Tra i fattori di rischio per l’apparato cardio-vascolare non possiamo sottovalutare l’importanza dell’omocisteina. Di cosa si tratta? Di un aminoacido solforato sintetizzato nel nostro organismo a partire dalla metionina, un aminoacido essenziale introdotto con la dieta attraverso il consumo di carne, uova, latte e legumi.

Il valore dell’omocisteina è un vero e proprio campanello d’allarme che può rivelarci molto sul nostro stato di salute! Conoscere il valore dell’omocisteina può aiutarci a prevenire malattie importanti.

Descritto per la prima volta nel 1932 da Buts e de Vigneaud, questo aminoacido fu posto in relazione a possibili effetti negativi sul sistema cardiovascolare negli anni ’60, quando fu scoperta una nuova malattia genetica, l’omocistinuria, caratterizzata da alta statura, anomalia delle ossa lunghe, dislocazione del cristallino, carnagione vermiglia, lieve ritardo mentale ed elevato rischio di morte cardiovascolare prematura. La causa di questa patologia risiede nel deficit di un enzima del metabolismo dell’omocisteina, la cistationina β-sintetasi, che compromette la transulfurazione e l’eliminazione di questo aminoacido, incrementandone la concentrazione ematica fino a 20 volte il valore normale. Se già alla fine degli anni ’60 McCully ipotizzava che anche livelli ematici lievemente aumentati di omocisteina potessero facilitare lo sviluppo di aterosclerosi, nel 1976 Wilcken e Wilcken scoprirono che pazienti con malattia coronarica dimostrata angiograficamente presentavano concentrazioni ematiche di omocisteina superiori rispetto a soggetti di controllo sani.

Da queste basi presero le mosse una serie di studi sul possibile ruolo dell’aminoacido in questione quale fattore di rischio cardiovascolare e coronarico. I lavori sull’iperomocisteinemia trovarono poi ulteriore impulso quando negli anni Duemila fu rilevato che una mutazione del gene preposto a codificare un altro enzima coinvolto nel metabolismo dell’omocisteina, la metilentetraidrofolato reduttasi (MTHFR), era relativamente comune nella popolazione generale, tanto da rendere evidente un potenziale impatto clinico significativo di questa patologia. Fu poi da subito chiaro che gli elevati valori di omocisteina associati a questa mutazione erano influenzati dall’assunzione di folati nella dieta, mettendo così in risalto da una parte la notevole variabilità delle concentrazioni ematiche di questo aminoacido solforato nei pazienti portatori della mutazione, dall’altra la possibilità di intervenire con l’alimentazione per ridurre i livelli di omocisteina nel sangue.

Omocisteina

In condizioni normali c’è uno stretto bilancio tra formazione ed eliminazione di omocisteina. Il termine “omocisteina” totale indica l’insieme delle varie forme (libera, legata, ridotta e ossidata) che si trovano nel sangue. I livelli plasmatici di questo aminoacido variano notevolmente nelle diverse popolazioni, in gruppi diversi di soggetti nella stessa popolazione e, soprattutto, in base alle abitudini alimentari. Presentano dunque valori più bassi coloro che assumono alimenti ricchi o arricchiti di acido folico. In generale i livelli normali sono considerati tra 5 e 15 micromoli per litro (µmol/l), mentre con tali altri valori l’iperomocisteinemia è considerata lieve (tra 15 e 30 µmol/l), intermedia (tra 30 e 100 µmol/l) o grave (˃100 µmol/l).

Passando ad analizzare i fattori all’origine di questa patologia possiamo vedere che le cause sono multifattoriali, spaziando dai difetti genetici alle differenti abitudini di vita e nutrizionali. Per quanto riguarda i primi sono da sempre oggetto di studio le differenze qualitative e quantitative dell’attività degli enzimi e delle molecole coinvolte nella regolazione del metabolismo dell’omocisteina. L’iperomocisteinemia può esser inoltre legata a carenze nutrizionali di alcuni dei cofattori implicati nello stesso processo di metabolismo dell’omocisteina, quali l’acido folico, le vitamine B6 e B12 e la betaina. Altre possibili cause sono la presenza di alcune patologie (ad esempio ipotiroidismo, insufficienza renale, anemia perniciosa, neoplasie, psoriasi grave, malattie infiammatorie dell’intestino ecc.), l’utilizzo di farmaci (antagonisti di folati – fenitoina, metotrexate, carbamazepina –, e di vitamina B12 – teofillina, estrogeni –, solo per citarne alcuni), nonché abitudini quali la sedentarietà, l’eccessivo consumo di caffè, alcol e tabacco e la dieta vegetariana non correttamente bilanciata.

