Gli studenti italiani sono tra i più carichi di compiti ma conseguono risultati modesti nelle competenze alfanumeriche. Questo ritratto che emerge da un recente rapporto Ocse delinea una preoccupante contraddizione. I nostri alunni 15enni dedicano circa nove ore alla settimana per i loro studi casalinghi contro le 4,5 di media degli altri 65 Paesi Ocse. Tale gravoso impegno non produce però i frutti sperati. Del resto, come rilevato dall’Ocse sulla base dei test Pisa – che valutano le competenze matematiche, scientifiche e di lettura dei ragazzi – se vengono impiegate fino a quattro ore per i compiti vi sono conseguenze positive sulla prestazione generale, ma superata tale soglia non si registrano più effetti significativamente favorevoli. In sintesi, per il migliore apprendimento paiono contare di più altri aspetti legati al sistema scolastico in generale, quali la qualità dell’istruzione, la proposta didattica, l’organizzazione della scuola e la preparazione dei professori, che le tante e faticose ore trascorse chini sui libri, spesso improduttive.

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A tenere alta l’attenzione su questi temi vi è un movimento, Basta Compiti (il gruppo Facebook registra già quasi 8.600 membri), nato proprio sul social network per «promuovere e sostenere azioni volte a superare una pratica inutile e dannosa, quella dei “compiti a casa”, favorendo la riflessione e il confronto tra i partecipanti, la condivisione di proposte e la segnalazione di possibili alternative didattiche». Fondato dal dirigente scolastico, formatore e autore di saggi Maurizio Parodi, questo gruppo si ispira all’articolo 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (“Gli Stati membri riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età, ed a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica”) e ha già pubblicato un manifesto con cui chiede l’abolizione dei compiti a casa nella scuola dell’obbligo.

Inutili, dannosi, discriminanti, prevaricanti, impropri, limitanti, stressanti e malsani: così vengono definiti i compiti dai redattori di questo documento, sottoscritto da numerosi docenti e professionisti e da diverse organizzazioni (ci limitiamo a citare la Fondazione Montessori, il Laboratorio Dislessia, l’Associazione DI.RE. – FA.RE., il Movimento di Cooperazione Educativa e l’Associazione GiocOvunque). Inutili perché «le nozioni ingurgitate attraverso lo studio domestico per essere rigettate a comando (interrogazioni, verifiche…) hanno durata brevissima»; dannosi per il fatto che «procurano disagi e sofferenze soprattutto agli studenti già in difficoltà, suscitando odio per la scuola e repulsione per la cultura, oltre alla certezza, per molti studenti “diversamente dotati”, della propria “naturale” inabilità allo studio»; discriminanti in quanto avvantaggiano gli studenti «che hanno genitori premurosi e istruiti, e penalizzano chi vive in ambienti deprivati, aggravando l’ingiustizia già sofferta»; prevaricanti in merito alla loro tendenza a ledere il “diritto al riposo e allo svago”, sancito dall’Articolo 24 della dichiarazione dei diritti dell’uomo e riconosciuto a tutti i lavoratori (il lavoro scolastico viene definito oneroso e spesso alienante, così che dare compiti anche nelle classi a tempo pieno, dopo otto ore di scuola e persino nei week-end e durante le vacanze pare una contraddizione); impropri poiché costringono i genitori a sostituire i docenti in un importantissimo compito, quello di insegnare a imparare, senza averne le competenze professionali; limitanti dato che tolgono spazio e tempo ad altre fondamentali attività formative (sport, musica, arti in generale), non offerte dalla scuola; stressanti  per il fatto che sottraggono tempo al relax in famiglia e provocano litigi e conflitti tra genitori e figli, dato il loro tardivo o mancato svolgimento, quando invece in ogni casa servirebbe la massima armonia, e infine malsani per la considerazione, avallata da numerose ricerche mediche, che portare ogni giorno pesanti zaini sulle spalle risulta nocivo per la salute e l’integrità fisica, specialmente dei più piccoli.

