Immaginate, paradossalmente, di nascere e vivere in modo lineare fino a 100: non avete crisi, sofferenze o malanni. Tutto procede senza intoppi fino alla fine della vostra vita. Vi piacerebbe vivere così?

Molte persone cercano una vita simile non pensando forse che arrivando a 100 in questo modo, il vecchietto con la pelle ormai rugosa e cadente e la barba lunga non rappresenta il saggio (anche se apparentemente nel fisico assomiglia al nostro ideale di saggio) ma un bambino nel corpo di un vecchio.

Sì perché ciò che ci rafforza non sono gli anni che passano ma le crisi che viviamo.

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Basti osservare la nostra società per capire davvero questo concetto. Sempre più genitori cercano di non far vivere sofferenze ai propri figli, vogliono proteggerli in tutti modi. Pensano di far loro del bene agendo così. In realtà ogni individuo necessità di vivere la crisi e il genitore non deve prevenirla, bloccarla o viverla lui stesso: ciò che può fare è stare vicino al figlio durante questo momento importante.

Chi non affronta la sofferenza e la frustrazione non cresce, arriva a 40 anni con l’esperienza di vita di un adolescente.

E’ la società stessa a negare la sofferenza e ad etichettarla come un tabù: piangere è da deboli, mettere in discussione il proprio lavoro è da ingrati, manifestare il proprio dolore è da matti. Di conseguenza la scuola, la famiglia, l’individuo non sono più in grado di vivere la crisi: quando accade un intoppo nel nostro percorso non riusciamo a viverlo e a farci guidare da esso. Al contrario lo minimizziamo, lo blocchiamo con vari stratagemmi, non diamo retta al messaggio importante che ci vuole trasmettere.

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Qui non si parla di andare a ricercare volontariamente la sofferenza: non è una questione di sadismo ma di lasciarsi abbandonare con fiducia ad essa quando si presenta. Di accoglierla in modo rispettoso essendo coscienti che il suo viverla ci porterà ad avere una maggiore consapevolezza di noi, l’arma più importante per crescere e vivere in armonia.

Non sono gli anni che trascorrono uguali, fermi, immobili a farci diventare grandi: questi sono anni sprecati che non portano a nulla, sono sterili e ci fanno ammalare fisicamente e mentalmente.

Abbandonatevi alle crisi, non abbiate paura di viverle, lasciatele assaporare in modo genuino anche ai vostri figli sapendo che anche per loro è un momento di crescita e non di abbandono da parte vostra. Certo è che prima di riuscire a far vivere la crisi agli altri dobbiamo essere in grado di viverla noi stessi.

A questo punto viene da chiedersi: “Come fare?”.

La risposta è semplice e allo stesso tempo complessa poiché purtroppo non siamo più in grado di vivere la semplicità.

Innanzitutto è necessario riappropriarci della nostra vocina interiore, quella che risponde per prima alle domande, quella che vi suggerisce di agire in quel modo, quella che rispecchia il vostro vero Io… e che però spesso blocchiamo e non ascoltiamo, pensando e facendo tutto il contrario di quello che ci aveva detto.

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Togliete più distrazioni possibili dalle vostre vite (materiali e non) e provate a chiamarla, a farla emergere in voi e ad ascoltarla. Provate a seguire i suoi consigli senza timore. Fatevi condurre da ciò che vi dice.

Vi condurrà verso mondi inesplorati, vi porterà dritti dritti verso la consapevolezza e vi ritroverete a vivere cambiamenti, crisi, passaggi di vita. Vivete con rispetto, vostro e degli altri, questa vostra sofferenza ed immergetevi in essa completamente per poi rifiorire di nuova vita.

Siamo qui per fare questo, per morire e rinascere continuamente, per migliorarci sempre più, per vivere la sofferenza perché solo da essa possiamo trarne vera gioia.

Questo modo di vivere è una scelta. Si può anche scegliere di accantonare tutte le crisi e di vivere superficialmente: non si piangerà mai ma non si riderà mai davvero, così facendo si indosserà una maschera di dolore insabbiato mai liberato che ci fa rimanere immobili, arrabbiati, delusi, infelici…

La vostra vita è la vostra scelta: scegliete bene…

Elena Bernabè