Non bisogna poi dimenticare che i livelli di omocisteina aumentano con l’età e che gli uomini presentano concentrazioni ematiche superiori rispetto alle donne, le quali mostrano comunque un incremento di questo aminoacido dopo la menopausa. Durante la gravidanza si assiste invece a una diminuzione dei livelli plasmatici di omocisteina, che aumentano però nei casi di quelle complicate da aborto spontaneo o ripetuto, difetto di crescita fetale o distacco prematuro di placenta, così come per le donne in stato interessante affette da preeclampsia.

omocisteina-sangue

Brutte nuove per il nostro cuore: ad oggi esistono numerose evidenze cliniche e di laboratorio circa l’associazione tra concentrazioni plasmatiche elevate di omocisteina e un aumentato rischio di malattie cardiovascolari. Mediante diversi meccanismi questo aminoacido può provocare danni a cuore e arterie, favorendo l’aterogenesi e le sue complicanze. Sono ormai ben documentati gli effetti vascolari negativi dovuti all’iperomocisteinemia, su tutti l’alterazione della funzione endoteliale, che compromette le normali proprietà dell’endotelio vascolare, fondamentali per garantire l’integrità della parete vasale e regolare il tono vascolare, l’emostasi e l’infiammazione.

Sono ormai numerosi gli studi retrospettivi, prospettici e genetici che concordano nel riportare una stretta correlazione tra aumento di omocisteina e maggior rischio di malattie cardiovascolari (ictus, cardiopatia ischemica, infarto miocardico, rivascolarizzazione miocardica ecc.). È importante però rilevare che la mancanza di omogeneità dei dati, la notevole molteplicità di fattori in grado di influenzare i livelli ematici dell’aminoacido, nonché i deludenti risultati dei trial terapeutici, non permettono di considerare l’omocisteina come un fattore di rischio maggiore e indipendente di malattie cardiovascolari in generale e di malattia arteriosa coronarica in particolare. Altri recenti lavori scientifici hanno invece rilevato che concentrazioni elevate di omocisteina costituiscono un fattore di rischio per patologie neurodegenerative quali demenza e malattia di Alzheimer, oltre che per fratture osteoporotiche sia negli uomini che nelle donne di età avanzata.

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Dopo aver delineato le cause e le caratteristiche di questa patologia è utile ora sapere chi deve sottoporsi a controlli e quali sono i metodi di prevenzione. In merito al primo aspetto è consigliabile che eseguano un esame specifico sull’omocisteina tramite semplici analisi del sangue tutti coloro che presentano fattori di rischio cardiovascolari (infarto, trombosi, embolia, rivascolarizzazione, trapianto cardiaco), le donne in gravidanza, in menopausa o in terapia con anticoncezionali orali, i soggetti affetti da osteoporosi e sindrome metabolica, e più in generale tutti gli individui che non seguono una dieta varia ed equilibrata. Per quanto riguarda la prevenzione e il trattamento possiamo invece affidarci alla correzione dei deficit nutrizionali, poiché è stata osservata una stretta correlazione tra la carenza di alcune vitamine (acido folico, vitamine B6 e B12) e i livelli plasmatici di omocisteina. Una dieta varia ed equilibrata che ponga particolare attenzione all’assunzione quotidiana di tali micronutrienti è dunque la migliore arma per non incorrere nel rischio di iperomocisteinemia.

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All’origine di questa patologia vi sono fattori non modificabili (predisposizione genetica, sesso, età), oltre ad altri legati all’alimentazione e alle abitudini di vita su cui è possibile intervenire proficuamente. Una dieta varia ricca di frutta e verdura, un’integrazione vitaminica mirata, una regolare attività fisica, l’astensione dal fumo e la riduzione del consumo di bevande alcoliche, tè e caffè: sono questi gli elementi che contribuiscono a ridurre i livelli di omocisteina anche in presenza di altre cause. Nel caso di iperomocisteinemia è utile seguire una dieta equilibrata arricchita in vitamine del gruppo B, integrando in caso di bisogno con un ulteriore supporto vitaminico mirato (vitamina B6 2 mg, vitamina B12 1µg, acido folico 300 µg). Fondamentale è la conoscenza delle fonti alimentari delle vitamine del gruppo B.

Più in generale è consigliabile poi frazionare i pasti, consumare frutta e verdura fresca e di stagione (i cibi a lunga conservazione o mal conservati perdono importanti nutrienti tra cui le vitamine del gruppo B), dare la preferenza a prodotti non raffinati, prediligere gli alimenti crudi o cotti a basse temperature e per breve tempo, nonché inserire i cibi ricchi di vitamine B in tutti i pasti della giornata. Tali strategie terapeutiche mirano a ridurre i valori plasmatici di omocisteina, modulando così i fattori di rischio correlati e le condizioni cliniche associate.

Marco Grilli