Il viaggio dell’Eroe: il cammino a spirale della nostra anima

Inanna, dea sumera dell’amore e della guerra, in uno dei miti più antichi di cui ci sia giunta notizia, inciso su una tavoletta da una sacerdotessa della dea nel 2300 a.C., scende agli inferi per incontrare Ereshkigal, sua sorella, dea dell’oltretomba, che soffre ed è mostruosa e infelice. Ereshkigal è la  metà oscura di Inanna, e quando la incontra Inanna si vede allo specchio, nello specchio nero del suo inconscio. Inanna vorrebbe aiutare la sorella, che tra l’altro è incinta, alleviare le sue pene, invece Ereshkigal la uccide, la appende a un gancio e la processa. Solo grazie all’aiuto della sua sacerdotessa e di un dio innamorato di lei, a Inanna viene restituita la vita e la possibilità di tornare in superficie, nel mondo dei vivi.

La dea Inanna

La dea Inanna

Joseph Campbell, grande studioso di miti di tutto il mondo, definì quello del viaggio dell’eroe come il “monomito”, ovvero un unico mito ricalcante una forma fondamentale della psiche umana, all’interno del quale si innestano moltissimi altri miti, come derivazioni o ampliamenti o parentesi della struttura base originale.

I miti, secondo Campbell così come secondo Jung, padre della psicologia del profondo, sono oggettivazioni di processi psichici, e svolgono lo stesso ruolo dei sogni, anzi non sono in fondo che racconti di sogni, solo che nel caso del mito si tratta di movimenti dell’inconscio collettivo, mentre i sogni sono prodotti dall’inconscio individuale di ciascun singolo sognatore.

Osiride risorge come il grano

Osiride risorge come il grano

Altra forma parente del mito e del sogno è la fiaba, che si distingue dal mito per avere di solito come protagonisti comuni mortali, spessissimo donne, e non divinità o eroi. La fiaba inoltre presenta caratteri marcati di “legamonismo”, ovvero tramite le fiabe sono stati tramandati, in maniera occulta, saperi e forme mentali appartenenti a una cultura in via di estinzione. Nelle fiabe, forma minore di narrazione, non ufficiale ma tramandata da nonne a nipoti sulle sponde dei letti, la sera, a lume di candela – nel mistero delle fiabe, spesso così oscure in alcuni passaggi, si tramandano forme del matriarcato antichissime, istruzioni in codice riguardanti l’iniziazione e le fasi del processo di individuazione dell’Io.

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Nel viaggio dell’eroe, la cui forma ritroviamo in molti miti celebri, dall’epopea di Gilgamesh al viaggio di Ulisse alla leggenda del Re Pescatore, così come in numerosi romanzi e film, si ha inizialmente una situazione di equilibrio che però, per una ragione o per l’altra, è destinata a rompersi. Si viene dunque a creare uno stato di sofferenza (i sudditi sono sottomessi da un nemico malvagio oppure c’è una carestia, oppure l’eroe si rende improvvisamente conto che la sua vita così com’è non ha più senso, più o meno come accadde per esempio a Gautama Buddha), e questa sofferenza spinge l’eroe ad abbandonare il proprio “regno”, di qualunque regno si tratti, per affrontare il viaggio. L’eroe in molti casi riceve proprio una chiamata, una vocazione, che forse all’inizio cerca di rifiutare ma alla quale infine si trova costretto a cedere, per seguire la missione della sua vita.

L’eroe parte dunque per il viaggio, insieme al suo cavallo e alla sua spada. Durante il viaggio incontrerà sfide e pericoli, draghi e leoni, e molto spesso il cuore del viaggio è costituito dalla discesa agli inferi dell’eroe. Egli deve morire e attraversare il cuore buio dell’aldilà, per incontrare se stesso allo specchio oppure il fantasma di un maestro. Quando attraversato il buio l’eroe riesce a risalire in superficie, quando risorge (come Osiride, come Enea, come Cristo, come la vegetazione a primavera) è lo stesso di prima ma al tempo stesso è cambiato: soltanto ora infatti si può ammettere che l’eroe sia divenuto effettivamente se stesso. Ora è pronto a tornare a casa e a divenire re del suo regno, qualunque prezzo ciò comporti.

