Esiste il principio di causa effetto? Nella nostra società è una verità indiscutibile. Ma secondo Igor Sibaldi se imparassimo a sostituire l’idea di causa con l’idea di scopo, la nostra realtà cambierebbe radicalmente. Un atto di disobbedienza che richiede coraggio.

Cosa significa? Pensiamo a una malattia: nell’impostazione basata sul principio di causa-effetto il medico cerca le cause della malattia nel passato del paziente. Rimpiazzando la causa con lo scopo il medico si preoccuperebbe di indagare il suo atteggiamento verso il futuro. Le domande cambierebbero radicalmente: non più “qual è la causa” ma “perché l’hai voluto?”, “perché vuoi guarire?”. Questo ribaltamento di prospettiva rende l’individuo protagonista della propria vita, non più spettatore passivo né vittima del passato.

disobbedienza

Disobbedire al verbo “dovere”

Altro elemento della nostra realtà su cui Sibaldi invita a disobbedire è il dovere. “Siamo addestrati”, dice Sibaldi, “a guardare il mondo in base al dovere. Da piccoli ci hanno sempre detto, tu non hai fame ma devi mangiare, non hai voglia di alzarti ma devi alzarti, e da adulti a un certo punto abbiamo cominciato a dirci devo, devo, devo. Senza accorgerci che ogni devo che ci diciamo a noi stessi è una specie di lifting del pensiero… e che cosa si ottiene dopo? Che la faccia di prima la si perde per sempre. La stessa cosa capita al nostro pensiero quando noi usiamo il devo… siamo spinti dall’ansia del devo essere in un certo modo… quando una persona si chiede cosa voglio, le prime 20 risposte sono quelle che indicano cosa deve essere.”

La disobbedienza consiste nell’accorgersi di ciò. Adottare questo nuovo atteggiamento è utilissimo ma implica un rapporto con la società problematico. Perché è inevitabile che ragionando in base a ciò che vuole davvero, l’individuo non obbedisca a chi/cosa lo vuole dominare. Quando una persona si accorge di essere un mondo intero, e non la descrizione di quel mondo voluta da altri, ha 3 possibilità a detta di Sibaldi:

io sono un mondo intero ma loro hanno la descrizione del mondo e sono tanti. Io ho paura di questi tanti, per cui mi adeguo alla loro descrizione.”

io sono un mondo intero, loro hanno la descrizione del mondo. Non mi capiranno mai. Allora tengo per me il mio mondo… quando sono da solo. E quando sono con gli altri mi adeguo.”

Loro, gli altri, hanno la descrizione. Io sono l’originale di questa descrizione. Non possiamo andare d’accordo. Voglio che loro tengano conto di me. E lì incominciano i problemi.

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Questo tipo di disobbedienza secondo Sibaldi non è paragonabile alla meditazione o alla preghiera, che rimangono pur sempre atti privati, ma è qualcosa di rivoluzionario. Adottando la modalità disobbediente, il mondo intorno a noi cambia riempiendosi di problemi. Trovo meravigliosa l’idea che Sibaldi ha dei problemi: non intesi come seccature, tipica considerazione degli obbedienti, ma come una festa.

Perché i problemi sono utilissimi

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Il problema com’è noto rappresenta un qualcosa che ci procura sofferenza. L’individuo obbediente che si trova a viverlo, lo attribuisce al non essersi adeguato abbastanza a una data situazione. L’individuo disobbediente, dice Sibaldi, capisce che la situazione in ballo gli crea sofferenza perché, per lui, è troppo piccola. In tale ottica “ogni problema è una crescita”.

Supponiamo di fare un lavoro che non ci piace abbastanza o che non ci rappresenta più. Da obbedienti potremmo pensare che ci stiamo impegnando poco, che siamo distratti, che i nostri datori di lavoro sono troppo severi, attribuendo il problema a cause varie. Da disobbedienti capiamo che quel lavoro ormai per noi è “piccolo”, ci sta stretto.

Quando si affrontano i problemi nell’ottica disobbediente, dice Sibaldi, la crescita è già avvenuta. Finalmente ho un problema si esulta: “svegliarsi una mattina e dire ho sbagliato tutto, proprio tutto tutto. Ho torto su tutta la linea. Per una persona obbediente è il disastro. Per una persona disobbediente è la più grande fortuna che possa succedere. Perché se io oggi mi accorgo che ho sbagliato tutto, vuol dire che dentro di me sono avvenuti dei processi di crescita che finalmente mi hanno portato a diventare molto più grande di tutto quello che facevo fino a ieri… è come se fossi appena nato.” Questi momenti possono capitare a tutti ma sta a noi prenderli male o bene.

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Per rendere l’idea con parole mie vi porto un esempio personale: in un periodo inaspettato di qualche tempo fa mi accadde un evento destabilizzante. Per un intero mese lavorai pochissimo e persi interesse nei confronti delle attività quotidiane. Dopo un mese di nonsense, compresi con una chiarezza disarmante che alcuni aspetti del mio lavoro mi stavano stretti. Prima di allora avevo tentato più volte di convincermi che la mia professione era un privilegio e che sbagliavo a lamentarmene o a trascurarla. In realtà quel mese di dubbi e paure si è rivelato utilissimo: il problema non ero io ma il mio lavoro ormai “piccolo”, evidentemente bisognoso di nuove direzioni più in sintonia con la me stessa di adesso. Può sembrare un concetto astruso e poco pratico ma penso dipenda da noi adattarlo alla realtà.

Nell’ottica della disobbedienza, perlomeno questa è la mia interpretazione, una tale presa di coscienza può aiutarci a cambiare direzione o a introdurre nuovi percorsi nella nostra attività. Ovvio, qui parlo di lavoro ma vale per qualunque ambito.

Il problema innesca il cambiamento ed è in tal senso “una festa”.

Laura De Rosa
yinyangtherapy.it

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