La Sindrome del Gemello Superstite: quando i concepimenti non si conoscono

Chi è il gemello superstite?

Per spiegare il concetto in termini immediati si potrebbe definire come quel individuo che viene al mondo “solo”, pur non essendolo stato durante il periodo della gestazione. Non si parla di una compagnia data da entità metafisiche, ma da quella di un fratello, una sorella gemella (o forse entrambi) che non riescono a venire alla luce e di cui non si conosceva nemmeno l’esistenza.

Sono state elaborate diverse teorie sulla diffusione del fenomeno, come quella affrontata nel testo di Alfred e Bettina Austermann intitolato proprio “La sindrome del gemello scomparso”, basate sul presupposto scientifico che i concepimenti siano molti più di quanti effettivamente portati a termine. Come spiegarsi, d’altronde, il fatto che su milioni di spermatozoi solo uno riesca a fecondare l’ovulo?

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L’individuo che tende a sperimentare senso di smarrimento, senso perenne di incompletezza, mancanza di qualcosa, nostalgia di ciò che non si conosce, di ciò che sembra esserci appartenuto senza possibilità d’esser stato vissuto, rabbia, tristezza, legami affettivi talmente profondi da diventare dipendenze, è nella maggior parte dei casi un gemello superstite. Questa persona vive situazioni di blocco, statica agitazione che è possibile sciogliere solo affrontando il lutto primordiale, il lutto prenatale, la perdita che, fino al momento in cui viene affrontata, sembra tanto insostenibile quanto inspiegabile.

La difficoltà a venire al mondo è invece determinata dal fatto che lo spazio all’interno dell’utero solo in pochi casi si adatta alla vita di due vite, a far spazio a quei corpi che prendono forma attorno a due cuori. Non a tutti, certo, ma accade a molti che un fratello o una sorella non riescano a venire alla luce, o che si sacrifichino, in mancanza di condizioni favorevoli per entrambi, per far vivere l’altro. Ciò comporta in chi resta e ha il privilegio di nascere, la sorte paradossale di sopravvivere con un costante peso, un senso di colpa senza causa visibile o determinante specifico, che solo attraverso le costellazioni familiari permette di essere ricondotto all’aver “idealmente” causato la morte dell’altro.

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L’approccio utilizzato per osservare e trasformare la dinamica del gemello superstite è proprio quello delle costellazioni familiari, metodo introdotto da Bert Hellinger. Lavorare con le costellazioni familiari permette di affrontare svariati tipi di difficoltà con se stessi o nella relazione con l’altro tanto a livello affettivo che lavorativo, mettendo in scena realmente la problematica attraverso l’aiuto e la disponibilità di un gruppo sostenuto dalle competenze e dalla sensibilità del “costellatore”. Le dinamiche che è possibile affrontare sono molteplici: irretimenti, incapacità di stabilire relazioni stabili, appaganti, sane; problemi al lavoro, problemi di coppia, nel mantenere o creare amicizie. Ogni ambito può essere visto, come in uno specchio, attraverso l’altro. Riconoscere ciò che è per riconciliarlo in noi stessi e per lasciarlo andare. Nel caso del gemello superstite, per fluire nella vita è strettamente necessario riconciliarsi con il senso di colpa verso quel individuo con cui, in modo inconsapevole ma talvolta straziante, si sentiva il bisogno di condividere una vita intera, sicuri che in un abbraccio o in uno sguardo si sarebbe potuto ritrovare un po’ di se stessi.

Le sensazioni che il gemello superstite prova vivendo a metà, o sopravvivendo per due, possono essere le più disparate. Le più frequenti sono senso di colpa, rabbia, una grande difficoltà nell’affrontare qualsiasi tipo di abbandono o lutto. Il gemello superstite sarà spesso una persona insicura, estremamente solitaria per tendenza o incapace al contrario di stare da sola, legata all’idea della morte tanto da farne segretamente un pensiero costante.

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L’idea della morte è sicuramente centrale: se non si trasforma il dolore e il ricordo inconscio del primo lutto che si abbia mai sperimentato nella vita, come si potrà vivere con consapevolezza gli altri lutti con cui, per intrinseca condizione umana sottoposta al ciclo degli eventi, all’eterno ritorno alla prima madre, ci si ritroverà a dover fare i conti? A questo tipo di soggetto si associano mille paure: spazi chiusi, spazi bui, emblematicamente, paura del mare profondo come allegoria di quell’oceano di battiti in cui ognuno di noi ha avuto origine, nel quale magari si ha avuto la fortuna di non nuotare soli.

Aprire il cuore alla possibilità di non essere stati soli durante il proprio personale big bang permette di trasformare la visione che di sé stessi e le dinamiche relazionali che siamo portati a costruire con gli altri. C’è chi, di fronte a questo processo di riconoscimento – o di riscoperta, perché spesso è solo la mente razionale ad aver dimenticato – si permette finalmente di aprirsi al mondo verso cui ha avuto la sensazione di non appartenere, di rifiutare o di non meritare, aggrappandosi ad un senso di colpa atroce per non “aver potuto salvare l’altro”. E c’è anche chi finalmente trova il senso del proprio bisogno di essere sempre presente per gli altri, salvatore benevolo di anime in cui innocentemente e teneramente spera di poter riconoscere un fratello o una sorella, o entrambi, o più di uno. Guardare in faccia quel dolore prenatale significa prendere coscienza della parte di sé che si credeva perduta.

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Tra fratelli e sorelle c’è un legame indistruttibile e sacro, tra gemelli qualcosa connette in modo ancor più profondo, poiché si attinge dall’energia dello stesso mare di vita, percependo le meraviglie dell’esistenza che si fa nostra attraverso un uomo e una donna, il padre e la madre che scegliamo.

Se tu che stai leggendo ti ritrovi nelle medesime situazioni descritte e per qualche motivo ti ritrovi disperatamente toccato o terribilmente ripugnante di fronte a questa storia che non credevi/non vuoi essere tua, ci sono alte possibilità che il tuo percorso sulla terra sia il frutto di un gesto estremo di amore fraterno o di un evento tanto triste quanto inevitabile; in ogni caso, non hai colpa, hai l’opportunità di trovare conforto alla solitudine che credevi fosse la tua condizione esistenziale, la risposta a quel senso di mancanza di quel precisissimo qualcosa a cui non sai dare un nome e che forse… è un “nome proprio” che aspetta di essere pronunciato ad alta voce, ricordato e onorato ad ogni tuo passo.

Chiara Pasin

Redazione EticaMente.net

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avatar Articolo scritto da Redazione EticaMente.net il 21/03/2016
Categoria/e: Primo piano, Rassegna Etica.



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