti religiosi , perfino il cimitero. Si respira rispetto e civiltà qui. Sono un esempio per il mondo!

Mostrano come non sia la religione a creare guerre, ma la mente degli uomini.

Ed è strano come sia la pace a colpirci più della guerra! Come l’abitudine alle atrocità ci abbia reso pronti a stupirci di fronte a quello che dovrebbe essere la normalità: il rispetto per l’altro, l’amore verso il prossimo.

Un’altra riflessione spontanea è che i bambini non sono tutti uguali.
Abbiamo percorso tante volte la strada che portava dalla nostra casa alla scuola ed ogni volta ciò che mi colpiva erano i bambini liberi, che giravano da soli per le strade, senza adulti vicino. Perché loro sono figli della comunità. Figli di cui tutti si prendono cura.
Bambini di tutte le età che conservano un soldino nella mano per poter comprare pane e spaghetti nella mezz’ora di pausa dalla scuola, che giocano con un pneumatico, che si inventano corse di cavalli con una cordicella legata in vita e un altro bambino che li guida, e ridono, corrono, salutano e ti aspettano. Sì, ti aspettano per tenderti la mano, per poterti dire: ça va?

I nostri bambini non hanno più questa spontaneità, questa libertà di essere e di fare. La paura del diverso, dello sconosciuto non consente di avvicinarsi, di parlare, di sorridere ad un estraneo.

L’entusiasmo, la voglia di imparare e di fare: questo contraddistingue i bambini che ho conosciuto.
La cosa più difficile inizialmente è uscire dagli schemi temporali tipici occidentali.
Il tempo in Africa si dilata. Diventa uno spazio immenso in cui puoi ascoltare il battito del tuo cuore a ritmo dello Djembè, riscoprire il tuo respiro, il tempo del tuo corpo. Lo stress della vita occidentale piena di impegni, di freneticità, di bisogno di produrre più di quanto sia necessario, causa di problemi alla salute, famiglia, qualità del lavoro, in Africa non esiste. Ci sono adulti accoglienti, rispettosi, onesti e sinceri. Dall’animo grande e portatori di saggezza ed energia positiva. Pronti a mettersi in gioco, a prendere suggerimenti, innovazioni, idee da noi, anche se siamo stranieri nella loro terra.

Abbiamo dato tanto, ma ci siamo presi molto di più!

Il momento che più amavo della mia giornata con i bambini era dalle 12.30 alle 13. Tutti i bambini si riunivano nel cortile interno della scuola, gli insegnanti al centro di un grande cerchio iniziavano a gran voce le parole di una canzone, gli Djembè tuonavano e tutto quello spazio si riempiva di voci e suoni carichi di un’energia esplosiva! I brividi percorrevano gli arti, gli occhi diventavano lucidi per la forte emozione, il sorriso dipinto sul viso non andava mai via, le mani non smettevano di battere una con l’altra, il corpo tremava e la testa si svuotava di tutto.

Eri immerso in una dimensione spazio-temporale che suonava solo la melodia del tuo cuore, quella che avevi dimenticato e tutto intorno a te sembrava ovattato. Forse c’è una parola per spiegare come mi sentivo: felice. Mi sentivo felice. Ed è stata una delle poche volte in cui me ne sono accorta. In cui ero lì, presente e recettiva.

L’Africa con le sue terre rosse, gli alberi verdissimi, i baobab giganti, l’oceano caldo e le spiagge immense, un paesaggio ricco, che contrasta con la povertà delle persone che ci vivono, che affascina e rattrista allo stesso tempo.
Il mulo che porta l’aratro, i bambini che raccolgono il miglio, il sudore che bagna i vestiti, le stoffe dai colori sgargianti, le mosche, le zanzariere, i visi amici, il tempo umano, il piatto condiviso, lo  Djembè.

E quando torni non puoi più farne a meno…

Grazie Africa, a presto!

Educatrice Manuela Griso