“Non c’è maggiore benedizione che una madre possa dare alla figlia di un senso affidabile della veridicità del proprio intuito.”
Clarissa Pinkola Estès, Donne che corrono coi lupi

La parola ”natura” evoca in noi immagini di paesaggi incontaminati, boschi, piante rigogliose. Come se la natura fosse qualcosa di esterno: come se noi non fossimo la natura. Viviamo in un mondo talmente distaccato dalla natura e dai suoi ritmi che fatichiamo ad elencare i frutti e le verdure di stagione. Molti bambini che vivono in città hanno visto mele e cespi di insalata solo negli espositori dei supermercati, non si sono mai arrampicati su un albero o sdraiati in un bosco, con lo sguardo rivolto ai rami alti e al cielo. Facendo la spesa, cerchiamo la frutta ”più bella”, mele grandi dalla buccia lucida e perfetta, dimenticando che i frutti di un melo lasciato a se stesso hanno un aspetto ben diverso: più grandi e colorati sul lato della pianta esposto al sole, con macchioline sulla buccia, e a volte piccoli buchi. Perché tra i rami del melo vivono tante piccole vite: insetti, bruchi e uccellini, tutte facenti parte di un equilibrio che la nostra cultura improntata al profitto non si cura di rispettare.

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Un altro delicato equilibrio che viene spesso calpestato è quello tra mamma e bambino. Molte pratiche culturali relative all’accudimento dei bambini, infatti, sono dettate più da necessità pratiche ed aspettative errate, ormai molto radicate, che non alle vere necessità di madre e piccoli. Ci si aspetta dalle mamme che a pochi mesi dal parto siano disposte a tornare al lavoro e delegare ad altri la crescita dei propri figli. Ci si aspetta dai bambini che facciano i bravi, ovvero che non disturbino troppo: che dormano tutta la notte, che non piangano senza un motivo chiaro, comprensibile, e risolvibile in poco tempo, magari consultando uno dei tanti manuali disponibili nelle librerie e che già dai titoli promettono di svelare la formula del Bambino Felice e di decifrare il linguaggio segreto dei nostri figli. Come a sottolineare che da sole, le madri (e i genitori in generale) non ce la fanno. La cosa curiosa è che i manuali, in cui ricorre così spesso la parola ”training” (potty training, sleep training) dicono cose totalmente diverse rispetto a quello che troveremmo su un qualsiasi libro di fisiologia del sonno, per fare solo un esempio.

Così, mentre Estivill raccomanda di far piangere i bambini fino allo sfinimento e alla rassegnazione per ”insegnare” loro a dormire, su un testo scientifico scopriremmo quello che intuito e cuore sanno già: che è sano e naturale tenere vicino a noi i nostri bambini, farli addormentare al seno o nel lettone, e che i risvegli notturni e frequenti sono del tutto fisiologici fino almeno ai 3 anni di età, momento in cui il ritmo del sonno infantile diventa più regolare e simile a quello degli adulti. Il bambino piccolo e ancora di più il neonato si aspetta di stare a contatto con la madre e questo non è un vizio ma una caratteristica della nostra specie. Per approfondire l’argomento, consiglio di leggere ”Besame mucho” di Carlos Gonzales e ”E se poi prende il vizio” di Alessandra Bortolotti.

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È naturale e benefico rispondere ai segnali dei nostri figli, e mai, assolutamente mai positivo ignorare il loro pianto. Questo non significa che, così facendo, i nostri figli non piangeranno mai. Capitano a tutte le mamme quei momenti di stanchezza estenuante in cui si raccolgono le poche briciole di forza rimaste per andare avanti, tra notti insonni e giornate lunghe e faticose. Capiterà di stringere fra le braccia un bimbo inconsolabile e magari di piangere con lui. Questi momenti difficili fanno parte del percorso, e si superano insieme. E se alle spalle dell’inevitabile stanchezza c’è una base sicura e solida di amore e ascolto, le difficoltà scivoleranno via senza fare troppi danni, lasciando anzi la consapevolezza che la vita ha alti e bassi e tutto si affronta e si supera insieme, con amore, pazienza e rispetto.

La psicoterapeuta dell’età evolutiva Sue Gerhardt ha addirittura evidenziato come l’accudimento amorevole nella prima infanzia, l’alto contatto e la disponibilità emotiva verso i figli ne modifichino lo sviluppo non solo a livello psicologico ma anche neurologico. Lasciare piangere un bambino e non rispondere ai suoi segnali, infatti, aumenta la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, e allo stesso tempo non favorisce lo sviluppo dei ricettori del cortisolo, che hanno il compito di mantenere questo ormone ad un livello sopportabile. Accogliere i pianti di un bambino, aiutarlo a regolare e contenere le proprie emozioni attraverso un accudimento rispettoso e amorevole favoriscono lo sviluppo dei ricettori del cortisolo, che saranno presenti tutta la vita e permetteranno di affrontare le emozioni negative contenendole, senza lasciarsi sommergere. Adulti con alle spalle un passato di accudimento emotivamente poco ricettivo saranno meno capaci di fronteggiare situazioni di stress.

La natura vive in noi sotto forma di intuito, di sapere antico che ci guida, oltre la cortina dei condizionamenti culturali e delle convinzioni errate che si spacciano per vere. Il primo passo per andare oltre, e avvicinarsi a ciò che è essenziale e vero veramente, è prestare ascolto ai nostri bambini, trasmettendo loro, così, non solo amore, ma anche fiducia in sè stessi, nel valore della propria voce, dei propri sentimenti e del proprio intuito, luce interiore che li accompagnerà per tutta la vita.

Rubina Valli