“Non ce la faccio più. Che razza di vita è questa?”

fabbrica in Cambogia

A pronunciare queste parole singhiozzando è una ragazza norvegese,  Anniken Jørgensen, appassionata di moda che partecipa insieme ad altri tre concorrenti ad un reality sugli orrori dello sfruttamento del lavoro in Cambogia.

E’ un esperimento sociale, Anniken Jørgensen, Frida Ottesen e Ludvig Hambro di rispettivamente 17, 19 e 20 anni sono volati nella capitale del paese del sud-est asiatico di Phnom Penh, dove hanno sperimentato per un mese la vita di un operaio tessile cambogiano.

Emozione e spensieratezza hanno avuto il sopravvento sul trio, come una vacanza o una gita scolastica, ma questo solo fino a quando non hanno iniziato a rendersi conto di quello che li circondava.

Nel secondo episodio i tre ragazzi visitano la casa di Sokty, un operaia che vive in appartamento grande quanto una scatola da scarpe a Phnom Penh

“Mi dispiace per lei, ma poi penso che questo è il modo in cui ha trascorso tutta la sua vita, quindi per lei, questa è la sua casa, non ha idea che sia male. E’ davvero strano essere qui ” è il commento di Frida.

Ma se il suo ragionamento poteva sembrare ottimale all’inizio, col proseguire dei giorni le cose iniziano ad apparire per quello che sono in realtà, Ludvig scopre che una camicetta da 35 dollari costa più di un mese di affitto…. e dopo una notte di chiacchiere con il loro ospite scoprono molto ingenuamente che Sokty non è affatto felice come pensavano, nonostante abbia sempre vissuto così e non conosca altre realtà, come ad esempio la loro vita in Norvegia.

E qui iniziano a farsi domande e risposte, Ludvig: “Pensi di sapere; si pensa di sapere quanto è brutto, ma tu non lo sai quanto brutto prima di vederlo.”

Dopo il primo turno in fabbrica in Cambogia le cose appaiono decisamente meno rosee ai tre ragazzi: “E’ come un circolo vizioso che non si ferma mai. Basta sedersi qui e cucire la stessa cucitura più e più volte. Sono stato qui per oltre due ore, solo facendo questo. Ho fame e sono stanco e ho dolori alla schiena”.

fabbrica in Cambogia

Iniziano a sentire la fatica e la pressione che si accalca su di loro per la produzione eppure potrebbe andare peggio: “La terribile verità è che questo è uno dei pochi luoghi in cui hanno potuto entrare” ed è una fabbrica in Cambogia che non ha carta igienica, non ha una singola ventola, e gli operai vengono messi così sotto pressione che preferiscono stare in piedi. 

“Mi chiedo come siano gli altri posti, dove noi non siamo i benvenuti”.

A peggiorare ancora le cose sono i 9 dollari di paga con i quali i ragazzi devono fare i conti per cibarsi: una zuppa di verdure con alcuni bocconcini di pollo. 

«Quanto costi realmente vivere qui, semplicemente non si arriva a comprenderlo: non hanno i soldi per il cibo; le grandi catene di moda fanno morire di fame i loro lavoratori. E nessuno è responsabile. “

Concluso il reality i ragazzi si sono ritrovati cambiati:

“Ho questa idea che così tante persone in tutto il mondo siano inutili. Non sono nulla e non fanno nulla per tutta la vita” .

Sconvolti dal fatto che ancora oggi la gente possa morire e in realtà muore di fame li ha sconvolti, perché lo hanno vissuto sulla loro pelle, lo hanno visto, lo hanno vissuto.

“Non capisco perché le grandi catene, come H & M, non intervengono? H & M è una grande azienda con enormi quantità di energia. Fate qualcosa! Assumetevi la responsabilità per i dipendenti”.

H & M, che ha una presenza significativa in Cambogia, ha rifiutato di essere intervistato per il programma. 

Ed è proprio vero, quello che non si vive sulla propria pelle sembra non possa esistere, quello che si trova al di fuori del nostro mondo è impossibile, quello che succede in altri paesi ci è estraneo eppure è così strettamente legato a tutti noi, così indissolubilmente incuneato nella nostra cultura.

Andiamo a fare la spesa senza pensare da dove proviene un prodotto, chi lo ha prodotto e come lo ha prodotto, chi ha cucito quella camicetta da 35 dollari? Lo sapete che chi l’ha cucita non può permettersela? Questi ragazzi lo hanno scoperto vivendolo sulla propria pelle, dovremmo partecipare tutti ad un reality come questo, magari in una fabbrica di abiti o di palloni da calcio, oppure in uno di quei macelli che sono tanto distanti da noi da farci sempre pensare… “ma tanto non sono mica in Italia“.

Valeria Bonora