Cos’è il merito e perché è importante sentirsi meritevoli

Oggigiorno il merito viene inteso in senso positivo. Non a caso la Meritocrazia, sistema in cui gli individui vengono premiati in base al merito, è spesso osannata. Perché il merito appare come un criterio equo, giusto, corretto. Ma siamo certi che merito e uguaglianza possano davvero convivere?

Certo, in una società come la nostra che, ancora oggi, privilegia alcune persone sulla base delle conoscenze, la meritocrazia sembra la soluzione a tutti i mali. Ma non dimentichiamo che una società che premia i meritevoli, per funzionare in modo equo, deve necessariamente considerare anche i non meritevoli.

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John Bordley Rawls, filosofo statunitense, riteneva che una società basata sul merito non potesse essere giusta. E questo perché definire il merito con precisione è impresa ardua, visto che spesso subentrano oltre alle capacità individuali anche le condizioni sociali. I criteri di merito, inoltre, non rispondono a criteri di eguaglianza ma di efficienza. Una persona è meritevole se è efficiente e produce, trasformando le proprie doti innate in qualcosa di utile. Il merito pertanto, a detta di Rawls, può funzionare in modo equo solo in una società governata dalla giustizia sociale, dove tutti i cittadini hanno pari condizione sociale, pari trattamento e pari opportunità. E’ chiaro che una persona che nasce in un contesto disagiato parte svantaggiata, anche se non gli vengono negate le opportunità di crescita.

Curioso è il fatto che il termine meritocrazia appaia per la prima volta nell’opera di Michael Young, Rise of the Meritocracy del 1958, usato in senso dispregiativo. Difatti nel libro la meritocrazia serviva a posizionare socialmente i cittadini sulla base del loro quoziente intellettivo e della capacità di lavorare, sfociando in ingiuste caste meritocratiche che nell’opera inducono la popolazione a ribellarsi.

Tuttavia col tempo il sistema meritocratico ha acquisito un senso positivo e tutt’oggi molte persone lo ritengono sinonimo di giustizia visto che, nella società meritocratica, non sono le origini, la razza, il sesso, le caste di appartenenza a fare la differenza ma per l’appunto il merito. Ma un sistema simile non rischia, come suggerisce Young, di creare una nuova forma di ingiustizia? Cambiano i metri di giudizio ma il succo rimane lo stesso. Chi prevale con il merito accede ai vertici, chi non è in grado di farlo, qualunque sia il motivo, rimane in basso. Di nuovo la contrapposizione fra alto e basso, fra successo e insuccesso, tipica delle società dominate dal potere.

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Che l’ideologia meritocratica abbia anche i suoi pro nessuno lo mette in dubbio, Thomas Jefferson per esempio la riteneva fondamentale per contrapporsi alla dottrina dell’ozio e dell’eredità, al fine di favorire l’uguaglianza delle opportunità e dare la giusta ricompensa a chi la meritava. Il problema, come sottolineano gli oppositori di tale teoria, è che si rischia comunque di creare ingiustizia ma sulla base di presupposti diversi.

Il merito nella scuola

Il merito, come abbiamo visto, rischia di essere considerato la panacea di tutti i mali, in grado di risolvere i problemi della corruzione, del nepotismo e quant’altro. Ma è chiaro che si tratta di un’illusione e che il merito da solo, non rende la società migliore. In particolare nell’ambito scolastico il concetto di “merito” merita un’attenzione particolare. Bisogna anzitutto partire da un presupposto: cosa viene valutato e a quale scopo? Cos’è considerato meritevole e perché?

Nella scuola montessoriana l’evoluzione del bambino e del suo apprendimento non avviene, come di solito, seguendo percorsi e tempi prestabiliti che rispondono alle esigenze di produttività, uguali per tutti gli studenti. Si ritiene infatti che la formazione umana e culturale del bambino avvenga in modo lento e sotterraneo ma soprattutto secondo tempi del tutto personali. Il ritmo di crescita e apprendimento di ogni singolo bambino viene rispettato senza pressioni da parte degli insegnanti. In questo contesto la valutazione del merito cambia radicalmente e l’insegnante anziché intervenire direttamente sull’operato del bambino, giusto o sbagliato che sia, si limita ad osservare. La valutazione considera aspetti diversi evitando il triste ruolo dell’insegnante-giudice.

Più che la prestazione in se stessa, diventa importante valutare il tempo di concentrazione, la capacità di scegliere in modo autonomo le attività da svolgere, la capacità di concludere ciò che si è iniziato in autonomia, il livello di autostima e il rapporto con gli altri studenti e via dicendo.

E’ il processo evolutivo, psicologico e culturale di ciascun bambino a interessare l’insegnante montessoriano piuttosto che la verifica del risultato, che è solo un prodotto del soggetto, purtroppo solitamente identificato con il soggetto stesso. Ma è chiaro che il risultato di una verifica non rappresenta il bambino nella sua interezza. E’ questo forse il grave problema della scuola pubblica, tutt’oggi: puntare l’attenzione sui risultati-prodotti anziché sui soggetti produttori. Un sistema competitivo e repressivo, spesso incapace di far sbocciare i talenti insiti in ognuno di noi, privilegiando solo i più meritevoli in base ai risultati-prodotti.

Perché ripetersi “mi merito il meglio”

Sentirsi meritevoli aiuta a migliorare la qualità della vita? Ripetersi “mi merito il meglio” giorno dopo giorno può davvero risollevarci? A indagare “il merito” dal punto di vista del benessere è il libro di Lucia Giovannini, “Mi merito il meglio. Fai pace con te stesso e scegli di essere felice“, in cui l’autrice si sofferma sull’importanza del sentirsi meritevoli per raggiungere la felicità. Perché a suo parere quest’ultima non è affatto fuori dal nostro controllo, non dipende dalla fortuna, ma è un’abilità che si può apprendere. L’autrice illustra nel suo libro come riuscirci, passo dopo passo, trasformando il significato degli eventi quotidiani, superando timori e limiti, suggerendo la strada che libera da queste catene. Perché ognuno di noi “merita il meglio“. Che sia il caso di ricordarselo più spesso, già dal mattino appena svegli?

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E anche certa psicologia lo ribadisce: l’autostima fa bene, ci rende più appagati e le persone sicure di sè, che sentono di meritarsi la felicità, hanno più probabilità di vivere serenamente. L’autostima infatti deriverebbe sia dal senso di fiducia che dalla convinzione di meritarsi la felicità. Non è così scontato sentirsi meritevoli perché spesso i nostri limiti interiori, fomentati a volte dal contesto educativo e sociale di riferimento, ci impediscono di farlo. Ecco perché secondo alcuni autori è importante sciogliere questi blocchi, anche attraverso il lavoro psicologico, recuperando pian piano la sensazione di meritarci ciò che desideriamo.

Laura De Rosa
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Laura De Rosa

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avatar Articolo scritto da Laura De Rosa il 04/05/2017
Categoria/e: Primo piano, Principi Etici, Scuola e Pedagogia.



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