Ho conosciuto il Gibberish scrivendo la mia tesi di yoga, ma ne faccio esperienza diretta ogni giorno osservando i miei bambini del nido mentre si esprimono in quello che chiamo “il linguaggio degli gnomi”: il linguaggio più antico al mondo, comune a tutti i bimbi della terra, che non segue le leggi della ragione, ma la saggezza dell’Essere.

Il Gibberish, cioè parlare velocemente e ad alta voce in un linguaggio “senza senso”, è efficace per liberare il chakra della gola, il chakra della comunicazione.

La comunicazione, essenza e funzione del quinto chakra, è uno scambio di informazioni e di energia. È il punto di ingresso tra il mondo interno e quello esterno.
Soltanto l’espressione di sé permette al mondo esterno di conoscere quello che è dentro di noi. Soltanto attraverso l’autoespressione mettiamo fuori quello che in precedenza abbiamo preso dentro. Nel secondo chakra abbiamo aperto una porta che permetteva al mondo di entrare attraverso i nostri sensi. Nel quinto chakra apriamo una porta che permette al nostro sé interiore di uscire nel mondo. Questi due chakra sono spesso collegati, al punto che i problemi dell’uno si riflettono spesso nell’altro. Il chakra della gola è anche la porta interna tra mente e corpo.

Solo quando mente e corpo sono collegati, si ha una vera comunicazione.

È anche attraverso questa porta interna che l’inconscio diventa conscio.
Se la gola è bloccata, lo è anche il movimento ascendente dell’energia, che non può così passare alla mente cosciente. Possiamo avere consapevolezza senza comprensione. Abbiamo gli impulsi, non la strategia, spinte senza volontà. Non siamo in grado di raggiungere il nostro sé superiore. Se invece viviamo tutti nella nostra testa, con un blocco nel chakra della gola, non possiamo esprimere quello che sappiamo. Non possiamo tradurre la conoscenza in emozione o azione e così non siamo in grado di tradurre in azione quello che sappiamo che dovremmo fare.
É qui che il Gibberish ci può aiutare.

La parola Gibberish deriva dalla scuola mistica Sufi, in particolare da uno strano mistico, Jabbar, che parlava ai suoi discepoli e a chi andava a visitarlo usando suoni senza senso invece che parole.
Una delle tecniche di meditazione sviluppate da esso è centrata sull’uso del Gibberish e ha lo scopo di scaricare la spazzatura che intasa la mente e di preparare il terreno al silenzio che seguirà.

È chiamata meditazione no mind e consiste in un’ora di Gibberish seguito da un’ora in cui ci si siede, immobili e silenziosi, ogni giorno per sette giorni.
Esiste anche una versione ridotta del processo costituito da 10/15 minuti di Gibberish per “gettare fuori” tutto, seguiti da 10/15 minuti in cui si sta seduti in silenzio, osservando lo spazio interiore quieto e vuoto dopo che il caos se ne é andato.
Cercando in un dizionario in lingua inglese il significato della parola Gibberish troveremo “discorso orale o scritto incomprensibile, senza senso o significato, linguaggio vago, oscuro…”

L’unica regola del Gibberish è che non ci sono regole: possiamo proprio dire tutto quello che ci viene in mente, purché non sia riconducibile a nessuna lingua conosciuta.

Nel Gibberish, infatti, tutto quello che viene detto non ha un senso e questo ci permette di astenerci dal pensare, dall’interpretare e dal giudicare, perché, vi assicuro, non si riesce proprio a farlo parlando in Gibberish!
Quello che si riesce a fare, invece, è di esprimere la nostra natura, di connetterci con la saggezza del nostro Essere anziché con la nostra sapienza mentale.

Parlando in Gibberish non serve pensare a “cosa dire o non dire”, attività che coinvolgono l’emisfero sinistro del cervello, basta esprimersi spontaneamente e liberamente, tanto nessuno ci può capire, permettendoci di esplorare la nostra creatività, migliorare la nostra autostima e assertività coinvolgendo il nostro emisfero destro.

Facendo pratica con il Gibberish migliorerà la nostra capacità di parlare in pubblico e soprattutto di trovare le “parole giuste” dando “tregua alla mente” e usando la saggezza del nostro Essere, la nostra intuizione e la nostra creatività.

Attraverso il Gibberish possiamo lasciar andare tutto quello che non siamo riusciti ad esprimere in passato e questo ci libera e purifica in una sorta di catarsi.

Parlare in Gibberish, questa lingua senza significato, é buttare fuori tutto: emozioni, pensieri, giudizi, ricordi, avvenimenti positivi o negativi che siano, é farli uscire alla luce del sole.
Quando teniamo nascosto qualcosa nella parte inconscia della nostra mente, quando non lo riconosciamo e non lo esprimiamo pienamente, un po’ alla volta questo diventerà velenoso e paralizzerà la nostra vitalità. Quando invece lo esprimiamo con totalità e piena consapevolezza, accade il miracolo: la sensazione si dissolve, si sposta e si trasforma.
É energia intrappolata che ha bisogno di uscire, di essere guarita e purificata.
E se accade, quello che magari giudicavamo “brutto” ha la possibilità di trasformarsi in una qualità preziosa che può arricchirci.
Sono il rilassamento e l’accettazione a far cambiare la nostra visione, permettendo alla bruttezza di diventare improvvisamente profondità, rivelandoci potenzialità e possibilità nascoste.
La creatività sostiene la nostra bellezza, ci dà l’energia e la luce necessarie per poter illuminare quello che il dolore ha nascosto.

La creatività, ci fa riscoprire il nostro bambino interiore, la nostra spontaneità e sensibilità.

Ci ricorda che la vita è un gioco dove tutto è possibile e se ciò non accade é perché siamo noi ad auto limitarci.
Parlare in gibberish é come “sputare un rospo”, buttando fuori quello che ci limita, ci appesantisce, ci angustia, ci preme, ci avvelena.
Ma é nel silenzio che segue questo strano linguaggio che “avvengono cose”.
E, come nelle favole, scopriamo che il rospo non é altro che un principe colpito da un sortilegio che un bacio può liberare ridandogli le sembianze originali.
Il Gibberish ci aiuta a sputare il rospo e a liberarci del brutto, mentre il silenzio successivo ci permette di osservare lo spazio interiore quieto e vuoto dopo che il caos se ne é andato e in questo spazio trasmutare, attraverso un bacio simbolico, il rospo in qualcosa di bello come un principe.
Non per niente Jabbar era un alchimista, un maestro di trasmutazione.

Io imparo l’arte del Gibberish dai miei piccoli guru e poi lo pratico soprattutto prima di scrivere o coreografare, perché un principe in quelle occasioni é sempre utile!

Chiara Benini

Bibliografia
“La pulsazione tantrica”, Aneesha Dillon, Apogeo Editore
“Il risveglio dell’arte”, Meera Hashimoto, Apogeo Editore
“Il libro dei chakra”, Anodea Judith, Neri Pozza Editore