Le donne esploratrici sono forse la “specie” che desta in me maggiore interesse. Perché esplorare, come da dizionario, significa scoprire qualcosa di non visibile, percorrere luoghi sconosciuti per conoscerli e studiarli. Significa quindi spingersi oltre gli orizzonti. Guardare oltre. Osare. Che c’è di più meraviglioso e avvincente dell’esplorazione?

Che si tratti di esplorare il mondo per come lo conosciamo o di inoltrarsi in universi che sfuggono alla normale percezione, l’esplorazione rimane un’esperienza esaltante, che ci aiuta a guardare le cose da punti di vista diversi. A che serve? A metterci nei panni altrui per esempio. Ma anche a osservare la realtà con occhi nuovi per accorgerci se ci piace davvero come l’abbiamo “imparata”. O se preferiamo altro.

Oggi è relativamente semplice esplorare il mondo fisico sebbene trascorrere una vacanza all’estero tra le “quattro mura” di un villaggio turistico, accontentandosi di tour organizzati, non sia propriamente esplorazione. Meglio che niente, certo, ma esplorare è un’altra cosa. E implica necessariamente un po’ di rischio.

Nel corso dei secoli molti sono stati i pionieri dell’esplorazione tra cui si annoverano nomi al femminile, forse meno noti rispetto a quelli maschili ma di certo non meno interessanti. Leggendone le avvincenti storie si nota un comune denominatore: l’interesse per le civiltà primitive, da non confondere con una banale attrazione per l’esotico in quanto diverso. Il primitivo nella percezione occidentale improntata alla cosiddetta civiltà viene solitamente percepito in due modi: come una minaccia, come una risorsa. E’ minaccioso perché sovverte le regole del mondo civile, che non gli interessano e di cui non ha bisogno per il proprio equilibrio. Questo non significa che le comunità primitive non abbiano regole ma esse non combaciano con le leggi civili normalmente intese. Peculiarità che rende la comunità primitiva difficilmente manipolabile e assoggettabile. Non c’è offesa peggiore per la civiltà, la quale offre moltissimo in termini di diritti ed equità ma toglie altrettanto in termini di unicità. Non a caso il termine “primitivo” da noi ha un’accezione negativa. D’altra parte la semplicità dei cosiddetti primitivi è anche il loro punto di forza perché in quella dimensione l’uomo è in stretta relazione con il Cosmo, privo di sovrastrutture “civili” che lo tutelano ma al tempo stesso lo ingabbiano. Molte delle donne esploratrici più coraggiose della storia lo avevano compreso perfettamente ed è a loro che dedico questo articolo.

Isabella Bird (1831-1904)

Isabella-Bird

Era una bambina sofferente, tormentata da dolori insopportabili dovuti a persistenti mal di testa e problemi alla colonna vertebrale. Dopo un’infanzia all’insegna della sofferenza, parte all’età di 23 anni per gli Stati Uniti e improvvisamente le malattie scompaiono. Per Isabella ha inizio una nuova vita che la porta a viaggiare in tutto il mondo: si mantiene scrivendo. Esplora la Nuova Zelanda, poi l’Australia, la Sierra Nevada, il Colorado, il Giappone e la Cina, India e Tibet, e viene ammessa alla Royal Geographical Society. E’ la prima donna a riuscirci. E tutto ciò nonostante i problemi alla schiena. Quando si dice… il destino. O per meglio dire, la vocazione.

Jeanne Barè (1740 – 1803)

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Botanica francese, esploratrice temeraria, Jeanne Barè decise di travestirsi da uomo, arruolandosi come valletto ed assistente del naturalista Philibert Commerson, per esplorare il mondo, con il quale ebbe anche una relazione sentimentale. Ai suoi tempi, nel diciottesimo secolo, non era certo semplice partire da sole e per questo la Barè adottò il travestimento. Fu la prima, si dice, a fare il giro del mondo. Non si sa quasi nulla della sua infanzia e giovinezza, ma si ritiene fosse un’orfana. Altri dettagli sulla sua vita, raccontati da lei stessa, sono di dubbia autenticità, probabilmente inventati per scagionare Commerson dall’accusa di complicità nel travestimento.

Ella Maillart (1903 -1997)

Ella-Maillart

Di tutt’altro temperamento fu l’infanzia di Ella Maillart, che fin da piccina si dedicò con entusiasmo allo sport. Ma il suo grande amore si dimostrò un altro, nascosto tra mappe e terre esotiche. La temeraria ragazza all’età di 29 anni partì per il Turkestan russo da sola, lo attraversò e visse con le tribù nomadi locali. Dedicò all’avventura il libro “Vagabonda nel Turkestan”, convinta che il contatto con popolazioni primitive, dallo stile di vita semplice e arcaico, fosse fondamentale per raggiungere l’equilibrio. Fu poi la volta di un viaggio dalla Svizzera all’Afghanistan descritto nel libro “La via crudele”. Visitò anche l’India, la Cina e molti altri paesi, seguendo le lezioni di grandi maestri spirituali del luogo.

Mary Kingsley (1862-1900)

Mary-Kingsley

Mary Kingsley divenne etnologa autodidatta studiando dai libri della biblioteca di famiglia, che includevano parecchi volumi a tema visto che il padre era medico e viaggiatore. Le sue avventure ebbero inizio dopo i vent’anni, in seguito alla morte dei genitori. Era terribilmente affascinata dalle tribù primitive, in particolare dai riti sacrificali. Fu una grande esploratrice dell’Africa e lottò contro i missionari che volevano convertire le etnie locali.

Nellie Bly (1864 – 1922)

Nellie-Bly

Giornalista investigativa statunitense, Nellie Bly replicò l’impresa di Jeanne Barè nel 1888, circumnavigando il mondo in 72 giorni. Scrisse articoli investigativi di vario genere, concentrando l’attenzione soprattutto sugli indigenti e sulle donne in fabbrica. Nel 1886 si trasferì in Messico, anni dopo iniziò a lavorare per il quotidiano New York World di Joseph Pulitzer, che le assegnò un articolo su un ospedale psichiatrico, noto per le misere condizioni in cui vivevano i pazienti.

Alexandra David-Nèel (1868 – 1969)

Alexandra David-Nèel

Esploratrice franco-belga, fin da piccina si dimostrò ribelle e coraggiosa. A 18 anni iniziò a viaggiare in bicicletta raggiungendo addirittura la Spagna per proseguire alla volta della Francia. Affascinata dalle culture orientali viaggiò moltissimo in Asia e si dice sia stata la prima donna europea ad aver visitato Lhasa in Tibet. Oltre che insaziabile viaggiatrice, fu fotografa, antropologa e orientalista. Scrisse oltre 30 libri di viaggi e testi sul buddismo.

Laura De Rosa
yinyangtherapy.it