“Tracce nascoste nell’outdoor”: rilevate sostanze tossiche nei capi sportivi

The North Face, Patagonia, Mammut, Salewa, Columbia: sono solo alcuni dei più noti marchi dell’outdoor, nei cui prodotti sono state rinvenute sostanze chimiche pericolose e persistenti, nocive per la salute e l’ambiente. È quanto emerge dal report “Tracce nascoste nell’outdooor”, redatto da Greenpeace.

L’organizzazione ambientalista, che da anni porta avanti la campagna “Detox” per rendere sostenibile il settore dell’abbigliamento, ha analizzato 40 prodotti votati dagli appassionati di tutto il mondo sul sito web dedicato (www.detox-outdoor.org). Si tratta di undici giacche, otto paia di pantaloni, sette di scarpe, otto zaini, due tende, due sacchi a pelo, una corda da arrampicata e un paio di guanti, acquistati da Greenpeace in 19 diverse nazioni e inviati a un laboratorio specializzato indipendente per le analisi. Obiettivo: verificare se contenevano Pfc (composti chimici poli- e per- fluoranti), che non esistono in natura e, una volta rilasciati nell’ambiente, si degradano molto lentamente ed entrano nella catena alimentare, causando una contaminazione pressoché irreversibile.

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Utilizzati in numerosi beni di consumo e processi industriali, i Pfc trovano largo impiego in virtù delle loro proprietà chimico-fisiche, mostrando una notevole resistenza termica e una eccezionale repellenza all’acqua e all’olio. Si suddividono in composti a catena lunga o a catena corta o, in alternativa, in forme volatili o ioniche. Molti di quelli a catena lunga, ad esempio il Pfos (Perfluorottano sulfonato) e il Pfoa (Acido perfluoroottanico), sono a lento deterioramento e si ritrovano un po’ ovunque, perfino nelle aree più remote e incontaminate del nostro pianeta. Pfc in forma ionica sono stati rintracciati infatti in vari organismi acquatici e terrestri (dai delfini agli orsi polari), nonché nel sangue umano e nel latte materno di diverse popolazioni.

Come confermato da numerosi studi scientifici, composti come il Pfos e il Pfoa hanno effetti negativi sul sistema ormonale, riproduttivo e immunitario, costituendo inoltre dei potenziali agenti cancerogeni. Pfc volatili come gli Ftoh (Alcoli Fluorotelomeri), da parte loro, sono altrettanto nocivi per l’ambiente e gli organismi viventi, poiché possono perfino interagire con gli agenti atmosferici e trasformarsi in altri Pfc molto più pericolosi.

Il Pfos, classificato come composto organico persistente nell’ambito della Convenzione di Stoccolma, nell’Unione europea sin dal 2008 è stato vietato per alcuni utilizzi. Ad oggi il limite massimo consentito nei prodotti tessili è pari a 1 μg/m, mentre la Norvegia è stato il primo Paese al mondo a regolamentare anche l’utilizzo del Pfoa, stabilendo un limite massimo di concentrazione consentita uguale a 1 μg/m, a partire dal giugno 2014. Recentemente altri Pfc sono stati inseriti tra le sostanze potenzialmente molto pericolose nell’ambito del regolamento Reach dell’Unione europea, ma non esistono normative che regolamentano il loro utilizzo, nonostante la loro pericolosità e presenza in alte concentrazioni nei prodotti tessili a stretto contatto col corpo umano.

In questi ultimi anni diversi marchi dell’outdoor hanno sostituito i Pfc a catena lunga con quelli a catena corta, considerati meno nocivi. Non la pensano così 200 scienziati di 38 Paesi che da poco hanno firmato la Dichiarazione di Madrid, ferma nel raccomandare di evitare l’uso di tutti i Pfc nella produzione dei beni di consumo. Quelli a catena corta non sarebbero quindi un’alternativa sicura, perché una volta rilasciati nell’ambiente sono ugualmente persistenti e possono trasformarsi in altri Pfc più tossici.

Tornando alle analisi promosse da Greenpeace, solo su quattro dei quaranta prodotti finiti sotto la lente d’ingrandimento (il 10% del totale) non sono stati rilevati Pfc. Un dato che, da una parte, dimostra come siano ancora poche le aziende sensibili alle tematiche ambientali, dall’altra che è possibile produrre capi di abbigliamento e attrezzature idrorepellenti e antimacchia, senza far ricorso a composti chimici pericolosi per la salute umana e l’ambiente. Tracce di Pfc sono state ritrovate in tutte le categorie dei prodotti presi in esame, ad eccezione dei guanti. 35 dei 40 articoli analizzati hanno registrato la presenza di Pfc ionici o a catena lunga, con il Pfoa, noto per la sua tossicità, rilevato in ben 11 campioni in concentrazioni superiori al valore limite stabilito dalla normativa norvegese.

Lo scorso febbraio, numerosi ambientalisti, amanti della natura e attivisti di Grennpeace hanno dato vita a una mobilitazione globale in ben 19 Paesi, ritrovandosi mascherati in parchi e in località sciistiche per protestare contro l’uso delle sostanze chimiche nocive nel comparto dell’outdoor. «Marchi popolari come The North Face e Mammut non mostrano grande rispetto della natura considerato il massiccio uso di sostanze chimiche nelle loro filiere produttive. Insieme a tutti gli amanti della natura e degli sport all’aria aperta li sfidiamo a mostrarci che cosa vuol dire essere leader nel rispetto dell’ambiente: devono smettere di usare sostanze chimiche pericolose adesso” ha affermato Giuseppe Ungherese della campagna inquinamento di Greenpeace Italia.

Ad oggi sono 35 i marchi della moda e dell’abbigliamento sportivo ad aver sottoscritto l’impegno Detox. Il primo del settore outdoor è l’inglese Páramo Directional Clothing, che ha già eliminato i Pfc dall’intera catena di produzione, dimostrando così che è possibile produrre attrezzatura di alta qualità senza ricorrere a queste sostanze tossiche. Ci auguriamo che altri ne seguano l’esempio.

Marco Grilli

Marco Grilli

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avatar Articolo scritto da Marco Grilli il 07/03/2016
Categoria/e: Ambiente, Inquinamento, Primo piano, Sostanze Nocive.



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