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Nei suoi scritti e interventi Maurizio Parodi definisce i compiti come una vera e propria iattura. «È incredibile, ma nessuno ha mai dimostrato che i compiti a casa incidano in qualche misura sullo sviluppo intellettivo degli studenti; peggio: nessuno si è mai posto il problema di dimostrarlo. Eppure i costi, in termine di benessere personale, serenità familiare, qualità della vita (e quella che si trascorre a scuola e che dalla scuola è direttamente condizionata è tanta parte, una parte sempre più grande della vita di un individuo) sono altissimi», afferma l’ideatore del gruppo. Nella sua riflessione Parodi individua un primo paradosso: gli insegnanti spiegano e gli alunni studiano, a scuola s’insegna e a casa s’impara, ma se davvero la capacità d’imparare risulta la risorsa più preziosa per gli individui, la scuola dovrebbe considerarla una priorità istituzionale e porla al centro della riflessione pedagogica. Cosa succede invece? Che a scuola si spiegano concetti, si descrivono fenomeni, si illustrano procedure, si formulano domande e si inventano problemi, senza però costruire o fornire strumenti metacognitivi, quelli che consentono la più rapida riconversione delle competenze e l’adeguamento più agile dei propri repertori cognitivi e comportamentali ai mutamenti dell’ambiente.

Se da una parte la scuola tradizionale tende alla massificazione e sconta un difetto di metodo, perché al di là dei proclami e delle dichiarazioni di intenti non si cura della dimensione metacognitiva nel processo di insegnamento/apprendimento, dall’altra impone un modello didattico univoco e uniformante che non tiene conto delle differenti esperienze cognitive e dei vari metodi di apprendimento di ogni singolo individuo. Secondo Parodi e i suoi sostenitori vi è inoltre un altro paradosso: assegnando i compiti la scuola discrimina coloro che vivono situazioni di disagio, marginalità e indigenza, espellendo dal “sistema” proprio i giovani che in esso potrebbero trovare l’unica opportunità di affrancamento e affermazione. Cosa succede: gli alunni che vivono in famiglie più agiate e acculturate tendono generalmente a svolgere i propri compiti senza problemi e ad esser premiati dagli insegnanti, mentre quelli che non possono sfruttare tali fortune – e che proprio in virtù di questo fatto dovrebbero essere più seguiti dalla scuola –  finiscono per non farli o li fanno male, subendo rimproveri e prendendo brutti voti. Risultato quasi scontato: la bocciatura a fine anno scolastico.

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L’origine di questo paradosso è individuata in un altro enorme limite della scuola tradizionale. Lo svolgimento del compito avviene in assenza del docente e lo studente resta solo proprio nel momento in cui avrebbe maggior bisogno dell’insegnante. «È una delle poche, se non l’unica occasione nella quale gli alunni si confrontino con le procedure di interpretazione, selezione, sistematizzazione delle informazioni (elaborate, è bene ribadirlo, autonomamente). Proprio la strutturazione, la gestione di questo tipo di tecniche dovrebbero essere particolarmente curate dagli insegnanti: è nella esplicitazione, nella presa di coscienza e nello sviluppo di tali processi che dovrebbe soprattutto esprimersi la professionalità docente. Invece gli insegnanti non ci sono. Ci sono, nella migliore delle ipotesi, i genitori, non di rado gli insegnanti privatamente assunti, spesso nessuno. I compiti a casa sono assegnati, dunque, agli alunni e ai loro familiari, i quali devono farsi carico, pur senza disporre delle necessarie competenze (didattiche), del compito più importante che la società affida ai docenti», scrive Parodi.

