E’ un piccolo mammifero dalle abitudini notturne, un po’ impacciato a vedersi, eppure molto rapido nei movimenti, soprattutto nel nuoto. Simboleggia la Fede, intesa come fiducia nella vita, da conservare anche nelle circostanze più difficili. Ma anche l’amicizia, l’innocenza e la spensieratezza, per merito del suo atteggiamento pacifico, poco rissoso. E’ anche simbolo di auto-difesa perché, com’è noto, si ritira in se stesso in caso di pericolo, sfoderando gli aculei.

Nell’antichità era considerato emblema della dea madre babilonese Ishtar, per altre civiltà era un simbolo solare, in Oriente simbolo di ricchezza, mentre in ambito cristiano si dice rappresenti l’avidità, la rabbia e l’ingordigia. Tutt’altra prospettiva lo vuol nemico per eccellenza delle forze ctonie malvagie e questo perché è solito nutrirsi di larve, lombrichi e animali simili. Alcune leggende narrano che le streghe riuscissero a trasformarsi in ricci per succhiare il latte alle mucche.

Altre simbologie lo vedono collegato alla fertilità e all’elemento Terra visto che striscia su di essa. Mentre la posizione fetale che assume quando si rannicchia indicherebbe il suo profondo legame con la fonte. In Asia Centrale si dice venga associato all’abbondanza del raccolto e che sia considerato un animale energico e solare, forse in virtù della somiglianza con il Sole nella posizione rannicchiata con aculei in vista. Al tempo stesso non bisogna dimenticare che è pur sempre un mammifero notturno, e quindi i simboli ad esso associati hanno a che vedere anche con la notte: dall’intuizione ai sogni profetici fino alle visioni. Gli venne attribuita particolare intelligenza dai Greci e dai Romani.

Il totem del riccio

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Si dice che le persone che hanno il totem del riccio siano in grado di prendersi cura di sè e basterebbe invocarlo per imparare ad affrontare qualunque confronto con calma e serenità. In effetti si va dicendo che per i Nativi Americani il riccio simboleggi la calma, tipica del suo modo di viaggiare, utilissima per affrontare in modo equilibrato i viaggi interiori. Tra le caratteristiche che gli vengono attribuite ci sono la vitalità, l’energia, l’intuizione, l’intelligenza, l’unicità, la percezione, la protezione. Per i Nativi e alcune popolazioni europee il riccio simboleggiava anche la vittoria sul male visto che era capace di resistere al veleno dei serpenti, resistendo quindi alla morte.

Le leggende italiane sul riccio

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Una delle tante leggende italiane sul riccio è quella dei “Ricci e le mele” di A.Gramsci, in cui a farla da padrona è la loro astuzia.

Si narra che cinque ricci in una notte d’autunno illuminata dalla luna raggiunsero un campo di meli. Una volta sul posto trovarono dei frutti caduti a terra e iniziarono a farli rotolare spingendoli in un mucchio. Purtroppo però le mele erano scarse e allora mamma e papà riccio si arrampicarono su un albero dondolandosi su un ramo per far cadere altre mele. Raggrupparono i frutti nel mucchio e si arrotolarono sdraiandosi sui frutti, in modo da infilzarli e portarli via. In fila indiana tornarono a godersi il banchetto nella propria tana.

Il dilemma del porcospino di Arthur Schopenhauer (Parerga e paralipomena)

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.“ Arthur Schopenhauer

Schopenhauer riscontra molte somiglianze tra i porcospini e gli uomini. Come loro, pur muovendoci in gruppo e avendone bisogno, se ci avviciniamo troppo gli uni agli altri rischiamo di ferirci con gli “aculei”. Terrorizzati dall’idea di rimanere soli quanto dalla troppa vicinanza ai nostri simili, dovuta a una natura fondamentalmente schiva e solitaria, è nella “giusta distanza reciproca” che troviamo un po’ di pace. Secondo Schopenhauer chi ha sufficiente calore interno può permettersi di evitare la società e gli attriti psicologici che derivano dall’interazione sociale.

Certo, detta così appare un’ottica intrisa di pessimismo ma che non ci sia qualcosa di vero? In fondo l’uomo ha bisogno della solitudine e dei propri spazi, non tanto per evitare le “brutture” della vita, inevitabili e in fondo costruttive, ma per preservare la propria individualità che a dispetto di quanto suggerisce la civiltà, è importantissima. Si dice, “l’unione fa la forza“: è vero ma il gruppo non è tutto oro perché spesso diventa fagocitante e sacrifica in nome del proprio obiettivo i singoli individui che ne fanno parte. In tal senso le parole di Schopenhauer sono preziose, quasi volessero incoraggiarci a non rinunciare mai alla nostra individualità a dispetto delle esigenze sociali, e quindi del gruppo di appartenenza. Sono convinta che i gruppi siano preziosi ma fin troppo osannati a differenza dell’individualità che viene tacciata negativamente come forma di egoismo. Lo è davvero? O forse sarebbe più auspicabile optare per una sana via di mezzo? Riccio docet!

Laura De Rosa
yinyangtherapy.it