Questa forma del mito ricalca un andamento ritmico ondulatorio, l’alternanza vita/morte/vita che vediamo ovunque intorno a noi, continuamente: il ciclo delle stagioni, i periodi della nostra vita, l’andamento delle relazioni, l’alternanza giorno e notte, il nostro vivere e morire così come il continuo morire e rinascere in nuova forma di ogni cosa, anche delle pietre. Il viaggio dell’eroe ci racconta questo: dobbiamo lasciare che il pendolo oscilli, accettare anche di allontanarci per un poco dal nostro io quotidiano per incontrare l’altro in noi stessi, conoscerlo e morire a lui. Morire a qualcosa significa lasciarsi sopraffare dalla sua energia e integrarla. Il viaggio dell’eroe ci dice che solo attraversando la morte possiamo espanderci e vivere come re, solo attraverso l’inverno il seme si prepara alla primavera.

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L’inverno che sta arrivando, le fasi della Luna, il ciclo mestruale delle donne, sono ritmi circolari di morte e rinascita. Ma l’energia in natura non tende al movimento ciclico, bensì alla spirale. L’energia se lasciata libera si muove a spirale e la spirale è l’evoluzione del cerchio, è il cerchio che si espande: ogni giro ripete quello precedente su un livello più ampio o più profondo.

Così funziona anche nella nostra vita: non facciamo solo un viaggio dell’eroe, ma tantissimi. Ogni ciclo però ci pone prove più sofisticate, a ogni giro la nostra evoluzione procede. Il copione si ripete uguale solo fino a che non abbiamo compreso come cambiarlo. Ogni volta che impariamo una lezione di vita, ogni volta che la nostra anima giunge alla consapevolezza di qualcosa, la nostra spirale ruota un po’ più velocemente, il ritmo delle “prove” accelera un poco. Siamo noi che stiamo evolvendo, e le nostre vibrazioni salgono. Il ciclo si ripete ma non è mai uguale a se stesso e le variabili sono meravigliosamente infinite.

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Lungo la nostra vita la nostra anima tramite sogni, fiabe e miti riceve istruzioni, suggerimenti dall’inconscio o tramandati dagli antenati su come percorrere il sentiero iniziatico. Ognuno di noi, che ne sia o meno consapevole, si trova infatti su un sentiero iniziatico, che attraverso prove di vario genere lo condurrà a divenire, infine, se stesso, a riempire cioè appieno la propria forma. Questo accadrà lungo varie vite. Abbiamo quindi molti viaggi dell’eroe, di varie ampiezze, come un universo in cui ci siano varie galassie. C’è il viaggio che coincide con la vita individuale e cioè la nascita, crescita, maturazione, invecchiamento e morte della persona. Il viaggio della vita diciamo. Ci sono i periodi della vita, fasi più brevi, in cui vita e morte si alternano, seguendo gli eventi esterni così come i processi di consapevolezza interna. C’è un viaggio che dura più vite, il viaggio dell’anima. E tra queste varie vite ci sono vari viaggi più piccoli che si intersecano. Piccoli corridoi di energia che collegano una vita parallela all’altra. Temi che, una volta risolti in una vita, si risolvono velocemente anche nelle altre. C’è il viaggio di nascita morte e rinascita che ogni anno vive Madre Terra, di cui ciascuno di noi fa parte. C’è il viaggio dell’Universo. In mezzo a tutti questi viaggi a spirale c’è il nostro io, come una candela.

Nei periodi bui, durante la discesa agli inferi, è importante ricordare che non bisogna avere paura. La morte è un momento importantissimo, l’occasione per rinnovarci, per lasciarci smembrare, cucinare e poi ricucire insieme dai corvi e dai ragni e rinascere. Quando siamo nella morte non dobbiamo dimenticare che la rinascita è inevitabile. Arriverà. Perciò abbandoniamoci all’inverno come i semi sotto alla terra e alla neve. Sogniamo il nostro viaggio che continua. Siamo braci sotto la cenere.

Giorgia Rossi

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Giorgia Rossi

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avatar Articolo scritto da Giorgia Rossi il 27/10/2016
Categoria/e: Primo piano, Rassegna Etica.



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