In merito poi alla questione degli studi a casa durante la vacanze, il gruppo “Basta Compiti” si richiama alla circolare ministeriale 14 maggio 1969 n. 177, che intervenendo sul tema del riposo festivo degli alunni ribadiva due necessità fondamentali (quella dei giovani di aver tempo da dedicare ad attività extrascolastiche altamente formative e quella delle famiglie di poter stare insieme per condividere momenti di serenità e relax), disponendo infine la non assegnazione di compiti scolastici  da svolgere o preparare a casa per il giorno successivo a quello festivo. Una norma ancora oggi largamente disattesa. Il gruppo “Basta Compiti” va oltre e si batte per giungere al divieto dei compiti scolastici durante le vacanze estive, considerandoli un assurdo logico e una contraddizione in termini.  «Si tratta di un modo di impiegare il tempo inutile e dannoso per la salute del bambino. Le scuole non chiudono per mandare in ferie gli insegnanti, ma per far riposare gli studenti. Per il loro benessere fisico e mentale è necessario staccare completamente dallo stress legato all’apprendimento», sostiene il pediatra e docente Italo Farnetani.

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Basta Compiti suggerisce il ricorso a misure di protezione del minore e autodifesa della famiglia, a partire dalla consegna ai docenti di una “dichiarazione del diritto alla vacanza”, dove si ribadisce che il bambino ha diritto al riposo e allo svago come tutti i lavoratori, le vacanze sono degli studenti e non (solo) dei docenti, e senza compiti estivi il giovane alunno potrà giocare moltissimo, leggere per piacere e non per dovere, dedicarsi ad attività creative e ricreative trascurate dalla scuola, nonché condividere momenti di piacere e relax all’aria aperta con amici e familiari, sfuggendo finalmente da quelle aule “anguste e disadorne” dove ha trascorso l’anno scolastico.

In questi giorni la polemica è particolarmente accesa anche sulla stampa nazionale: alla lettera pubblica dove Marino Peiretti spiegava le ragioni per cui aveva giustificato suo figlio per non aver svolto i compiti estivi, sono seguite aspre reazioni a partire dall’articolo di Paolo Conti sul “Corriere della Sera”, che critica il “familismo all’italiana” e invita i genitori a non contraddire i professori davanti ai figli.

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Qualora invece condivideste le posizioni di Basta Compiti, molto probabilmente vedreste gli eroi nascosti nei bambini, come nella simpatica poesia di Giovanni Lumini, formatore ludico della Associazione GiocOvunque di Firenze e referente del Basta Compiti Tour.

I bambini e le bambine sono degli eroi, nel fine settimana.

Riescono a raccontarti quello che hanno fatto, nonostante i compiti a casa.

Riescono a dirti che hanno passeggiato la domenica mattina su un prato e trovato una foglia strana, nonostante i compiti a casa.

Riescono a dire alla maestra che la mamma ha fatto loro vedere come riparare una mensola, nonostante i compiti a casa.

Riescono a ripetere “a memoria” la ricetta di un risotto speciale, preparato dal babbo, nonostante i compiti a casa.

Riescono a portare in classe alcuni origami e giochi di carta che hanno fatto il sabato sera, nonostante i compiti a casa.

Riescono a riconoscere che Ponyo è un film di Miyazaki e a capire cos’è uno tsunami, nonostante i compiti a casa.

Riescono ad imparare come funziona la gravità giocando a SuperMarioGalaxy2, nonostante i compiti a casa.

Riescono a fare strategie giocando a Quarto, nonostante i compiti a casa.

Riescono ad imparare la manualità fine costruendo un salvadanaio con una bottiglia di plastica, nonostante i compiti a casa.

Riescono ad imparare che un diavolo della Tasmania è un animale in “pericolo d’estinzione” e che si muove soprattutto di notte, nonostante i compiti a casa.

Riescono a comprendere cos’è una Stazione Spaziale Internazionale, nonostante i compiti a casa.

Riescono a ricordarsi una cosa importante che ha detto loro la nonna, nonostante i compiti a casa.

Riescono a ridere e a scherzare subito dopo, nonostante tutti, indistintamente, piangano di fronte ai compiti a casa.

Riescono, incredibile a dirsi, ad apprendere in mille modi diversi, nonostante i compiti a casa.

Sono degli eroi.

Che non diventino martiri.

Marco Grilli