Cos’è l’arte? La risposta in sé è semplice: è un linguaggio in grado di trasmettere emozioni e messaggi, ma non sempre è facilmente decifrabile. Il linguaggio dell’arte a volte utilizza un vocabolario sconosciuto e difficile da comprendere, orbita su un altro livello di conoscenza.

«Se è arte, non è per tutti. Se è per tutti, non è arte».
~ Arnold Shönberg ~

Tutti, quando si parla di arte, immaginano i quadri di Leonardo, Monet, Picasso, le sculture di Michelangelo, la musica di Mozart… ma l’arte non è sempre così immediata, soprattutto oggi.

L’arte è anche performance. Non si deve pensare solamente a qualcosa di tangibile visibile e “toccabile”, ma a qualcosa che si può provare, immaginare, sentire dentro.

Scandalizzati e sconvolti dall’arte di Damien Steven Hirst, il capostipite di un movimento artistico contraddittorio e provocante, dove le sue opere sono animali morti (non uccisi da lui), o di Maurizio Cattelan, anch’egli fautore di opere con animali imbalsamati, non si guarda oltre al semplice oggetto mostrato, al significato che assumono quelle opere che agli occhi di quasi tutti possono risultare raccapriccianti e assolutamente immorali o etiche.

Marina Abramović

L’arte quindi diventa qualcosa di indecifrabile, di difficile interpretazione e assume connotati ancora più bizzarri quando si parla di Marina Abramović, conosciuta soprattutto per le sue strane e a volte incomprensibili performance dove l’artista si relaziona direttamente col pubblico testando i limiti del proprio corpo e della mente.

«Guardavo spesso le nuvole mentre ero sdraiata sull’erba, e un giorno la mia vista è stata improvvisamente interrotta da aerei, che sono apparsi dal nulla e hanno lasciato un bellissimo schema nel cielo. In quel momento, mi sono resa conto che tutto poteva essere usato per creare e che non c’era motivo di limitarmi alla pittura in studio» M.A.

Marina Abramović nasce a Belgrado il 30 novembre 1946, si avvicina all’arte da piccola per poi frequentare l’Accademia di Belle Arti della sua città natale, ed in seguito ad insegnare presso l’Accademia di Belle Arti di Novi Sad.

La sua prima performance nel 1973 è Rhythm 10, il gioco russo del coltello. 20 coltelli da passare uno per volta fra le sue dita, registrando tutto con due registratori, ad ogni taglio si cambia coltello, finiti i quali riascolta le registrazioni e ricomincia cercando di ripetere gli stessi movimenti e gli stessi errori esplorando le limitazioni fisiche e mentali.

Marina Abramović Rhythm 10

Una volta che sei entrato nello stato dell’esecuzione, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente” (Kaplan).

La sua performance successiva fu ancora più scioccante, nel 1974 diede vita a Rhythm 0 dove lei rimase immobile per 6 ore con accanto a sé 72 oggetti, alcuni di tortura ed altri di piacere, invitando lo spettatore a usare liberamente quegli strumenti con qualsiasi volontà, mentre lei avrebbe subito passivamente ogni cosa. I risvolti di quella performance furono piuttosto controversi, all’inizio la gente era intimidita ma dopo 3 ore la violenza, la voglia di trasgressione e quel pizzico di sadismo che impregna l’essere umano prese il sopravvento e i suoi vestiti e in seguito le sue carni vennero tagliuzzate da lamette affilate. Qualcuno si spinse oltre puntandole anche una pistola carica addosso… Questa si può definire arte? Forse più esperimento sociale, ma di sicuro l’artista la definisce opera d’arte atta ad “affrontare le sue paure in relazione al proprio corpo”.

Marina Abramović Rhythm 0
Alcuni dei 72 oggetti usati per la performance

“Inizialmente erano pacifici e timidi, ma rapidamente è iniziata un’escalation di violenza. Quello che ho imparato è che se lasci la decisione al pubblico, possono ucciderti. Mi sono sentita davvero violentata, mi hanno tagliato i vestiti, mi hanno piantato spine di rosa nello stomaco, uno mi ha messo la pistola alla testa, un altro l’ha portata via. Hanno creato un’atmosfera di aggressività. Dopo 6 ore mi sono alzata e ho iniziato a camminare tra il pubblico. La gente se ne andava, non riuscivano a guardarmi in faccia. Scappavano al confronto”.

Diventa difficile a questo punto stabilire quale sia il confine dell’arte, ma forse l’unico motivo per cui è così complicato è che non esiste. Non esiste un confine, ogni cosa che provoca emozioni è arte, ogni cosa che smuove gli animi, suscita stupore, paura, entusiasmo o ammirazione è arte.

E lo sa bene Marina che analizza le emozioni ed i meccanismi dell’essere umano da sempre, e nel 2010, con The Artist Is Present, diede vita ad una performance durata 736 ore (sette ore al giorno, ogni giorno, per tre mesi) al MoMA di New York. Un tavolo due sedie, in una lei nell’altro chiunque avesse voluto osservarla.

Marina Abramović

In quell’occasione al suo cospetto si sedette anche Ulay, che per dodici anni fu il suo compagno di vita. Fù invitato alla performance all’insaputa dell’artista. Sedutosi di fronte a Marina le emozioni erano tangibili, lei allunga le mani verso quelle dell’ex compagno, trasgredendo alle regole della performance artistica, e copiose lacrime iniziano a solcarle il volto. Un momento intenso dove pubblico e artista si mescolano, dove le vere emozioni escono fuori e danno vita a qualcosa di estremamente intimo e emozionante.

«Io ero lì per tutti quelli che erano lì. Le persone mi aprivano il cuore e in cambio, ogni volta, aprivo il mio. Il dolore fisico che provavo era un conto. Ma il dolore nel mio cuore, la sofferenza dell’amore puro, era molto più grande. Ed era la sensazione più incredibile che avessi mai avuto. Non so se questa è arte dissi a me stessa. Avevo sempre pensato che l’arte fosse qualcosa di espresso mediante determinati media: pittura, scultura, fotografia, cinema, musica. E sì anche performance. Ma questa performance andava oltre la performance. Questa era la vita. Può essere l’arte isolata dalla vita? Deve esserlo? Cominciai ad essere sempre più convinta che l’arte deve essere vita, deve appartenere a tutti».

Marina Abramović

Marina Abramović è un’artista completa, e questo autunno torna in Italia dal 18 ottobre al 31 dicembre presso la Pinacoteca Ambrosiana, nell’area sotterranea dell’antico foro romano di Milano, dove darà vita ad una mostra composta da tre video che documentano le tre performance tenute nel 2009 dall’artista nell’ex convento di La Laboral a Gijón, in Spagna.

Quindi ora possiamo rispondere alla domanda iniziale con qualcosa che vada oltre la spiegazione del vocabolario: Cos’è l’arte? E’ TUTTO CIO’ CHE EMOZIONA.

Articolo scritto da Valeria Bonora – valeria2174.wix.com