The True Cost: la Moda a Basso Costo che Nasce dallo Sfruttamento

Tutti sappiamo del fast food ma nessuno parla di questa “fast fashion” che comunque è uguale; se ognuno di noi cominciasse a consumare in modo diverso, perché noi consumatori siamo molto forti, ogni volta che compriamo qualcosa, quello è il nostro voto – noi votiamo con il nostro portafoglio.” The True Cost

Il singolo individuo, con le proprie scelte, può cambiare il mondo? Apparentemente no ma se fosse un auto-inganno dovuto alla pigrizia o alla manipolazione? Ci sentiamo piccoli in un mondo di grandi, eppure le nostre “insignificanti” scelte, nell’insieme, fanno la differenza. Ma accorgersene implica un’assunzione di responsabilità scomoda e una faticosa rinuncia ad alcuni privilegi. Convincersi che il proprio contributo non abbia valore è fare il gioco di quei “potenti” cui oggigiorno va di moda attribuire la colpa di tutto.

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Ma se sul fronte ecologico qualcosa sta cambiando con il diffondersi di una nuova sensibilità ambientale, e sul fronte animale si stanno facendo passi importanti, diversa è la sensibilità nei confronti degli altri da noi. Complice il fatto che di questi tempi gli “altri”, soprattutto se provenienti da paesi del terzo mondo, vengono percepiti come una minaccia, alimentando la paura e la mancanza di empatia. Anche nei confronti di chi è costretto, suo malgrado, a condurre vite miserevoli pur di “sfamare” i guardaroba occidentali. Perché accettiamo queste forme di schiavitù moderna? Per negligenza o per ignoranza, ovvero perché ignoriamo come stiano davvero le cose?

Ebbene, se finora non sapevamo, dopo la visione di “The True Cost”, “Il vero prezzo”, non potremo più far finta di niente.

The True Cost: il documentario shock sul mondo del Fast-fashion

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Diretto da Andrew Morgan e co-prodotto da Livia Firt, The True Cost è un documentario che alza il sipario su una triste realtà, quella del Fast-Fashion, la moda a basso costo prodotta in paesi come l’India, la Cambogia e il Bangladesh, da persone sottopagate che lavorano in condizioni ad alto rischio. Per volontà di chi? Delle firme più note nel mondo della moda low cost: da H&M a Zara.

La Fast Fashion, stando alle testimonianze del documentario, sarebbe una sorta di consolazione per l’uomo occidentale che, complice la crisi, non può più permettersi certi privilegi e allora si ingozza di vestiti economici, come spiega il finanziere Guido Brera, “la fast fashion è la consolazione per non poterci permettere di comprare una casa, l’educazione per i nostri figli, o una polizza di assicurazione sulla vita, cose che invece necessitiamo.

I prezzi stracciati degli abiti prodotti dalle grandi compagnie dipenderebbero dallo sfruttamento dei lavoratori del Terzo Mondo. Il costo reale, the true coast, è quindi la schiavitù di uomini e donne che lavorano in  condizioni terrificanti, sia in termini economici che di sicurezza. Certo, è bello che gli abiti vengano prodotti con materiali ecologici, come va di moda dire oggi, ma vivere eticamente non significa solo rispettare la natura ma tutelare anche i più deboli, a dispetto delle antipatie.

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C’è chi ha perso la vita mentre tesseva i nostri vestiti, non per un banale incidente, ma perché la sicurezza delle fabbriche in cui vengono prodotti è inesistente. E’ successo, come testimoniato nel documentario, il 24 aprile del 2013 quando 1135 persone persero la vita in una delle fabbriche della moda. Paghe misere, rischi elevatissimi, pesticidi nel cotone, enormi difficoltà di smaltimento degli abiti smessi.

Il motivo per cui le grandi catene di abbigliamento scelgono di produrre in questi paesi è scontato: i costi della manodopera, e non solo, sono irrisori. E quando nasce una protesta, nella maggioranza dei casi viene messa a tacere con la violenza, evitando che la verità si diffonda in altri paesi. Per fortuna esistono progetti sostenibili che hanno tentato di avviare una moda rispettosa non solo dell’ambiente ma anche degli uomini. Purtroppo sono ancora la minoranza.

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Ma tornando per un attimo alla domanda iniziale, perché pur essendo consapevoli, perlomeno in parte, che una certa moda sfrutta la manodopera del Terzo Mondo, e pur sentendoci in colpa, non facciamo nulla per rimediare? Ha tentato di rispondere Livia Firth in un’intervista rilasciata a MarieClaire Italia: “Ci è stato insegnato che siamo “solo” consumatori, scollegati dagli effetti che le nostre scelte producono sull’ambiente, mentre il nostro impatto può essere fortissimo. C’è da aggiungere che non ci sono molte alternative allo shopping economico. Solo adesso nascono aziende che producono abiti secondo regole più etiche. E sono felice di vedere che stanno avendo sempre più successo.”

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Livia ha spiegato che i marchi della Fast Fashion sono interessati a vendere più merce possibile a dispetto della qualità. Le fabbriche devono quindi produrre moltissimi indumenti a un ritmo disumano. Che fare allora? Livia consiglia di iniziare acquistando meno abiti ma più costosi, evitando per quanto possibile la moda usa e getta. Perché è una menzogna affermare che la scelta di un singolo individuo non conta.

Laura De Rosa

mirabilinto.com

 

 

Laura De Rosa

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avatar Articolo scritto da Laura De Rosa il 14/08/2017
Categoria/e: Abbigliamento ed Accessori, Anteprima, Primo piano, Sfruttamento.



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